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Archive for aprile 2018

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Valentina Villani

Nata a Roma dove vive e lavora come psicologa e psicoterapeuta, coltiva la passione per la fotografia e la sceglie come mezzo per raccontare storie di vita, di dolore, intime sensazioni e denuncia sociale. Ha partecipato a diversi concorsi e organizza mostre di fotografia.
Nel 2015 vince il concorso nazionale bandito dall’associazione Il filo di Eloisa, per la valorizzazione del pensiero e della creatività femminili, con un progetto di cinque foto e relativi testi.
Il progetto è stato pubblicato nel volume “Lo spazio consapevole” (Iacobelli Editore).
Nel 2017 pubblica il libro “Ape Bianca” composto da due volumi, uno narrativo e uno fotografico, edito da Adiaphora Edizioni.

Visita il sito internet di Valentina Villani.
Vai alla pagina Facebook di Valentina.

 

 

1. Perché hai scelto il lavoro/mestiere che fai?
Per combattere alcuni stereotipi comuni del tipo “Sai anche io sono un po’ psicologo” oppure “dallo psicologo ci vanno quelli matti”. A parte gli scherzi, credo che la psicologia sia una delle discipline che più si occupano dell’essere umano, che consente di toccare una dimensione intima e profonda con persone estranee a noi, in alcuni casi diverse per gusti, idee politiche, cultura e abitudini. Eppure si sta dentro una relazione che nutre, cura e arricchisce entrambi. Da persona curiosa ho scelto una disciplina che si pone domande, da viaggiatrice ho scelto una materia che esplora la mente umana nei suoi angoli più nascosti, da scrittrice ho scelto di condividere storie e racconti insieme ad altri e insieme a loro rintracciarne i significati profondi. Il fascino risiede in un materiale mai uguale a sé stesso, ogni individuo è unico, non c’è ripetizione, ogni psicoterapia è un viaggio a sé.

2. Qual è l’aggettivo che meglio definisce la tua attività?
Creativa. Questo aggettivo vale sia per la professione di psicoterapeuta che per l’attività di scrittrice.

3. Qual è il tuo primo ricordo di una biblioteca?
Ho un vago ricordo della biblioteca del mio liceo ma ricordo molto bene quella dell’università La Sapienza di Roma o le piccole biblioteche di quartiere in cui mi rifugiavo a studiare o a leggere.

4. Come definiresti la biblioteca?
Un luogo misterioso, ogni persona è immersa in un silenzio che è solo apparente, in realtà dentro ogni individuo c’è un viavai di pensieri, informazioni, piacere estetico, intuizioni, conoscenza, dubbi, domande. La biblioteca è uno di quei luoghi in cui si è soli in mezzo a tante altre persone senza sentirsi a disagio, in quella condizione illuminata di solitudine come scelta consapevole, non imposta, non subita e non sofferta. Esattamente il tipo di solitudine che ricerchiamo nei momenti creativi e di maggior contatto con parti profonde di noi stessi.

5. Cosa ti piace di più in una biblioteca?
Il silenzio. Sentire uno spazio interno. E poi osservare le altre persone mentre sono assorte nel loro silenzio. Trovo questa alternanza di prospettive interna/esterna particolarmente interessante.

6. Quale è stato il primo libro che hai letto?
Credo sia stato “Piccole donne” di Louisa May Alcott.

7. Quale libro ti ha lasciato un ricordo speciale?
Ce ne sono diversi, mi viene in mente “L’insostenibile leggerezza dell’essere” di Milan Kundera, “Cent’anni di solitudine” di Gabriel García Márquez, “Lo straniero” di Albert Camus, le poesie di Sylvia Plath, ma la lista è lunga.

8. Quale libro consiglieresti a un giovane lettore?
Dipende dalla sua personalità, dai gusti, dall’età, per citarne solo alcuni, “Il ritratto di Dorian Grey” di Oscar Wilde, “Il gabbiano Jonathan Livingston” di Richard Bach, “Il piccolo principe” di Antoine de Saint-Exupéry, “Ragazzi di vita” di Pier Paolo Pasolini, “La casa degli spiriti” di Isabel Allende, senza tralasciare i grandi classici della letteratura.

9. Leggere fa bene? E perché?
Perché è al tempo stesso evasione e consolazione, è come viaggiare rimanendo fermi. La parola è il mezzo principale con cui comunichiamo, attraverso la quale si attiva l’immaginazione che dà un volto ai personaggi e caratterizza le ambientazioni e i luoghi del libro. Un lavoro stimolante in cui lo scrittore prepara una traccia da seguire ma poi la strada vera e propria, l’immagine visiva corrispondente a quelle parole vengono costruite dal lettore. E ogni lettore lo fa a modo suo. Leggere è entrare in una comunicazione profonda con l’altro, è uno scambio attivo con l’autore, è libertà di pensiero, è terapia per l’anima.

10. A quale altra domanda avresti voluto rispondere?
“Qual è la prossima cosa che farai?”
Bere un caffè, guardare l’orologio e cominciare una nuova giornata.

Valentina Villani_libro

“Ape bianca” di Valentina Villani – Adiaphora Edizioni – 2017

[Grazie ad Adiaphora Edizioni per la collaborazione]

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Francesca Genti

Francesca Genti

Vivo a Milano e la mia casa è molto colorata e piena di cose. Un po’ come le marmotte o altri animali che passano molto tempo nella propria tana d’inverno, anch’io accumulo materiali (pezzi di stoffa, carta, pietre, rami secchi, bottoni, parole) di cui mi dimentico per un po’ e a un certo punto riemergono e diventano qualcos’altro: la copertina di un libro, una piccola scultura, una scatola che contiene un paesaggio, una poesia.
Ho sempre amato leggere, scrivere e costruire, tre attività che hanno molto in comune tra loro e che fanno apparire nel mondo cose che prima non c’erano. Di lavoro faccio tante cose diverse, la principale è prendermi cura di bambini piccoli, le altre attività invece hanno che fare con la scrittura e da qualche anno, insieme alla mia amica Manuela, ho fondato Sartoria Utopia, una piccola capanna editrice di libri fatti a mano. In questo modo sono riuscita a unire in un colpo solo le tre cose che mi piacciono di più (leggere, scrivere e costruire) e questo mi dà molta felicità.

Visita la pagina Facebook di Francesca.

 

1. Perché hai scelto il lavoro/mestiere che fai?
Il mio mestiere principale è fare la tagesmutter (una figura professionale a metà tra l’educatrice di nido e la bambinaia) ho scelto di farlo per tante ragioni (che sarebbe troppo lungo elencare qui), ma una di queste ragioni è sicuramente perché penso che il contatto con i bambini e le loro urgenti e primarie emozioni si armonizzi molto bene con la mia vocazione che è quella di scrivere poesia. Perché la poesia è suono e in un certo senso è un linguaggio preverbale, vicino all’urlo, al pianto e al riso che sono i primi modi in cui ci esprimiamo quando siamo piccoli.

2. Qual è l’aggettivo che meglio definisce la tua attività?
Eclettico.

3. Qual è il tuo primo ricordo di una biblioteca?
All’università, la biblioteca di lettere e filosofia di Palazzo Nuovo a Torino, chiamata semplicemente “il secondo piano” (perché appunto si trovava al secondo piano), è stato un luogo fondamentale per me: di studio, di lettura, ma anche di coltivazione della sublime arte del cazzeggio e di tessitura di amicizie e amori.

4. Come definiresti la biblioteca?
Un luogo dove non può succederti nulla di male.
Se arrivasse l’apocalisse il posto in cui andrei a rifugiarmi sarebbe sicuramente una biblioteca (nel mio caso la biblioteca Valvassori Peroni a Lambrate, che io considero una seconda casa).

5. Cosa ti piace di più in una biblioteca?
Mi piacciono le sale lettura quando non c’è tanta gente, gli scaffali liberi in cui curiosare, il reparto di libri per l’infanzia. Mi piace che ci sia silenzio, ma che non sia un silenzio assoluto perché non sono da sola, mi piace sbirciare cosa leggono gli altri, che cosa studiano.
Mi piacciono i bibliotecari, sono una delle categorie umane che preferisco insieme ai tipografi e ai tassisti. Osservo con meraviglia il lavoro che svolgono, perché che sono tanti lavori insieme: sono referenti per la lettura, organizzatori di cose belle, mediatori culturali, assistenti sociali, custodi della memoria, li ammiro e li adoro.

6. Quale è stato il primo libro che hai letto?
Il primo libro che ho letto da sola è un libro che non riesco più a trovare da nessuna parte, neanche sui siti specializzati, perché forse sbaglio il titolo, io ricordo che si chiamava “Viaggio in una bolla di sapone” ed era l’avventura illustrata di due bimbi che viaggiavano in questa bolla nel cielo, c’era un grande senso di scoperta e il sentimento dell’amicizia, fu una lettura meravigliosa. Quando non sapevo ancora leggere invece mio padre mi leggeva sempre qualcosa prima di addormentarmi, ricordo “Pinocchio” di Collodi, poi di Mark Twain “Tom Sawyer” e il mio preferito “Huckleberry Finn”, il primo personaggio che ho preso come modello nella mia vita di bambina (piedi nudi e cacciarsi nei guai).

7. Quale libro ti ha lasciato un ricordo speciale?
Tantissimi libri sono dentro di me, sono i miei talismani che nessuno può strapparmi, da cui attingere nei momenti difficili, ma di cui ricordami nei momenti belli come paradigmi e potenziatori di felicità, il primo libro che ora mi viene in mente è “La città e la metropoli” di Jack Kerouac, un romanzo di formazione che segue i destini di una grande famiglia in Canada, un romanzo pieno di vitalità, di amore, di violenza.

8. Quale libro consiglieresti a un giovane lettore?
È una domanda troppo difficile, non sono mica una bibliotecaria!
A parte gli scherzi consiglierei le poesie di Aldo Palazzeschi, le filastrocche di Gianni Rodari, i romanzi Mark Twain.

9.Leggere fa bene? E perché?
Leggere è fondamentale per tante e troppe cose. Ma ne voglio ricordare una frivola: rende il mondo più interessante e rende più interessanti noi.

10. A quale altra domanda avresti voluto rispondere?
Cara Francesca, di che segno sei?
Sono cancro ascendente cancro, come Marcel Proust.

 

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