Feeds:
Articoli
Commenti

Archive for gennaio 2016

gio alajmo

Giò Alajmo al lavoro in sala stampa

Giò Alajmo è un giornalista professionista. Dal 1975 al 2015 ha lavorato come cronista, critico musicale, inviato e per circa 30 anni vicecaposervizio cultura e spettacoli nel più diffuso quotidiano del Nordest, Il Gazzettino. In pensione dal luglio 2015 per raggiunti limiti di anzianità di servizio, ha curato due libri di storia della musica pop, scritto due lavori di teatro musicale, realizzato qualche migliaio di interviste e recensioni alla quasi totalità dei principali artisti della scena rock mondiale. Ideatore nel 1983 del premio della critica al festival di Sanremo, poi intitolato a Mia Martini, è iscritto alla Siae come autore e compositore di musica leggera e autore teatrale. Ha collaborato con testate specializzate quali Ciao 2001, Il Blues, oltre a RadioUnoRai e radio private sin dal 1976. Nel tempo libero cura un piccolo blog sul sito spettakolo.it intitolato “Giò on the rock“.

Visita la Pagina Facebook di Giò Alajmo.

1. Perché hai scelto il lavoro/mestiere che fai?
Erano tempi creativi, a metà degli anni ’70 e aperti alle opportunità. In realtà non pensavo di fare il giornalista; me lo propose il direttore del Gazzettino, Lauro Bergamo, sicuramente sollecitato da mio padre. Lo conoscevo bene, ero amico di suo figlio dai tempi del liceo. Discutevamo spesso di giornali e politica e finì con una proposta che era piuttosto una sfida e una scommessa. Avevo 21 anni, una passione politica controcorrente già abbandonata e una musicale sempre viva. Provai a fare il cronista, e in 48 ore ero già a pieno ritmo nella “macchina”. Un mese dopo Bergamo mi propose di occuparmi anche di rock, che non aveva copertura sul quotidiano. Probabilmente la strada era già segnata anche se non me ne rendevo conto. Avevo imparato a leggere a 4 anni, identificando subito le tre lettere del mio nome nella sigla TeleGIOrnale in tv. Poi vessavo tutti in famiglia ogni lunedì leggendo tutte le cronache sportive e i risultati del calcio maggiore e minore, poi i titoli di cronaca e di politica, anche se non capivo ovviamente granché. Ma l’informazione, i giornali, erano nel mio dna dalla nascita. Come i libri, il gusto della lettura, vizio di famiglia, di mia madre in particolare.

2. Qual è l’aggettivo che meglio definisce la tua attività?
Divulgativo. Ognuno legge il giornalismo in modo diverso. Il mio è tradurre i fatti, gli eventi, in modo comprensibile e riportarli alle persone perché conoscano cosa succede attorno a loro. Ogni cosa è sempre collegata ad altre, per cui si può raccontare il mondo anche partendo da un evento sportivo, o di spettacolo, o un fatto di cronaca.

3. Qual è il tuo primo ricordo di una biblioteca?
La prima biblioteca che ricordo era quella dei miei nonni a Firenze, scaffali e scaffali di libri, molti dei quali con le loro copertine dipinte a mano, come si usava agli inizi del secolo, romanzi, biografie storiche, i classici. Ne sceglievo sempre uno e mi ci tuffavo durante ogni vacanza. Ricordo che mi divertiva molto Wodehouse, ironico autore inglese, ma riuscii anche ad affrontare Tolstoj piuttosto presto. Poi c’era la biblioteca medica di casa, pareti di libri e fascicoli di cui mio padre sembrava ricordare a memoria posizione e contenuto di ognuno. Biblioteca nel senso di struttura pubblica, non saprei dire. Ne ho viste e frequentate tante, in Italia e all’estero, moderne e antiche.

4. Come definiresti la biblioteca?
Un archivio della memoria e della fantasia.

5. Cosa ti piace di più in una biblioteca?
Il silenzio. E’ l’unico posto dove sia imposto e rispettato. Non capita più neanche in ospedale. Il silenzio è importante, perché significa rispetto, attenzione, ascolto. Chi fa musica davvero sa quanto sia importante il silenzio, la pausa, quanto crei dinamica e dia valore al suono. Il silenzio della biblioteca dà maggior valore alle parole, perché si sono apprese leggendo.

6. Quale è stato il primo libro che hai letto?
Non ricordo il primo libro vero e proprio. Forse Moby Dick, o Tom Sawyer. Li ho ancora.

7. Quale libro ti ha lasciato un ricordo speciale?
“Il nome della rosa” di Umberto Eco. Non ne volevo sapere di leggerlo, troppa pressione mediatica, troppo di moda. Andai anche a vedere il film, che mi piacque, ma leggerlo no. Lo presi in mano finalmente dieci anni dopo la sua uscita. E me ne innamorai pagina dopo pagina, tanto da rileggerlo una volta finito per trovare nuove sfumature. E’ un inno alla lettura, alla conoscenza, ai libri, con quel pizzico di mistero che a me piace molto.

8. Quale libro consiglieresti a un giovane lettore?
Quanto giovane? Perché ci sono libri che vanno letti all’età giusta. Ai miei nipoti quand’erano al liceo ho consigliato “1984” di George Orwell (lasciate perdere il film) che è impegnativo ma imprescindibile per guardare il mondo con occhi più disincantati. E’ un libro che ha influenzato l’intera generazione rock britannica, da Bowie ai Pink Floyd, ma soprattutto disegna una società da incubo in cui il potere usa un metalinguaggio molto simile a quello che si legge ogni tanto sui giornali.

9. Leggere fa bene? E perché?
Non leggere fa malissimo. Si diventa stupidi. La lettura è nutrimento per la mente, è esercizio per i neuroni, è confronto, è informazione, stimola la fantasia, la capacità di comunicazione, la capacità di analisi e di elaborazione della realtà, e la costruzione del futuro. Non c’è televisione, cinema, telefonino, computer, pad, che possa sostituire la funzione di un buon libro di carta letto con tutto il tempo necessario in un luogo confortevole. Leggo anch’io eBook, ma il buon vecchio libro cartaceo è un’altra cosa, è un amico che ti accompagna, ti fa compagnia e che poi riponi sullo scaffale salutandolo ogni tanto con lo sguardo, finché non ti torna in mano.

10. A quale altra domanda avresti voluto rispondere?
“Quale libro ti ha cambiato la vita?” Una risposta ce l’ho. “Blues ballate e canzoni” di Bob Dylan tradotto da Stefano Rizzo con la prefazione di Fernanda Pivano. Fu la prima raccolta di testi del poeta rock tradotti uscita in Italia, nel febbraio 1972. A parte capire finalmente cosa cantava Dylan e quale universo poetico ci fosse nei suoi testi, illuminante fu lo scritto della Pivano, che raccontava l’America dietro le canzoni, quel mondo di poesia beat, di diritti civili e di disintegrazione del segregazionismo razziale che aveva dato inizio a un cambiamento globale della società in tutto il mondo. Ecco. La mia storia comincia probabilmente con quel libro, e sono felice di averlo potuto alla fine raccontare a Nanda, di cui sono diventato amico nei suoi ultimi anni, frequentando la sua casa piena di “pace e amore” e di pile e casse di libri di ogni tipo.

Giò Alajmo con Fernanda Pivano.

Giò Alajmo con Fernanda Pivano.

Annunci

Read Full Post »

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: