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Archive for ottobre 2013

Roberto Lamantea

Roberto Lamantea con Ghost (foto di Lorenzo Pòrcile)

 

Nato a Padova nel 1955 (ma ha trascorso infanzia e adolescenza tra il Friuli Venezia Giulia, la Liguria e il Lago Maggiore), figlio di un pugliese e una friulana con radici in Austria, Roberto Lamantea vive a Mirano. Giornalista, critico letterario e di danza (cura la vetrina di saggi letterari “Lamantea a margine” sul sito di Amos Edizioni), ha collaborato con la pagina libri de “Il Gazzettino” (1973-1980), è redattore della “Nuova di Venezia e Mestre” dal 1989. Ha pubblicato “Eucaliptus” (Rebellato, Cittadella 1975), “Ibis azzurro” (1979), “Xilofonie” (1994), “Nel vetro del cielo” (Amos, Mestre 2006), “Verde notte” (Amos 2009) e la breve raccolta di saggi “Il bene necessario” (Amos 2006) su arte e violenza.

Nel 2013 ha pubblicato il libro di poesie “Delle vocali l’azzurrità” per la collana “Pretesti” dell’editore Manni.

La scheda di Roberto Lamantea nel sito di Manni Editori.
I libri di Roberto Lamantea in IBS.
Visita la pagina Facebook di Roberto Lamantea.

Verde notte

Verde notte.

1. Perché hai scelto il mestiere/lavoro che fai?
A dire il vero è lui che ha scelto me. È andata così: quando è nata “la Nuova” cercavano un collaboratore da Mirano, qualcuno ha fatto il mio nome, ho iniziato a scrivere quando non sapevo nemmeno cosa fosse un Consiglio comunale. Ho imparato presto, ho tanto rotto le scatole ai poteri locali, nel 1988 sono stato assunto come redattore. Non avevo mai pensato di fare il giornalista, di scrivere sui giornali sì, come critico letterario (strane le mie rêverie adolescenziali, vero?),  cosa che ho fatto per “Il Gazzettino” dal 1973 al 1980. Da bambino sognavo di fare lo scrittore (ma ero un bambino normale?), il direttore di un museo di storia naturale, il macchinista dei treni. Continuo a fare il giornalista, ho pubblicato dei libri. I miei lavori sono due: il giornalista, mi dà lo stipendio e l’autonomia economica; il lettore/scrittore, mi dà la gioia.

2. Qual è l’aggettivo che meglio definisce la tua attività?
Sono un salmone che nuota contro la corrente (o è la corrente che nuota contro di me?): disarmonico.

3.  Qual è il tuo primo ricordo di una biblioteca?
Ho sempre amato i libri, la carta (il suo odore, il suo corpo al tatto), le copertine, il piacere del racconto e della fiaba, il canto della poesia. A 14 anni leggevo Pirandello (!), usciva settimanalmente negli Oscar Mondadori, amavo (amo) Leopardi e Pascoli. Fin da bambino i libri di scienze naturali, gli animali, le piante, gli alberi e i fiori, i minerali, l’enciclopedia “Conoscere” della Fratelli Fabbri Editori (un mito negli anni ’60). La mia prima biblioteca è stata la mia, nella mia stanza cucciola, da bambino poi ragazzino. Poi è arrivata la biblioteca pubblica: nei primi anni ’70, appena deportato a Mirano, divoravo le novità librarie della Biblioteca comunale; poi il Comune mi ha assunto a termine come aiutobibliotecario, sono stato il primo aiutobibliotecario del Comune di Mirano, quando la Comunale aveva sede dietro il municipio in viale delle Rimembranze. Una biblioteca per me è legata a una sensazione di intimità, quiete, gioia segreta, benessere.

4.  Come definiresti la biblioteca?
Il luogo che raccoglie tutti i luoghi.

5.  Cosa ti piace di più in una biblioteca?
I libri sugli scaffali, gli scaffali sui muri, il fruscio, le infinite melodie delle parole, i tavoli, le lampade sui tavoli, e i lettori-viaggiatori alla scoperta del mondo.

6.  Quale è stato il primo libro che hai letto?
Domanda difficilissima. Certamente libri di storie e di fiabe. A 7 anni, durante un mese d’ospedale a Imperia, ho letto il “Don Chisciotte” di Miguel de Cervantes Saavedra (ricordo che una suora voleva proibirmelo), in un’edizione dalla copertina di tela verde. Poi sono arrivati Jack London (“Zanna bianca” e “Il richiamo della foresta”, con fiumi di lacrime da parte mia), “Cuore” di De Amicis, “Pinocchio” di Collodi (uno dei libri che amo di più, oggi nella mia biblioteca ne ho otto edizioni diverse), “Alice nel Paese delle meraviglie” di Lewis Carroll, che credo sia il libro che amo di più. Poi un libro che ho ancora, un po’ sgangherato, dalla copertina plastificata: “Le mie novelle” di M.P. Pezzi (non ho mai saputo il nome nascosto nelle iniziali M.P., non c’è neanche in Internet), Editrice Piccoli Milano. E i libri sugli animali.

7.  Quale libro ti ha lasciato un ricordo speciale?
Sono obbligato ad andare agli anni dell’Università. In realtà i libri che mi hanno lasciato ricordi speciali saranno una ventina. Ma nei miei vent’anni mi sono innamorato come mai prima e mai più dopo di una compagna di corso, in quel periodo ho scoperto Pedro Salinas (“La voce a te dovuta” e “Vigilia del piacere”, Einaudi) e ogni pagina di quei due libri bellissimi (poesie il primo, racconto lungo l’altro) è legata a lei. Tra le pagine ho ancora petali di rosa. Lei mi ha fatto scoprire le poesie di Fortini degli anni ’40, e nel mio cuore respirano.

8.  Quale libro consiglieresti a un giovane lettore?
Uno dei classici della narrativa dell’Otto/Novecento. Un romanzo che faccia respirare il cuore e la mente, faccia scoprire che il cuore e la mente non sono nemici. Dickens, London, Hemingway, Pavese, Calvino, per la poesia Emily Dickinson.

Poesia è una rosa rossa

Poesia è una rosa rossa.

9.  Leggere fa bene? E perché?
L’esperienza e il tempo dedicato alla lettura sono tra le cose più belle della nostra vita. Non c’è emozione o esperienza che non sia raccontata nei libri. Ci insegnano a sorridere delle delusioni e ad andare avanti; a indignarci per le ingiustizie, le violenze e le guerre; a innamorarci ancora; ad amare i bambini e gli animali, ad amare gli altri sapendo che anche loro piangono e ridono, a volte sono felici, quasi sempre sono soli. Leggere aiuta a pensare, quindi ad essere cittadini della polis; pensare oggi è la cosa più rara. Leggere insegna il silenzio, oggi la bellezza del silenzio è in esilio. Chi legge sa amare. Chi non legge… beh, basta guardare l’Italia.

10.  A quale altra domanda avresti voluto rispondere?
Credi che una biblioteca pubblica abbia, nel mondo ipertecnologico di oggi, ancora un ruolo per la lettura (i libri) di carta?

Credo che una biblioteca pubblica sia importante come lo è un ospedale, un teatro, una scuola. Una biblioteca pubblica è la prima stazione di partenza per ogni viaggio, i libri di carta e gli e-book, i computer e il fruscio delle pagine non sono antitetici, il web e gli scaffali vivono insieme; quindi una biblioteca pubblica è il luogo dove i mondi si incontrano. È il luogo del dialogo tra culture. Tra la storia e il futuro. È il luogo del gioco (la lettura è anche un gioco); quindi della felicità.

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Flavio Villani

Flavio Villani, nato a Milano nel 1962, si divide fra la professione di medico e la scrittura creativa. Ha pubblicato nel 2007 una breve raccolta di poesie dal titolo “Gli assedi del nulla” (Editori della Peste). Diverse poesie e racconti sono reperibili in siti internet.

Il suo primo romanzo, pubblicato per l’editore Laurana, s’intitola “L’Ordine di Babele”.

Visita il blog di Flavio Villani.
La pagina personale in Facebook.
Twitter: @FlavioVillani

 

1. Perché hai scelto il lavoro/mestiere che fai?
I lavori che mi sono scelto sono due: il medico e lo scrittore. E ciò complica alquanto la risposta perché le due cose sono ben distinte, ma anche tremendamente interconnesse. Un caos. Comunque, cercando di arrivare al nocciolo, posso dire che il mestiere del medico l’ho scelto molto giovane in modo totalmente idealistico: pensavo che mi sarei reso utile, ma anche (e soprattutto) sognavo il lato eroico della faccenda. A quell’età certe decisioni si prendono anche così, sognando.

Il mestiere dello scrittore (non so se così lo posso definire, nonostante pratichi attivamente la scrittura da una quindicina d’anni) è venuto molto dopo senza un perché che non fosse legato al puro piacere di praticare l’arte della scrittura. Un piacere che per me è stata la naturale continuazione del piacere di leggere.

2. Qual è l’aggettivo che meglio definisce la tua attività?
Impegnativa, ma non saprei farne a meno.

3. Qual è il tuo primo ricordo di una biblioteca?
I primi ricordi risalgono alla quinta elementare quando un nuovo compagno di scuola che presto divenne il mio migliore amico, mi rivelò l’esistenza della biblioteca della scuola. Al tempo, diversamente da quanto accade oggi, non eravamo stimolati dai nostri maestri a frequentarla. Scoprii così che esisteva la possibilità di prendere in prestito libri di cui non avevo neppure mai sentito parlare. Nonostante l’età il mio amico era già un appassionato lettore di fantascienza (quel genere in casa mia non girava) e già si rifiutava di leggere i cosiddetti romanzi per ragazzi. Un giorno lo seguii e da lì mi si aprì un mondo.

4. Come definiresti la biblioteca?
Quando penso alla biblioteca penso a Borges e al labirinto. È l’unico luogo dove potrei perdermi felicemente.

5. Cosa ti piace di più in una biblioteca?
L’idea che al suo interno ci siano infinite possibilità, ma soprattutto che una volta entrato tutto il resto se ne rimane fuori.

6. Quale è stato il primo libro che hai letto?
Mi sono dimenticato tantissime cose della mia infanzia, ma questa no. Ricordo distintamente la felicità di poter leggere in autonomia, senza più bisogno di dover chiedere ai miei genitori di leggermi il capitolo serale. Il libro era “Viaggio al centro della terra” di Jules Verne. Era anche stupendamente illustrato, e mi è rimasto talmente impresso che ricordo ancora il piacere che provavo nel mettermi a letto a leggerlo. Spero tanto che le mie figlie abbiano la fortuna di provare le stesse sensazioni con le loro prime letture.

7. Quale libro ti ha lasciato un ricordo speciale?
I ricordi legati ai libri sono tantissimi. Luoghi, persone, situazioni che si ricollegano al periodo in cui ho letto un determinato libro. E poi ci sono ricordi speciali legati alle diverse fasi della vita. Se ne devo identificare uno in particolare dovrei dire “Se questo è un uomo” di Primo Levi. L’ho letto la prima volta a tredici anni. Da quel momento ho capito che l’infanzia era finita.

8. Quale libro consiglieresti a un giovane lettore?
“Se questo è un uomo” di Primo Levi. Per le stesse ragioni per cui per me rimane un libro fondamentale.

9. Leggere fa bene? E perché?
Leggere non fa bene, fa benissimo. Ognuno dovrebbe prefiggersi un tempo minimo giornaliero dedicato alla lettura. Le ragioni sono tantissime e non starò ad elencarle, anche perché sono facilmente intuibili. Voglio solo ricordarne una fra le tante: la lettura, soprattutto la buona lettura, richiede un tempo definito e silenzioso. Rallenta ogni cosa e ci permette di rientrare in noi stessi, dedicandoci un tempo che non deve essere diviso con nessun altro impegno, telefono, internet, televisione, appuntamenti… La lettura ci salva dal caos.

10. A quale altra domanda avresti voluto rispondere?
L’editoria italiana è in buona salute?
No, non lo è.
C’è speranza?
Sì, se gli editori sapranno uscire dalla pura logica di mercato, e, guardando lievemente oltre il loro naso, riprenderanno a fare il loro mestiere.

 

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Mattia Signorini

Mattia Signorini è nato nel 1980.
Ha pubblicato “Lontano da ogni cosa” (Salani 2007; economica TEA 2011), “La sinfonia del tempo breve” (Salani 2009, vincitore del Premio Tropea 2010) e “Ora” (Marsilio, 2013).

I suoi romanzi sono tradotti in molti paesi. Dopo anni di lavoro come talent scout per un’importante agenzia letteraria, ha fondato in Veneto la scuola di scrittura creativa Palomar.

Visita il sito di Mattia Signorini.
Leggi le schede dei libri di Mattia Signorini in IBS.
La pagina Facebook di Mattia Signorini.
Twitter: @mattiasignorini

 

1. Perché hai scelto il lavoro/mestiere che fai?
Quando ho iniziato a scrivere, non sapevo se sarebbe diventato un lavoro. Mi ci sono dedicato anni, collezionando i rifiuti degli editori, come capita a tutti gli aspiranti scrittori, ma non mi davo per vinto. Ai tempi dell’università leggevo 80 romanzi all’anno, oltre ai libri di testo, e studiavo gli autori. Volevo capire come facevano a scrivere i loro romanzi. Ho passato tante sere in casa. Per pubblicare con una major c’è voluto tanto tempo. Quando è successo avevo 27 anni, e da 8 scrivevo incessantemente. Quando ho capito che la mia passione si stava trasformando in un lavoro, ho deciso di licenziarmi dall’azienda per cui lavoravo.

2. Qual è l’aggettivo che meglio definisce la tua attività?
Credo che uno scrittore, prima di ogni altra cosa, sia uno che si guarda intorno. Insomma, un osservatore.

3. Qual è il tuo primo ricordo di una biblioteca?
Ho sempre comprato i libri in libreria. Solo all’università ho capito il valore di una biblioteca, che è immenso. All’inizio ci andavo per fare ricerche legate agli studi, poi ho capito che lì c’era un mondo, a portata di mano. E adesso frequento regolarmente le biblioteche.

4. Come definiresti la biblioteca?
È il luogo della possibilità. È internet prima di internet, una rete che puoi toccare. Una biblioteca esce dagli schemi del mercato librario tradizionale. Non ci sono libri in catalogo e libri fuori catalogo, e tutto è a portata di mano. Adesso la biblioteca è anche il mio luogo di lavoro. Quest’anno sono tornato a vivere a Rovigo, dove ho fondato una scuola di scrittura creativa in collaborazione con l’Accademia dei Concordi, la biblioteca della mia città. La scuola si chiama Palomar, come il libro di Calvino.

5. Cosa ti piace di più in una biblioteca?
Quando entro in biblioteca, il tempo si rallenta. Il mondo di fuori continua a scorrere alla sua velocità, eppure in quel luogo so che posso fare una cosa speciale: prendere del tempo per me stesso.

6. Quale è stato il primo libro che hai letto?
“Il giornalino di Gian Burrasca” di Vamba. L’ho letto e riletto decine di volte. Alle elementari quel ragazzino ribelle era il mio eroe.

7. Quale libro ti ha lasciato un ricordo speciale?
Voto ancora e sempre Gian Burrasca.

8. Quale libro consiglieresti a un giovane lettore?
Gli direi di provare con “La fattoria degli animali” di George Orwell. Gli direi che se sente che qualcosa non funziona, in questo mondo, quel piccolo libro può iniziare a dargli delle risposte.

9. Leggere fa bene? E perché?
Noi siamo una stanza, con le pareti bianche e qualche finestra. Più facciamo esperienza di vita, più finestre compaiono nella nostra stanza. I libri sono moltiplicatori di finestre. Ci permettono di vivere anche vite che non sono la nostra, e che altrimenti non potremmo conoscere. Leggere trasforma la nostra mente da muro a vetrata, ci rende persone migliori, e più consapevoli

10. A quale altra domanda avresti voluto rispondere?
A questa: ti va di rifare la stessa intervista tra 30 anni?
Certo che mi va. Significherebbe due cose. La prima, che avrò continuato a scrivere libri. La seconda, che i libri, per fortuna di tutti, esisteranno ancora.

 

 

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Carlo Crudele Cruel

Sono Carlo Crudele, arrivo da Salerno e mi aggiro attualmente nei dintorni di Milano, ho 34 anni e, da buon gemelli, vanto una doppia identità: come Carlo sono editor e traduttore (già per Mondadori, BD, L’Ancora del Mediterraneo ed altri), e come Cruel, il mio alterego, sono vignettista e illustratore. Tanti mestieri (anzi, tante passioni che riesco talvolta a tramutare in mestieri) accomunati dall’amore per la parola scritta e per la lingua, italiana e non. E, leggendo le mie risposte, vi accorgerete che la lingua ce l’ho eccome. E lunga!

Carlo Crudele in Facebook.
Cruel in Facebook.

1. Perché hai scelto il lavoro/mestiere che fai?
Perché ho sempre amato le lingue, in primo luogo la mia. Da tempo immemore scrivo, e nel 1998 per sfogare la mia logorrea (per fortuna scritta, non orale) ho fondato un magazine musicale indipendente sul web, MusicbOOm, che è durato dieci anni e mi ha regalato immense soddisfazioni. Poi mi sono cimentato con l’inglese, che studio da quando avevo sei anni per volere di una madre quasi troppo avanti rispetto alle altre: mi è capitato quasi per gioco di finire come stagista in una storica casa editrice napoletana – l’Ancora del Mediterraneo –, con in tasca il “diploma” di editor professionista e tanta buona volontà, ed il patron della baracca mi ha proposto di tradurre un saggio, peraltro splendido, sulla cultura pop americana in Medio Oriente. Io, che sono uno che alle contaminazioni culturali è sempre stato istintivamente interessato, ho accettato. La paga era da fame, e alla fine nemmeno quella ho ricevuto (siamo o non siamo in Italia?), ma almeno ho capito che potevo tradurre, e bene. E che mi piaceva da matti.
E non è finita: visto che mi diletto anche col disegno, ma sono troppo pigro per diventare un disegnatore, ho cominciato a fare vignette satiriche col nomignolo di “Cruel”. Anche lì, parlo più con le parole, mia eterna passione, che col disegno: per mettere in moto il cervello di chi mi legge utilizzo calembour, doppi sensi e tutto il repertorio che una lingua splendida come la nostra consente. E anche quello, in fondo, è un ambito che non lascerei per nulla al mondo.

2. Qual è l’aggettivo che meglio definisce la tua attività?
La mia è un’attività eclettica: nulla come la traduzione ti porta ad esplorare mondi ed ambiti che altrimenti non conosceresti mai. Io ho tradotto saggistica, noir, addirittura erotici… e ne sono fiero. In ogni traduzione imparo qualcosa: quando mi butto in un nuovo libro è come entrare in un campo minato. Pregusto sempre il momento in cui le mine brilleranno, facendo crollare un ennesimo steccato mentale ed aprendomi nuovi, affascinanti orizzonti.
E poi, non c’è niente di più eclettico di usare una penna tanto per editare un romanzo, quanto per disegnare una striscia comica!

3. Qual è il tuo primo ricordo di una biblioteca?
Ne ho ben pochi: arrivo da una regione – la Campania – in cui le biblioteche, specie nei piccoli centri, sono poche, malmesse e poco “sponsorizzate”. Se si pensa poi che parliamo di trent’anni fa, e di paesini minuscoli… Non ho mai avuto la grande fortuna di avere una biblioteca vicino casa, né in generale di un panorama culturale minimamente vivo. Per fortuna, suppliva una famiglia assolutamente atipica, con due genitori che riempivano di libri gli scaffali.

4. Come definiresti la biblioteca?
Uno scrigno.

5. Cosa ti piace di più in una biblioteca?
La possibilità, che solo un’istituzione come la biblioteca ti dà, di rischiare senza pagare pegno. Con gli attuali prezzi dei libri e la crisi strisciante (anzi, la crisi ha imparato da tempo a camminare…), avere la chance di poter scegliere un nuovo libro senza l’onere della spesa è un enorme privilegio. Che pochi sfruttano.

6. Quale è stato il primo libro che hai letto?
Oddio, domanda delle cento pistole. Posso dirti che mia madre mi ha indottrinato con dosi massicce di Peanuts, senza i quali non sarei minimamente ciò che oggi sono, e che una dolce libraia del paese che confinava col mio, vedendo che a dodici anni o giù di lì già ruminavo libri su libri, mi prestò “Christine – La macchina infernale” di King. Non esattamente un libro da dolce libraia, né da dodicenne. Ma da lì in avanti e fino ai diciott’anni, di King penso di aver divorato l’intera bibliografia.

7. Quale libro ti ha lasciato un ricordo speciale?
Tanti, e per tanti motivi diversi. Ma, ogni volta che devo sceglierne uno, mi ‘casca l’occhio’ su “La vita agra” di Bianciardi. E poi – visto che per me i fumetti sono libri a tutti gli effetti, e segretamente disprezzo chi non la pensa allo stesso modo – non posso non citare “Memorie dall’Invisibile”, numero 19 di Dylan Dog, in cui Tiziano Sclavi dimostra di essere uno dei più intensi e toccanti raccontastorie del Novecento italiano.
(Ah, e poi “Un amore” di Buzzati, e i racconti di Asimov, e “Io sono leggenda” di Matheson, e “Ubik” di Dick, e “Truciolo” di Marai, e “Rimini” di Tondelli, e “Pompeo” di Pazienza, e “Pastorale americana” di Roth, e “Destra e sinistra” di Revelli…)

8. Quale libro consiglieresti a un giovane lettore?
Un libro che ha segnato la mia gioventù, ovvero “Cose preziose” di King. È sport (inter)nazionale tirare freccette contro King, ma nessuno come lui sa tenerti incollato a mattoni di cinquecento e passa pagine. Certo, non ci troverai il senso della vita, ma un grande narratore sì. E per scoprire il senso della vita c’è tutta l’età adulta.

9. Leggere fa bene? E perché?
Non chiediamoci più perché faccia bene leggere, per favore. Almeno questi minimi assunti di buon vivere, consideriamoli come assiomi: sarebbe un gran passo avanti. Non credo nella politica del ‘question everything’, non sempre: leggete, insomma, e poi capirete perché, e quanto, fa bene.

10. A quale altra domanda avresti voluto rispondere?
Non ho pretese marzulliane… e sono già contento di aver avuto ben nove possibilità di dire la mia in un sol colpo!

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Rossella Milone

Rossella Milone – foto di Rino Bianchi

Rossella Milone è nata a Napoli nel 1979, vive e lavora a Roma. Ha pubblicato “Poche parole, moltissime cose” (Einaudi); “La memoria dei vivi”, (Einaudi, premio Pistoia), “Nella pancia, sulla schiena, tra le mani” (Laterza), “Prendetevi cura della bambine” (Avagliano, menzione premio Italo Calvino).
Scrive per il teatro e per il cinema,  per Il Mattino, Il fatto Quotidiano e per  svariate riviste letterarie.
Su twitter la trovate qui: @MiloneRossella.
Il suo blog è: rossellamilone.blogspot.it

1. Perché hai scelto il lavoro/mestiere che fai?

All’inizio è stata un’esigenza, una necessità o, come lo interpreto io, un atto istintivo. Ho cominciato a scrivere sin da piccola; più che altro ho da sempre inventato storie, come se l’affabulazione fosse congeniale al mio modo di capire il mondo. La scelta di far diventare questo atto istintivo un mestiere è arrivata dopo, con una consapevolezza più approfondita, con lo studio. Soprattutto col confronto.

2. Qual è l’aggettivo che meglio definisce la tua attività?

Incosciente. E’ da incoscienti sedersi tutti i giorni alla scrivania e mettersi a inventare un mondo dal nulla; convivere con la difficoltà emotiva che la scrittura comporta; affidare a una storia aspettative, speranze, intenzioni, senza sapere cosa ne sarà di lei. Senza sapere a chi piacerà o a chi servirà. Soprattutto in cambio di molto poco. Ma in questa incoscienza c’è tutta l’essenza di questo mestiere – la bellezza di inventare qualcosa di nuovo ogni giorno.

3. Qual è il tuo primo ricordo di una biblioteca?

Ero molto piccola. Mi trovavo a Coimbra con i miei genitori e andammo a visitare la biblioteca Joanina. A un certo punto mi accorsi che i miei genitori non erano più a fianco a me; credevo di essermi persa ma loro mi tenevano d’occhio da lontano. Mi ricordo che la cosa a cui pensai subito erano i pipistrelli: qualcuno mi aveva detto che ne giravano un paio liberi, lì dentro, perché mangiavano gli insetti che distruggono la carta. Mi ricordo che ero da sola circondata da quella montagna di libri; e tutti quei libri mi facevano più impressione dei pipistrelli. Questa cosa – di me stessa – mi incuriosì molto.

4. Come definiresti la biblioteca?

Una casa. E’ in casa che tengo le cose più preziose. Personalmente vado parecchio nella biblioteca della mia città, perché è dove riesco a scrivere meglio. Col fatto che non ho un cartellino da timbrare, ho bisogno di ritagliarmi uno spazio e un tempo da dedicare interamente al lavoro, che gli altri rispettino. Ci passo moltissimo tempo, per cui è una mia seconda casa.

5. Cosa ti piace di più in una biblioteca?

Il silenzio è scontato, anche se conta. Ma mi piace molto la concentrazione che le persone ritrovano lì dentro: sono tutti così assorti, intimamente impegnati con un libro o con un lavoro da affrontare. E’ come se si creasse un piccolo universo di condivisione senza bisogno di parlarsi. Nella biblioteca dove vado io, poi, mi piacciono molto due tartarughe di terra che gironzolano fuori al giardino accanto alla sala dove scrivo.

6. Quale è stato il primo libro che hai letto?

Vorrei saperlo. Non me lo ricordo e non saprei più a chi chiederlo. Quello che ho più impresso è “Alice nel paese delle meraviglie” di Lewis Carroll, ma non credo sia il primo. Fingiamo che lo sia.

7. Quale libro ti ha lasciato un ricordo speciale?

Oltre ad “Alice nel paese delle meraviglie”, di cui ripetevo a memoria certi brani durante i viaggi in macchina, ho un bel ricordo legato ad “Arcangelo” di Fabrizia Ramondino. Ero a una fiera e ne parlai con lei a lungo, in una specie di trance estasiata. Poco tempo dopo lei morì e quel ricordo – e quel libro – hanno assunto un peso ancora più particolare, nella mia libreria.

8. Quale libro consiglieresti a un giovane lettore?

I libri di Robert Louis Stevenson. Tutti quanti. Hanno la leggerezza dell’affabulazione, il fascino dell’avventura e un’attenzione particolare all’umanità: ci si educa alla letteratura senza saperlo, con Stevenson, e dopo non puoi che scegliere buoni libri.

9. Leggere fa bene? E perché?

Perché fa bene respirare, mangiare, bere, fare l’amore. Leggere dovrebbe diventare un bisogno fisiologico, una malattia esantematica da non poter evitare: è l’unico modo per sviluppare anticorpi, per provare a interpretare la realtà, per rendersi più umani.

10. A quale altra domanda avresti voluto rispondere?

A chi vorresti dare il Nobel per la letteratura?
Ad Alice Munro. Dateglielo, per favore.

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