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Archive for giugno 2012

 

 

Bruno Berni

Bruno Berni è nato a Roma nel 1959. Dopo aver studiato letterature nordiche e letteratura tedesca a Roma e aver soggiornato in Germania e in Danimarca, ha cominciato a tradurre dal danese – con qualche escursione nelle altre lingue nordiche e nel tedesco – per molti editori, pubblicando in italiano opere di Hans Christian Andersen, Karen Blixen, Peter Høeg, August Strindberg, Herman Bang, e affiancando alla traduzione un’ampia attività saggistica.
Dal 1993 dirige la biblioteca dell’Istituto Italiano di Studi Germanici di Roma. Nel 2004 ha ricevuto a Odense il premio Hans Christian Andersen per aver curato la prima traduzione completa delle fiabe di Andersen in italiano, nel 2009 il Premio Danese per la Traduzione per il complesso della sua attività. Nel 2012 è stato insignito del premio Rezzori-Città di Firenze per la traduzione di I figli dei guardiani di elefanti di Peter Høeg.

Visita il sito dell’Istituto Italiano di Studi Germanici
Leggi il blog La Stanza del Traduttore

1. Perché hai scelto il lavoro/mestiere che fai?
Il mestiere del bibliotecario l’ho voluto. Perché mi permetteva di vivere fra i libri ed essere anche pagato per farlo: attingere a piene mani dagli scaffali è un privilegio, ricordare la posizione dei volumi, colore e condizioni delle legature, riconoscerle al tatto, sapere come respirano, cercare o sfogliare ciò che i comuni mortali devono chiedere compilando il modulo. Il bibliotecario non legge più degli altri, spesso non ne ha il tempo, ma vive con i libri il contatto fisico grazie al quale si verifica una specie di osmosi. Qualcosa passa comunque, già solo sapendo quali sono i libri che esistono, anche senza leggerli tutti. Alla fine sono amici, più che letture. Mi dica, è grave?

Il traduttore invece l’ho fatto quasi per caso, mescolando la voglia di comunicare quanto avevo letto durante gli studi in Danimarca con la possibilità di fare da mediatore mettendo a frutto le conoscenze linguistiche acquisite. Non l’ho scelto, il mestiere ha scelto me: mandai il curriculum a venticinque editori e mi rispose uno solo. Poteva non farlo e non sarei stato un traduttore. Lo fece, per fortuna. Brivido. Era il 1986 e non mi sono mai fermato.

2. Qual è l’aggettivo che meglio definisce la tua attività?
L’attività di traduttore? Febbrile? Matta e disperatissima?

3. Qual è il tuo primo ricordo di una biblioteca?
Come per tutti, credo, l’armadietto di classe. Alle medie. L’ora di lettura era libertà, non ricordo nemmeno cosa leggessi. Forse se mi sforzassi un po’… Wells, ricordo di aver letto in classe L’uomo invisibile, che ho ripreso in mano una decina d’anni fa su una spiaggia della Sardegna. Ma per un ragazzino di dodici o tredici anni al quale propinavano Manzoni o i poemi epici, leggere dell’invisibilità era una ventata di vita. A quarant’anni e più, invece, è inevitabile pensare a usarla per altri scopi. Poi la biblioteca, quella vera, per me è sempre statala Biblioteca Reale di Copenaghen, dove ho trascorso gli anni di studio più belli. Non il Diamante Nero di ora, che pure è bello e tecnologico, ma la vecchia sala di lettura con le lampade verdi, la moquette, i tavoli di legno (avevo il 27, credo) e ogni ben di Dio a portata di mano. Le cassettine con le schede scritte a mano fin dal Seicento, i giganteschi volumi del catalogo topografico nei quali fare scoperte sensazionali, e la piccola mensa nella quale sono nate tante idee nelle conversazioni con persone che non ci sono più da un pezzo. Avevo poco più di vent’anni e assorbivo conoscenze da gente nata ai primi del Novecento, mentre incrociavo sguardi significativi con altra gente nata più tardi di me.

4. Come definiresti la biblioteca?
La biblioteca dovrebbe essere un luogo dove si sta bene. Dove si legge, ma soprattutto dove si fanno incontri, si parla, ci si siede ad ascoltare le esperienze degli altri, si respira. Purtroppo da bibliotecario devo dire che in molte biblioteche non ci si siede più per tutto il giorno a consumare la dose giornaliera, ad aspettare di essere messi fuori. Si fanno un po’ di fotocopie, il minimo indispensabile, e via. Forse dovrebbero essere più accoglienti, le biblioteche, come certe librerie di oggi dove la gente si siede, legge, si guarda intorno. Qualche divano, la possibilità di prendersi un caffè, e la gente sosterebbe di più. Male non fa.

5. Cosa ti piace di più in una biblioteca?
Mi piacerebbe che fosse come la biblioteca del Cielo sopra Berlino, mi piacerebbe potermi sedere lì e ascoltare. Tutti. È una delle scene più belle che conosco.

6. Quale è stato il primo libro che hai letto?
Non so, non ricordo. Da bambino non avevo molte letture a disposizione. Credo che le prime cose siano state le storie di quella raccolta degli anni Sessanta che si chiamava Tutte le fiabe. Fiabe di ogni paese, splendidamente illustrate, in fascicoli settimanali. Ne avevo parecchi, sciolti, che leggevo e rileggevo, perdendomi nelle storie e nei disegni. C’erano naturalmente anche quelle di Andersen. C’era L’acciarino, anzi si chiamava L’acciarino magico, c’erano La sirenetta e I cigni selvatici. Ma non so se la lettura di quelle fiabe abbia influenzato le mie scelte successive, il mio amore per le cose danesi, per Andersen. Sicuramente un po’ ha influenzato il mio modo di tradurre. Poi ricordo una copia lacera del Don Chisciotte, chissà in che estrema riduzione. Poi Pinocchio, I ragazzi della via Pal (che pianti), Cuore, Senza famiglia, tutti attacchi all’emotività, che forse servivano a formare sani sentimenti. Oppure a creare generazioni che crescono con la convinzione di doverli cercare. Forse era anche salutare. E poi ancora Dumas e Verne. Soprattutto Verne: credo che molte cose nordiche nei suoi romanzi abbiano fatto nascere in me l’attrazione per il grande Nord. Il Vatnajökull di Viaggio al centro della terra, il Maelström di Ventimila leghe sotto i mari. In generale a disposizione della gioventù c’erano delle letture che forse ora sono – ingiustamente – in disuso.

7. Quale libro ti ha lasciato un ricordo speciale?
Non credo che possa esserci il libro speciale. Spesso è il contesto, la possibilità di immergersi completamente in un’atmosfera, a rendere speciale la lettura. Ricordo un Faust I letto d’un fiato nel silenzio e nella solitudine d’una casa vuota, immersa nella calura estiva, mentre il mio Cent’anni di solitudine ha ancora dentro a tenere il segno, nemmeno a metà, la cartolina di un amore finito. Di cui però non riesco più a decifrare la firma. Il nome della rosa mi accompagnò da Roma a Copenaghen una delle prime volte, quando si viaggiava in treno perché l’aereo costava troppo. Trentaquattro ore, se ben ricordo, attraverso gli splendidi paesaggi tedeschi, una notte, un giorno, una notte.

8. Quale libro consiglieresti a un giovane lettore?
Gli consiglierei di andarselo a cercare, un libro capace di far scattare la scintilla, la voglia di leggerne un altro, invece di ascoltare i miei consigli che potrebbero cambiare in peggio la sua vita di lettore. Oppure di prenderne uno a caso e creare il suo percorso. Magari un libro di poesie.

9. Leggere fa bene? E perché?
Male non fa. Fa bene trovare il tempo, che è già un vantaggio. Sedersi comodi e lasciarsi andare, spegnere, tuffarsi e riemergere alla fine, cambiati. E poi fa bene ampliare l’universo con altri universi possibili. Anche impossibili, se è per questo.

10. Aquale altra domanda avresti voluto rispondere?
Mi faccio tante domande ogni giorno. Già cerco le risposte e ne trovo poche. Ora non farmi cercare anche le domande.
Su questa passo.

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Simona VINCI

Simona Vinci è nata a Milano il 6 marzo del 1970 e vive a Bologna. Si è laureata in Letteratura Italiana Contemporanea all’Università di Bologna con una tesi intitolata Una scrittura del paesaggio. Il suo primo romanzo, Dei bambini non si sa niente (Einaudi – Stile libero, 1997) ha suscitato diverse polemiche, ottenendo un grande successo di pubblico e di critica ed è stato tradotto in quindici paesi, tra i quali gli Stati Uniti, il Giappone ela Cina. Sempre per Einaudi (ed egualmente tradotti in molti Paesi) sono usciti la raccolta di racconti In tutti i sensi come l’amore (Stile libero, 1999) e i romanzi Come prima delle madri (Supercoralli, 2003), Brother and Sister (Stile libero, 2004) Stanza 411 (Stile libero/Big, 2006) Strada Provinciale Tre, (Stile Libero Big, 2007 e Rovina (Edizioni Ambiente, 2007). Per i lettori più giovani ha pubblicato Corri, Matilda (E.Elle, 1998) e Matildacity (Adnkronos Libri, 1998). Collabora con vari quotidiani nazionali e ha lavorato per la radio (Atlantis, radio Rai Due tra le altre) e la televisione ( Come conduttrice per Cenerentola, un programma di attualità culturale di Gregorio Paolini nel 2000 su Rai 3; Milonga Station un programma di libri sempre su Rai 3 come autrice e conduttrice insieme a Carlo Lucarelli e Giampiero Rigosi) e per la radio. E’ traduttrice letteraria dall’inglese. Nella collana I Corti di carta del Corriere della sera è uscito, a settembre 2008, il racconto Un’altra solitudine. A marzo 2009 è uscito per Rizzoli, nella collana 24/7 Nel bianco, un reportage di viaggio da Islanda e Groenlandia. Nel 2010 è uscita per Einaudi Stile Libero l’antologia Sei fuori posto, nella quale è contenuto il suo racconto ‘Un’altra solitudine’.

Visita il sito di Simona Vinci.
(Simona è anche in Twitter e Facebook)

1. Perché hai scelto il lavoro/mestiere che fai?
Mi risulta difficile usare il verbo ‘scegliere’, nel caso di un mestiere imprevedibile e poco sicuro da un punto di vista della sopravvivenza materiale come quello della scrittura, dove tanto contano quella cosa complicata da definire che è un po’ di talento, insieme alla pazienza, e alla fortuna. Diciamo che ho cominciato a scrivere da bambina, alle elementari, e il mio sogno è sempre stato quello di diventare una di quelle persone immateriali – che ammiravo così tanto – che ‘fanno’ i libri e raccontano le storie. Ho costruito tutta la mia vita, per quanto potevo, per arrivare lì e ho avuto la fortuna di riuscirci. Scrivere mi è sempre sembrato il modo di stare al mondo che mi somigliava di più: un modo per stare al tempo stesso vicini agli altri con le parole e le emozioni, ma anche di vivere in un’altra dimensione, di percorrere altre strade rispetto quelle abituali, di vivere altre vite, di viaggiare e di cercare nuove domande, da porre a me stessa, al mondo e a chi mi avrebbe letta.

2. Qual è l’aggettivo che meglio definisce la tua attività?
Imprevedibile, da ogni punto di vista. Ma anche entusiasmante e/o frustrante, a fasi alterne.

3. Qual è il tuo primo ricordo di una biblioteca?
L’armadietto di metallo della mia aula alle elementari. La chiave magica la possedeva la maestra e quando il sabato mattina si aprivano le porte di quello scrigno pieno di tesori e ogni bambino poteva portarsi a casa un libro per la settimana, per me era ogni volta un momento da celebrare. In seguito, è arrivata la biblioteca di Budrio, il paese dove vivevo, una biblioteca storica in centro, non dimenticherò mai i dorsi dei libri antichi e la luce dei pomeriggi d’inverno passati lì a studiare. Avrei voluto leggere tutto, tutto in una volta, non far altro che leggere per tutta la vita.

4. Come definiresti la biblioteca?
Uno scrigno pieno di sogni sognati da altri e pronti ad essere sognati anche da noi.

5. Cosa ti piace di più in una biblioteca?
Il silenzio. Il suono dei respiri che si fonde con quello delle pagine sfogliate. Ma anche le biblioteche vuote, hanno il loro fascino, mi sembra sempre che i libri, nella solitudine, parlino più forte.

6. Quale è stato il primo libro che hai letto?
Le fiabe dei Fratelli Grimm sono state l’accompagnamento costante della mia infanzia. Poi alle elementari ho letto tutte le riduzioni per l’infanzia dei romanzi di Jack London: un amore che è rimasto costante fino ad oggi.

7. Quale libro ti ha lasciato un ricordo speciale?
Sono troppi e fatico a scegliere, ma certamente La diga sul Pacifico di Marguerite Duras e Martin Eden di Jack London sono stati due dei libri che ho riletto più spesso.

8. Quale libro consiglieresti a un giovane lettore?
Tra i classici, appunto Jack London, e tutte le sue storie del Nord, da Zanna Bianca ai racconti. Tra gli italiani, Italo Calvino, dal Sentiero dei nidi di ragno a Marcovaldo. Tra gli autori contemporanei, Skellig di David Almond, un autore inglese che scrive libri per ragazzi ma che in realtà possono essere letti anche dagli adulti. E’ un grande autore, capace di raccontare storie magiche, senza facili soluzioni, che  continuano a risuonare nella mente per tanto tanto tempo dopo averli letti. 

9. Leggere fa bene? E perché?
Leggere deve divertirti, se non ti diverte non fa bene. La lettura non è una medicina amara che vada ingoiata per forza, ma qualcosa che deve essere vissuto fin dall’inizio come un piacere, non come un obbligo. Difficile però convincere un ragazzino – come troppi cercano di fare – che la lettura è bella a uno che non ha mai visto un libro in casa o un adulto seduto con un libro in mano. Certo, se si ha la fortuna di cominciare, leggere è meraviglioso ed è tante cose insieme: una via di fuga, un modo per comprendere il mondo e gli altri, una consolazione e un balsamo per le ferite, un piacere selvaggio e tutto privato. Una persona che ha un libro nella borsa, o in tasca, non è mai davvero sola e non sa cosa sia la noia. 

10. A quale altra domanda avresti voluto rispondere?
🙂 Non saprei, queste mi hanno divertita molto.

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CIACI el KINDER

Alessandro Maso, in arte Ciaci el Kinder, è nato e, fortunatamente, abita. Collabora e ha collaborato. Attualmente collabora. Grazie alla tecnica è ora anche in versione multimodale, multimediale, multe salate e multimediocre.

(Per ulteriori informazioni rivolgersi in portineria o a Google).

1. Perché hai scelto il lavoro/mestiere che fai?
Non è stata scelta…d’altronde non è pure lavoro, quel che faccio non lo “faccio”, in qualche maniera “lo sono”.

2. Qual è l’aggettivo che meglio definisce la tua attività?
Umoristico.

3. Qual è il tuo primo ricordo di una biblioteca?
Infanzia, nebbia e freddo, andavo in biblioteca a leggermi le annate rilegate del Corriere dei Piccoli, cercavo tra le pagine i fumetti di Jacovitti.

4. Come definiresti la biblioteca?
Un deposito come quello di Paperone.

5. Cosa ti piace di più in una biblioteca?
Il curiosare.

6. Quale è stato il primo libro che hai letto?
Chisseloricorda? Ricordo però il primo libro regalatomi: il Giornalino di Gian Burrasca.

7. Quale libro ti ha lasciato un ricordo speciale?
Tutti e nessuno,non ricordo le pagine lette ma mi rimangono comunque dei “sedimenti” che riaffiorano anche in momenti in cui meno te l’aspetti.

8. Quale libro consiglieresti a un giovane lettore?
Non un libro, un percorso di libri…il mio parte da Apuleio, passa per Boccaccio (e dunque Chaucer), Rabelais, Cervantes, Swift, Sterne, Dickens e Gogol.

9. Leggere fa bene? E perché?
Non fa bene se è imposto, se è curiosità disseta come l’acqua nel deserto.

10. A quale altra domanda avresti voluto rispondere?
A questa, ed ho risposto.

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Catena Fiorello

Mi chiamo Catena, perché mio padre amava molto questa Madonnina il cui santuario stava in un paesino sperduto tra le montagne vicino Taormina. Il fatto che mia nonna portava questo nome ha avuto un’importanza marginale. Ma anche lei era una donna unica, straordinaria, in una Sicilia abbastanza chiusa e moralista lei, nei primi anni ’30, fumava il sigaro, giocava a carte e portava la bandana di seta in testa, e aveva tanti amici gay. ripeto: primi anni ’30 inun paesino siciliano, non era facile imporre la propria libertà. Mio padre, suo figlio, non è stato da meno, educandoci insieme a mia madre secondo valori che in primis hanno messo il rispetto per gli altri e l’amore totale per la libertà di pensiero. Ho sempre scritto. dai tempi del liceo, e così ho proseguito fino alla prima pubblicazione del mio saggio “Nati senza camicia” per Dalai Editore, libro che in due volumi, usciti in anni diversi, raccontava la storia delle persone che si son fatte da sé, con grandi sacrifici e tanta forza di volontà. Storie bellissime che insegnano tanto. Poi è stata la volta di “Picciridda”, un affresco della vita degli emigranti ambientato negli anni ’60, raccontato attraverso gli occhi di una bambina, e infine il mio ultimo romanzo che mi ha dato grandissime soddisfazioni, “casca il mondo, casca la terra”, Rizzoli Editore. La storia di una famiglia borghese, perfetta, insospettabile, dove invece nulla è come sembra. E sarà proprio un grandissimo dolore che entrerà in quella famiglia a fare cambiare rotta a tutti. Il racconto di una grande sofferenza, ma anche di una salvezza profonda e significativa, e soprattutto la consapevolezza che nella vita niente è come sembra, per questo è riduttivo e abbastanza banale giudicare dalle apparenze.
Cosa aggiungere? Che sono nata il 10 Agosto, e del segno del Leone rappresento se esistono, tutti i vizi e tutte le virtù!

La scheda di “Casca il mondo, casca la terra”.
Guarda un’intervista a Catena Fiorello.
I libri di Catena in Facebook .

1) Perché hai scelto il lavoro/mestiere che fai?
Perché era l’unico che mi consentiva di esprimere il mio bisogno di parlare, comunicare, esternare i miei pensieri più profondi, e perché è un mestiere che puoi fare in qualunque parte del mondo ti trovi. E siccome io amo viaggiare, mi sembrava la migliore soluzione per mettere insieme le due necessità: pensiero, osservazione e viaggio.

2) Qual è l’aggettivo che meglio definisce la tua attività?
Creativo. Tutto ciò che parte dal nostro intelletto, pensiero o comunque dal profondo della nostra anima è comunque creativo, perché viene mosso da una spinta che non segue regole convenzionali.

3) Qual è il tuo primo ricordo di una biblioteca?
Certamente la Biblioteca di Augusta (SR), il paese siciliano dove sono cresciuta e dove mi sono formata culturalmente. Trovandosi a pochi chilometri da Siracusa, inevitabilmente risente delle atmosfere e identità culturali di questa città, totalmente impregnata di cultura greca in ogni sua prospettiva: architettonica e culturale. La Biblioteca di Augusta all’epoca era piccola, ma molto luminosa. Non aveva granché all’interno, ma ricordo con molta gioia l’addetta al ricevimento, perché era gentile e non ti faceva sentire a disagio. Ed è da sottolineare che in quegli anni chi usufruiva dei servizi della Biblioteca di solito era un cittadino con poche possibilità economiche, perché i ricchi, o comunque la popolazione cosiddetta fortunata aveva la Treccani a casa! Oggi, fortunatamente la Biblioteca è anche una scelta, Vivaddio! Per cui, andare a cercare un libro in prestito ti faceva sentire in qualche modo uno “sfigato”, per quanto, io non ho mai provato questa sensazione, grazie sempre all’intelligenza dei miei genitori!

4) Come definiresti la biblioteca?
Con una sola espressione: la casa dei libri. Mi piace l’idea di un luogo che ama e rispetta il libro, che lo accoglie e lo protegge con amore e devozione. La Biblioteca: senti che suono magico. Ripeti con me: L-A B-I-B-L-I-O-T-E-C-A , e presta attenzione a come il suono di questa parola rende unico e vivace il concetto di libro.

5) Cosa ti piace di più in una biblioteca?
Il concetto di rigore. Silenzio, dovuto e preteso. Come una messa, una esecuzione o una parentesi preziosa nel caos della nostra vita così assordante. Entri in una biblioteca (e dappertutto è ancora così, evviva!) e ti sembra che il tempo si sia fermato a centinaia di anni fa, quando il silenzio era la regola, e non un momento di esaltazione. Manca il silenzio oggi, manca il rispetto per l’altro. tutti urlano, ti impongono le suonerie terribili dei loro cellulari, la radio della macchina, le urla dei figli che non vengono mai rimproverati, niente. tutto è lecito, anche disturbare sul treno, tanto… se chiedi silenzio, sei sempre il solito rompi…

6) Quale è stato il primo libro che hai letto?
“Un giorno di felicità”, un bellissimo racconto di Isaaac B. Singer, uno scrittore ebreo che amo molto, e di cui ho letto l’opera omnia. Abitavo ad Augusta ed ero una alunna del Liceo Classico “Megara” del mio paese. Frequentavo il quarto ginnasio. Quel giorno uscii per comprare un libro, lo ricordo benissimo: avevo 14 anni, e prima avevo letto solo qualche raccontino da bambini, tipo “Cuore” o roba simile. Mi colpì molto la fotografia di un bambino che indossava un cappello che sembrava una coppola. Pensando che raccontasse qualcosa di familiare lo acquistai, senza rendermi conto che aveva tra le mani il racconto di un Premio Nobel per la letteratura. La storia di quel bambino ebreo che narrava la sua vita nel ghetto di Varsavia mi colpì così profondamente che da quel momento decisi che avrei letto tutto ciò che quello scrittore aveva scritto, o avrebbe scritto dopo… E così fu.

7) Quale libro ti ha lasciato un ricordo speciale?
“La vita davanti a sé” di Romain Gary. Un altro scrittore ebreo. Credo che sia un marchio di fabbrica. Molti di loro hanno un modo di raccontare unico, insuperabile.
Li adoro, vedi Roth, Potock. Ma “La vita davanti a sé” è il mio libro del cuore. mai nessuno saprà raccontare la rabbia e la dolcezza di un ragazzino abbandonato a se stesso come  ha fatto Gary. Non a caso vinse il premio Goncourt, postumo alla sua morte, per questo meraviglioso romanzo.

8) Quale libro consiglieresti a un giovane lettore?
“Una barca nel bosco” di Paola Mastrocola. Anche lei insuperabile nella descrizione di questo ragazzino che parte da un’isola del Sud per andare a studiare a Torino, e lì, scontrandosi con una realtà dura e ingenerosa trova la forza per tirare fuori il meglio di sé, e anzi, fa di più, riuscirà a imporre la sua personalità anche a chi lo ha sempre preso in giro per la sua diversità. un grande insegnamento per i giovani di oggi, che come quelli di ieri cercano nell’omologazione la strada più facile per imporre la propria identità, fallendo il più delle volte.

9) Leggere fa bene? E perché?
Perché è un momento in cui, anche senza accorgertene sei obbligato a fare i conti con te stesso. davanti a quelle pagine, senza nemmeno deciderlo, cominci a spogliarti di tutte le maschere che hai indossato durante la giornata e viene fuori crudelmente, certe volte, chi tu sei. Quelle pagine allora, hanno il compito, di farti guardare la vita degli altri, i personaggi di cui leggi, ma che riflettono una immagine che è la tua, o che vorresti fosse. Insomma, una sorta di viaggio interiore a cui nessuno può sfuggire. E parlo dei libri che hanno un valore intrinseco. Per gli altri non ho risposta. ma immagino che da una persona come te Marino, io possa aspettarmi solo domande che riguardano la lettura di “libri che val la pena leggere”.

10) A quale altra domanda avresti voluto rispondere?
Di che cosa parlerà il tuo nuovo romanzo?
Di un padre. Una paternità non convenzionale, ma fortemente voluta. Non è vero che è sempre e solo la mamma l’imprinting più importante dell’essere umano. Proverò a dimostrare che non tutti i concetti assodati non siano sovvertibili. O comunque, infallibili.

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MONI OVADIA

© 2011 OYLEM GOYLEM tutti i diritti riservati.

Nasce a Plovdiv in Bulgaria nel 1946, da una famiglia ebraico-sefardita.
Dopo gli studi universitari e una laurea in scienze politiche ha dato avvio alla sua carriera d’artista come ricercatore, cantante e interprete di musica etnica e popolare di vari paesi. Nel 1984 comincia il suo percorso di avvicinamento al teatro, prima in collaborazione con artisti della scena internazionale, come Bolek Polivka, Tadeusz Kantor, Franco Parenti, e poi, via via proponendo se stesso come ideatore, regista, attore e capocomico di un “teatro musicale” assolutamente peculiare, in cui le precedenti esperienze si innestano alla sua vena di straordinario intrattenitore, oratore e umorista. Filo conduttore dei suoi spettacoli e della sua vastissima produzione discografica e libraria è la tradizione composita e sfaccettata, il “vagabondaggio culturale e reale” proprio del popolo ebraico, di cui egli si sente figlio e rappresentante, quell’immersione continua in lingue e suoni diversi ereditati da una cultura che le dittature e le ideologie totalitarie del Novecento avrebbero voluto cancellare, e di cui si fa memoria per il futuro.
Leggi la biografia completa di Moni Ovadia.
Visita il sito di Moni Ovadia.

Moni Ovadia sarà a Napoli allo Stay Human Festival il prossimo 17 giugno alle ore 20,30 in “Parole e musica per la Palestina” con Daniele Sepe e la Rote Jazz Fraktion– Teatro Astra (via Mezzocannone n. 19)

1. Perché ha scelto il lavoro/mestiere che fa?
Ho riconosciuto in me stesso la capacità di narrare e di cantare e in una dimensione sociale e etica dell’esistenza  ho capito che il linguaggio del corpo mi dava una libertà e universalità che nulla mi avrebbe potuto dare. Per cui posso esprimere molte cose con la libertà di chi non è legato al  linguaggio. Libertà del linguaggio che corrisponde molto alla possibilità di rompere gli schemi e non cedere ai compromessi di potere.

2. Qual è l’aggettivo che meglio definisce la Sua attività?
Guardi io dico un po’ così, come dire, provocatoriamente “saltimbanco”.

3. Qual è il Suo primo ricordo di una biblioteca?
Beh questo risale proprio… ai tempi della mia scuola. Sa, io ho fatto una scuola ebraica, la scuola ebraica di Milano. Ma guardi, ebrei e libri sono la stessa cosa.

4. Come definirebbe la biblioteca?
La biblioteca paradossalmente è un luogo dove pur non essendoci gli uomini, quando i bibliotecari se ne vanno, è densissimo di umanità. E’ uno dei luoghi più densi di umanità che esistano.

5. Che cosa Le piace di più in una biblioteca?
L’odore, gli spazi.

6. Quale è stato il primo libro che ha letto?
Non ricordo, onestamente non ricordo.

7. Quale libro le ha lasciato un ricordo speciale?
Beh, chiedere a me una cosa del genere… E’ impossibile dare una risposta! Ce ne sono troppi di libri che hanno segnato… Ovviamente dalla Bibbia, a Kafka, al Manifesto del partito comunista di Carlo Marx a poi tanti poeti, cioè, queste domande che voi fate per le vostre interviste sintetiche, mi scusi, questa domanda è insensata. Può farla ad uno che ha letto dieci libri nella vita. Me ne sono passati tra le mani a migliaia. Sono troppi i libri che hanno segnato la mia esistenza.

8. Quale libro consiglierebbe a un giovane lettore?
Ad un giovane lettore consiglierei, dico fra i tanti, Le Settantacinque Poesie di Kostantinos Kavafis.

9. Leggere fa bene? E perché?
Leggere fa bene perché è un modo per conoscere e per conoscersi, quindi se uno non vuol essere un burattino dei meccanismi socio economici, i libri sono degli strumenti per diventare libero. Non è una condizione sufficiente, ma necessaria.

10. A quale altra domanda avrebbe voluto rispondere?
(pausa)  Beh, questa è un po’ da Marzullo.
Ma, la domanda che vorrei è “Cosa può fare un libro ad un essere umano?”.
La risposta è “Cambiargli la vita.”.

(intervista realizzata telefonicamente l’11 giugno 2012 – Grazie a Moni Ovadia per la pazienza e la generosa disponibilità)

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Natalino Balasso

foto di Nicola Boschetti

Attore, comico e autore di teatro, cinema, libri e televisione, debutta nel 1990 in teatro, nel1998 in televisione, nel 2007 al cinema e pubblica libri dal 1993. Scrive e rappresenta numerosi spettacoli tra cui la commedia Dammi il tuo cuore, mi serve (2003) i monologhi Ercole in Polesine (2004), La tosa e lo storione (2007), L’Idiota di Galilea (2011), Stand Up Balasso (2011)  e insieme a una giovane compagnia rappresenta Fog Theatre (2009) un colossal teatrale di dieci spettacoli da lui scritti. Interpreta spettacoli per la regia di Gabriele Vacis, Libera Nos (2005), Viaggiatori di pianura-tre storie d’acqua (2008), Rusteghi –i nemici della civiltà (2011) e per la regia di Paolo Valerio e Piermario Vescovo La bisbetica domata (2009). Pubblica tre romanzi, L’anno prossimo si sta a casa (2004), Livello di guardia (2007), Il figlio rubato (2010). Al cinema lavora con Gianni Zanasi Non pensarci, con Carlo Mazzacurati La giusta distanza e La Passione, con Massimo Venier Generazione mille euro, con Federico Rizzo Fuga dal call center. Per la televisione recita nella fiction Padri e Figli  (G.Zanasi e G.Albano) e nel film Il segreto dell’acqua (R.De Maria).
E’ autore e interprete di apprezzati video comici a sfondo sociale per youtube.
Collabora con il Fatto Quotidiano.it
Visita il sito di Natalino Balasso e il suo blog .

1. Perché hai scelto il lavoro/mestiere che fai?
Beh poter scegliere un mestiere è cosa impossibile, direi. Si finisce per fare ciò che si riesce a fare, io volevo fare il calciatore, figurati. Ho imparato a recitare piano piano e direi che ci ho messo più di 10 anni. Insomma ho provato prima a vedere se ero capace di farlo, poi ho scoperto che ne ero capace e ho continuato a farlo.

2. Qual è l’aggettivo che meglio definisce la tua attività?
Un’attività che si definisce con un aggettivo è ben poca cosa. Ma se proprio vogliamo fare il gioco delle domande stupide, ti rispondo: rutilante, a mo’ di avverbio aggettivante o di aggettivo avverbiante.

3. Qual è il tuo primo ricordo di una biblioteca?
Alle elementari, la biblioteca della canonica. Il parroco ci ha fatto trascorrere qualche settimana tra i libri. Per leggerli? No, per spolverarli tutti!

4. Come definiresti la biblioteca?
Refugium lectoris.

5. Cosa ti piace di più in una biblioteca?
Immagino che se ti rispondo “la bibliotecaria” cominci a non prendermi più troppo sul serio. In verità non sono un frequentatore di biblioteche, ma se la gente facesse silenzio mi piacerebbe il silenzio.

6. Quale è stato il primo libro che hai letto?
Al di fuori della scuola, credo, un libro di avventure, forse 20.000 leghe sotto i mari che guarda caso proprio in questi giorni sto rileggendo in francese. E’ incredibile come anche nella versione francese succedano più o meno le stesse cose di quella italiana. Un particolare che avevo dimenticato: nel Nautilus si poteva fumare (sigari d’alga).

7. Quale libro ti ha lasciato un ricordo speciale?
Un libro che ho rimuginato per oltre un anno è stato “Sinhue l’egiziano” di Mika Waltari, forse perché ero piccolo e non avevo letto molti libri, sognavo di rivivere le avventure di Sinhue. Più tardi ho amato molto Raymond Queneau, di lui ho letto una dozzina di libri, compreso un trattatello di storia, di lui il mio preferito: “I fiori blu” tradotto da Italo Calvino. Un libro che mi ha lasciato un bellissimo ricordo e che torno a leggere ogni tanto è “Notre Dame de Paris” (V. Hugo). A livelli diversi molti altri libri mi hanno lasciato molto, dai saggi di etnologia ai testi sulle religioni. Di sicuro i libri di Henri Laborit “La nouvelle grille” e “Elogio della fuga” sono quelli che mi hanno lasciato qualcosa nella testa. Laborit ha scritto anche un’autobiografia davvero interessantissima, che non ha nulla a che fare con le autobiografie, è piuttosto una visione del mondo. Non posso però esimermi dal citare due fumetti che ho adorato: “I briganti” di Magnus e “Penthotal” di Andrea Pazienza.

8. Quale libro consiglieresti a un giovane lettore?
Dipende molto dagli interessi personali, in linea di massima sono dell’idea che nessun libro è buono per tutti, odio le classifiche sul gradimento dei libri, le trovo stupide: il fatto che un libro sia piaciuto a molti non significa che debba piacere a tutti. Dal momento poi, che io sono dell’idea che la letteratura non dev’essere una sofferenza, indicare un libro buono per chiunque è contrario ai miei principii. Posso citare un libro che a me, da giovane è piaciuto e che ogni tanto rileggo: “L’idiota” di Dostoeskij. Se un giovane vuole abbandonare le cazzate e avvicinarsi al mondo dei fumetti d’autore, gli consiglio “Berserk” di Kentaro Miura, una produzione seriale ma di grande livello.

9. Leggere fa bene? E perché?
Ovviamente dipende da cosa leggi, se leggi Moccia oppure leggi un sacco di sms, credo che leggere faccia male, forse sarebbe meglio leggere i contatori del gas. La lettura, se consapevole e non compulsiva può lasciare molto e arricchire. Ma siamo al tempo in cui si sta passando dal leggere al guardare le figure.

10. A quale altra domanda avresti voluto rispondere?
A che ora vuoi che prepariamo il buffet?

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gigi masin

Nato a Venezia nel 1955 Gigi Masin è nella scena musicale dai primi anni ’70. Speaker  radiofonico e musicista, inizia nel 1978 una collaborazione con lo scrittore e poeta Massimo Palladino, con cui ha realizzato numerosi spettacoli teatrali e commedie radiofoniche. Regista, autore, produttore, doppiatore ha all’attivo sia lavori per il teatro che per la televisione, nonché numerosi cortometraggi. Il suo primo disco è del 1986 e da allora molti artisti hanno riproposto la sua musica (Bjork, Nujabes, To Rococo Rot, Main Attraktionz, per nominarne alcuni).
Il sito di Gigi Masin.
Leggi uno speciale su Gigi.

1. Perché hai scelto il lavoro/mestiere che fai?
Ho cercato per tutta la vita di lavorare nel mondo della radiofonia e a 16 anni avevo già inviato alla RAI la mia prima domanda di assunzione. Troppo testardo per accettare compromessi e troppo appassionato per sopportare nepotismi e mediocrità ho deciso che radio, musica e teatro fossero la mia ‘poetica di vita’. Il mio attuale lavoro (nel campo delle telecomunicazioni) lascia almeno il tempo alla fantasia.

2. Qual è l’aggettivo che meglio definisce la tua attività?
La ricerca del non conosciuto, attraverso la giungla dei sentimenti e dell’improvvisazione. Io sono un ‘testardo’ non nel metodo ma certo nel voler continuamente seguire quel flebile lumicino che intravedo all’orizzonte, verso cui mi sto dirigendo senza un vero motivo, senza fermarmi, da sempre.  

3. Qual è il tuo primo ricordo di una biblioteca?
Da ragazzino, nell’ingresso dell’appartamento di una nobildonna francese a Venezia. C’erano delle librerie foderate con partiture di musica e moltitudini di libri antichi rilegati in pelle. Ricordo però la sensazione amara che mi veniva dal netto contrasto tra i preziosi libri curati con amore e le pagine di musica usate come mera carta da parati.

4. Come definiresti la biblioteca?
Come scrive Umberto Eco, mi piace pensarla “..un opificio di sapienza..” anche se non ci sono ora amanuensi e miniatori all’opera. Forse non una fabbrica del pensiero ma certo una bottega di idee, un luogo nobile di costruzione e ponte tra fantasia, storia e realtà. Indispensabile, insostituibile, senza vere biblioteche Internet sarebbe una rete di cavi elettrici sospesi nell’abisso del nulla.

5. Cosa ti piace di più in una biblioteca?
L’odore della vernice del pavimento in legno e quel sentore di cellulosa e polvere. Diventa una sorta di musica il cigolio del pavimento, le sedie appena spostate ed i colpi di tosse. In verità luogo principe di meditazione, baluardo del silenzio inteso come gesto di rispetto dell’altro e disciplina del conoscere.

6. Quale è stato il primo libro che hai letto?
“TOMMY RIVER” di Mino Milani e di seguito “I RAGAZZI DELLA VIA PAL” di Molnar, dopo aver inutilmente tentato di leggere Verne e Salgari che sempre mi venivano regalati e che sempre trovavo terribilmente noiosi.

7. Quale libro ti ha lasciato un ricordo speciale?
Il “CAINO” di George Byron, per la magia della scrittura, per la forza della narrazione, presumo sia uno dei poemi più sottovalutati della Storia. Difficile, se non impossibile dopo averlo letto, non provare affetto e rispetto per il Caino che è in noi, imperfetto e universale, debole e tenace, capace di una visione illuminante ed inaspettata del mistero della fede e della vita.

8. Quale libro consiglieresti a un giovane lettore?
Inizierei con “IL GATTOPARDO” di Tomasi di Lampedusa, indispensabile ‘porta’ di comprensione del nostro paese, per passare a “MALEDETTI DA DIO” di Sven Hassel, affresco terribile di cosa può essere la guerra, per poi chiudere con i “CANTI PISANI” di Ezra Pound. Trovare nell’altro, nell’avversario, in chi sta dall’altra parte, una visione così intensa, forte e appassionata come noi soli crediamo di avere, questa èla sfida. Conoscereè essere, le scelte di vita vanno fatte con il cuore, ma un cuore pulsante che non sia cieco e sordo.

9. Leggere fa bene? E perché?
Leggere non è indispensabile. Rendere la ‘lettura’ bella e necessaria, questo è magico. Nella libreria di casa, oltre a libri meravigliosi e a me indispensabili, ci sono dei romanzi, monografie e cataloghi che ho appena sfogliato, ma ho voluto per i miei figli che stanno crescendo. La forza della lettura è nella possibilità di conoscenza e della scelta che noi rendiamo libera e accessibile a chi ne è interessato. Ma la lettura è soprattutto scoperta, fascinazione, innamoramento, stupore di intravedere mondi nuovi, parole insospettate e risposte che non rispondono a nessuna delle domande che avevamo, ma ne pongono altre, più forti e necessarie, molte delle quali resteranno così, aperte e misteriose.

10. Aquale altra domanda avresti voluto rispondere?
“Perchè nascondi a casa il Sacro Graal?”.. Ai Monty Python sarebbe piaciuta.

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