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Archive for 28 febbraio 2014

Michele Vargiu

Michele Vargiu – foto di Paolo Rizzu

 

Michele Vargiu è un attore e autore teatrale.
Nasce a Sassari nel 1985 e studia recitazione a Milano, città dove tuttora risiede.
Dopo aver fatto esperienza con il teatro di tradizione, da anni si occupa attivamente di teatro di narrazione, portando i suoi spettacoli nei teatri, nei clubs e nelle piazze di tutta Italia. E’ attualmente in tournée per il secondo anno consecutivo con lo spettacolo “Delirium Vitae”, tragedia moderna sul mondo del lavoro precario, e con il monologo “Appunti Partigiani – storie d’una certa Resistenza”, patrocinato da ANPI. E’ un appassionato scrittore, ascoltatore e manipolatore di storie e ovviamente un amante della lettura. Altre informazioni si possono trovare su www.michelevargiu.com  .

 

1. Perché hai scelto il lavoro/mestiere che fai?
E’ una domanda che mi mette in seria difficoltà: forse proprio per il fatto che quello dell’attore è un mestiere che non si sceglie; ti “capita”, ti cade letteralmente addosso e ti travolge, ti stringe con le sue forti invisibili braccia e non ti lascia via di scampo. E’ un’attrazione fatale che in me è nata da quando ero bambino, e crescendo non ha fatto altro che peggiorare! E così, una volta che si è diventati  “grandi” arriva il momento fatale; quello in cui realizzi ciò che in fondo hai sempre saputo: che il tuo mestiere è sempre stato questo e nessun altro.  Quando ti rendi conto che nei momenti in cui non reciti, in cui non racconti qualcosa a qualcuno ti viene a mancare la terra sotto i piedi, non hai altra alternativa che non sia quella di assecondarlo.

2. Qual è l’aggettivo che meglio definisce la tua attività?
“Eroico”, visti i tempi! Scherzi a parte, credo che l’aggettivo più adatto, almeno nel mio caso, sia “fantasioso”; ci vuole fantasia per raccontare delle storie e ancora di più per rendere sulla scena quelle stesse storie credibili alle orecchie di chi le ascolta. La fantasia è un’arte che tendiamo a perdere con la fine dell’infanzia e che invece dovremmo non solo riscoprire, ma allenare costantemente.

3. Qual è il tuo primo ricordo di una biblioteca?
E’ un ricordo che risale se non sbaglio ai tempi della prima media; la biblioteca era vista da molti miei compagni come una sorta di luogo oscuro; era infatti proprio lì che venivano mandati in punizione i bambini che disturbavano. Ricordo ancora benissimo la minaccia del mio professore di lettere: “Se continui a disturbare ti mando in biblioteca”! Lì il malcapitato, osservato a vista da un collaboratore scolastico, avrebbe dovuto scegliere un libro e leggerlo in religioso silenzio. Una sorta di “condanna” che a molti miei compagni dell’epoca non era affatto gradita. Per fortuna, in quegli stessi anni, ebbi modo di scoprirla per ciò che realmente era: un luogo particolare, una sorta di mondo nel mondo,  magico e misterioso, per i miei occhi di allora.

4. Come definiresti la biblioteca?
C’è la frase di un saggista, Antonio Castronuovo, che calza a pennello: “La scrittura crea i libri, i libri creano biblioteche e una biblioteca è il luogo più forte e radicato di una casa privata, come lo è di una città . Una biblioteca sostituisce la realtà assente o malvagia, e ne costituisce il luogo della beatitudine, del piacere: il luogo pagano della gioia”. Sono d’accordo con lui. La biblioteca è un’isola felice, non solo per la mente; è una sorta di oasi sensoriale fatta di silenzi, odori, pause, momenti da accarezzare e che dovremmo imparare tutti a saper cogliere meglio.

5. Cosa ti piace di più in una biblioteca?
L’abbondanza. Il vedere lunghi ripiani pieni di libri disposti con ordine. E poi l’odore della carta e  il suono che viene prodotto dalle dita allo sfogliare di ogni pagina.

6. Quale è stato il primo libro che hai letto?
Credo fosse “La fabbrica di cioccolato” di Roald Dahl, in una bellissima edizione illustrata.

7. Quale libro ti ha lasciato un ricordo speciale?
Conservo ricordi speciali per ogni libro che scelgo di leggere; uno che però mi emoziona e suggestiona regolarmente, anche a distanza di tempo, è “Il quinto passo è l’addio”, di Sergio Atzeni.

8. Quale libro consiglieresti a un giovane lettore?
Sicuramente “Favole al telefono” di Rodari. Oppure l'”Isola del tesoro ” di Stevenson. O ancora “Marcovaldo”, di Italo Calvino.  Tre capolavori senza età, almeno per me.

9. Leggere fa bene? E perché?
Si, leggere fa bene, certo! Fa bene a qualsiasi età; i suoi benefici sono molteplici: per i più giovani aiuta il cervello a crescere, fa crescere in noi idee, punti di vista, ci fa trovare nuove visioni del mondo: ci dà armi e strumenti per affrontare ciò che non ci piace e per cogliere ciò che invece amiamo. Contribuisce a farci distinguere la bellezza dalla schifezza, lo splendore dallo squallore! Ai più anziani regala invece la gioia di riscoprire sensazioni ed emozioni che si credevano perse.

10. A quale altra domanda avresti voluto rispondere?
A questa: “Con la cultura si mangia?”

Risposta: Si. Ci si fanno delle scorpacciate vere e proprie, ed è un cibo che più se ne consuma e più si diventa belli, forti, sani. Alla faccia di chi pensa il contrario.

 

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