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Posts Tagged ‘biblioteca spinea’

Chiara Tangredi

Chiara Tangredi

Chiara Tangredi è originaria di Montesarchio (BN).
Ha pubblicato la silloge poetica “Sono come il coccodrillo: piango sul latte versato” (2013) e il testo teatrale “Il giorno in cui mi capitò di morire” (Adiaphora Edizioni, 2015).

Collabora con la rivista InStoria e la testata giornalistica IlTaburno.it.
Nel triennio 2015-2017 ha preso parte ad alcune campagne di scavo archeologico a Velia (Ascea, Salerno), Cuma (Napoli), località Masseria Grasso (Benevento).

 

1. Perché hai scelto il lavoro/mestiere che fai?
Scrivere per me è un modo di stare al mondo, di osservare e raccontare la realtà, una forma di comunicazione, un atto di testimonianza, memoria.

2. Qual è l’aggettivo che meglio definisce la tua attività?
Stratigrafica.

3. Qual è il tuo primo ricordo di una biblioteca?
La Biblioteca di Alessandria. Alle elementari la maestra ci parlò di questa grande biblioteca dell’antichità. Realizzata in età ellenistica ad Alessandria d’Egitto per volontà dei Tolomei. Di fama internazionale per il numero elevatissimo di volumi conservati e per le personalità che la frequentavano. Finì distrutta. L’evento che ne decretò la fine resta imprecisato. Sono state individuate diverse circostanze in cui è possibile si sia verificata la distruzione parziale o totale della biblioteca: a partire dall’incendio del 48 a.C. durante la spedizione di Giulio Cesare in Egitto, fino alla conquista araba del 642 d.C. Quale che fu la causa non cambiarono gli effetti. La fatica di tanta gente operosa impegnata a scrivere e tramandare andò perduta per sempre. All’epoca non sapevo definire esattamente ciò che provavo. Mi assaliva un insidioso horror vacui, terrore del vuoto.

4. Come definiresti la biblioteca?
Luogo di incontro. Andare in biblioteca significa andare incontro ai libri. Là dove si incontrano i libri si finisce per incontrare anche gli uomini.

5. Cosa ti piace di più di una biblioteca?
I libri.

6. Qual è stato il primo libro che hai letto?
“Il cane delle Fiandre” di Ouida.

7. Quale libro ti ha lasciato un ricordo speciale?
Rispondere è davvero difficile. E’ come avere cinque fratelli e ti si chiede: «A chi vuoi bene di più?».

8. Quale libro consiglieresti a un giovane lettore?
Più che un libro specifico consiglierei la lettura. Leggere ciò che si preferisce e sperimentare.

9. Leggere fa bene? E perché?
Leggere ha lo stesso significato di visualizzare il messaggio dell’amica o dell’amico, i post sui social. E’ comunicare: trasmettere informazioni da persona a persona. La riduzione delle distanze passa attraverso le tecnologie, il cellulare, i social e attraverso il libro.
Leggere è connettersi con l’altro presente nel libro: gente di altri luoghi, di altre epoche. In questo è anche un atto conservativo. Preserva, trasmette ciò che altrimenti andrebbe dimenticato.
Leggere è interagire con l’altro esterno al libro. Confrontarsi su quanto si è letto estende il processo comunicativo.
Leggere induce alla riflessione. Sicché è anche un connettersi con il proprio sé.
Per queste ragioni, se virale descrive il processo di diffusione tramite i nuovi mezzi di comunicazione, definirei vitale la diffusione che passa attraverso il libro.

10. A quale altra domanda avresti voluto rispondere?
Nessuna.

immagine_Il giorno in cui mi capitò di morire

Il giorno in cui mi capitò di morire Adiaphora Ed, 2015

 

[Grazie ad Adiaphora Edizioni per la collaborazione]

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[SPECIALE MESTHRILLER]

Nel 2017 Alessia Gazzola ha pubblicato “Arabesque” per Longanesi.
Martedì 14 novembre alle ore 18,30 l’autrice incontrerà il pubblico nella Biblioteca di Spinea nell’ambito della manifestazione MESTHRILLER.

Alessia Gazzola

Alessia Gazzola

Alessia Gazzola nella vita è medico legale.

“L’allieva” (Longanesi, 2011) è il suo primo romanzo, in cui sono raccontate le disavventure della giovane tirocinante Alice Allevi. La serie con protagonista Alice Allevi, best seller in patria, è stata tradotta in Germania, Francia, Spagna, Turchia, Polonia, Serbia e Giappone e adattata per il piccolo schermo dalla RAI.
Tra le altre sue opere ricordiamo “Sindrome da cuore in sospeso” (2012), “Un segreto non è per sempre” (2012), “Le ossa della principessa” (2014), “Una lunga estate crudele” (2015) e “Arabesque” (2017). Tutti i libri dell’autrice sono pubblicati in Italia da Longanesi.

Visita la pagina Facebook di Alessia Gazzola.

1. Perché hai scelto il lavoro/mestiere che fai?
Ho scelto di fare il medico legale perché mi sembrava la professione adatta a me, ma da qualche tempo ormai mi dedico alla scrittura a tempo pieno, quindi posso dire di aver scelto di fare la scrittrice, e la ragione è semplice: mi dà gioia farlo.

2. Qual è l’aggettivo che meglio definisce la tua attività?
Fortunata, perché è un privilegio poter scrivere e avere dei lettori che aspettano i miei libri.

3. Qual è il tuo primo ricordo di una biblioteca?
In prima media, per una ricerca scolastica su un monumento della mia città, Messina.

4. Come definiresti la biblioteca?
Uno spazio aperto e accogliente per tutti coloro che amano i libri. Mi piace molto portarci le mie figlie che si sentono libere di esplorare, toccare e scegliere i libri; mi fa piacere che loro stesse mi chiedano di andarci.

5. Cosa ti piace di più in una biblioteca?
Il profumo della carta e le copertine foderate con cura.

6. Quale è stato il primo libro che hai letto?
Che io mi ricordi, “Pinocchio” in un’edizione Disney.

7. Quale libro ti ha lasciato un ricordo speciale?
“Cime Tempestose” di Emily Brontë.

8. Quale libro consiglieresti a un giovane lettore?
Dipende quanto giovane… per i più piccoli i libri della Lindgren e della Pitzorno, per gli adolescenti Jane Austen e Isabel Allende.

9. Leggere fa bene? E perché?
Perché non fa sentire mai soli.

10. A quale altra domanda avresti voluto rispondere?
L’ultimo libro che ho preso in biblioteca: “Hedda Gabler” di Ibsen, quest’estate.

Alessia Gazzola copertina

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[SPECIALE MESTHRILLER]

Nel 2017 Enrico Pandiani ha pubblicato “Un giorno di festa” per Rizzoli .
Martedì 7 novembre alle ore 21,00 l’autore incontrerà il pubblico nella Biblioteca di Spinea nell’ambito della manifestazione MESTHRILLER.

Enrico Pandiani

Enrico Pandiani

Enrico Pandiani è nato a Torino nel 1956. Inizia la sua carriera di narratore scrivendo e disegnando storie a fumetti che pubblica sul Mago di Mondadori e sulla rivista Orient Express. Abbandonata la strada del fumetto inizia l’attività di grafico editoriale fondando con altri uno studio di comunicazione. Collabora per anni con il quotidiano La Stampa per il quale cura la parte infografica.
Da sempre attratto dalla letteratura di genere poliziesco continua a scrivere per passione.
Ha esordito nella narrativa nel 2009 con il romanzo “Les italiens” con il quale ha inaugurato la saga del commissario Jean Pierre Mordenti arrivata al settimo capitolo nel 2017 con “Un giorno di festa”.
Nel 2013 con “La donna di troppo” ha inziato una nuova serie con protagonista questa volta l’ex agente della Scientifica Zara Bosdaves.

Enrico Pandiani in Rizzoli.
Enrico Pandiani e Les Italiens.

1. Perché hai scelto il lavoro/mestiere che fai?
In realtà non considero scrivere il mio vero mestiere. Anche se l’ho fatto da sempre, da molto prima che mi pubblicassero il primo romanzo. Per me è più una forma di evasione, con una buona componente di infantilismo, perché quando scrivo sono all’interno del romanzo con i miei personaggi. Tuttavia, scrivere mi permette di dire la mia, di raccontare la mia visione del mondo, sapendo che un certo numero di persone leggeranno ciò che ho scritto e magari cambieranno le loro opinioni, oppure penseranno che ho torto marcio.

2. Qual è l’aggettivo che meglio definisce la tua attività?
Potrebbe essere “ricerca”, perché è questo che fa, una persona che scrive, cerca di trovare nuove strade, nuove parole, modi differenti per poter comunicare con gli altri. Penso sia un mestiere nel quale non si finisce mai di imparare e nel quale c’è sempre qualcuno più bravo di te, che può insegnarti qualcosa.

3. Qual è il tuo primo ricordo di una biblioteca?
Il mio primo ricordo non è quello di una biblioteca pubblica, ma piuttosto dell’immensa biblioteca di mio nonno. Era una stanza enorme, con scaffali di legno scuro che riempivano le pareti e arrivavano fino al soffitto, carichi di libri all’inverosimile. Metteva soggezione, ma allo stesso stimolava la curiosità e faceva venir voglia di leggere. La biblioteca vera e propria è arrivata dopo, ai tempi dello studio.

4. Come definiresti la biblioteca?
Una parrocchia laica, che raccoglie tutti coloro che hanno voglia di sapere. La biblioteca è come un tempio, incontrano altre persone come te, che amano lo studio e la lettura. È il luogo dove avvengono gli scambi più importanti e dove si formano le persone.

5. Cosa ti piace di più in una biblioteca?
Mi piace il silenzio, l’odore, quella sensazione che puoi avere tutti i libri che vuoi, basta domandare. E mi piace vedere i miei romanzi usati fino all’inverosimile, come qualsiasi libro dovrebbe essere.

6. Quale è stato il primo libro che hai letto?
Ho un ricordo molto vago. Potrebbe essere stato “Caterina e altre storie” di Elsa Morante, di cui ho una sensazione vivida dei tempi dell’asilo. Ricordo le risate che ci facevamo in particolare su un’illustrazione contenuta nel libro. Ma potrebbe anche essere stato un romanzo di Emilio Salgari.

7. Quale libro ti ha lasciato un ricordo speciale?
Senza dubbio “Lo straniero” di Albert Camus. Lo considero il romanzo che mi ha colpito di più, che mi ha dato di più. C’è tutta la storia dell’uomo, tra le sue pagine, la sua imperfezione e la sua fragilità. L’ho letto e riletto tante volte, in italiano e in francese, e lo rileggerò ancora.

8. Quale libro consiglieresti a un giovane lettore?
Forse consiglierei “Il giovane Holden” di J. D. Salinger, perché è stato il romanzo che mi ha buttato nella vita vera, che, soprattutto, mi ha fatto venir voglia di averne una. Ma gli consiglierei di leggerlo nella vecchia traduzione, perché quella nuova, secondo me, lo spoglia di tutto il suo fascino.

9. Leggere fa bene? E perché?
Leggere non fa solo bene, leggere fa crescere la società e l’individuo. Spalanca gli orizzonti, aiuta i rapporti, innaffia la curiosità. Una società che non legge è un organismo che implode, come succede nel nostro paese. Questo perché la lettura è conoscenza e la conoscenza dà consapevolezza, segna la via agli esseri umani.

10. A quale altra domanda avresti voluto rispondere?
Potrebbe essere una domanda sull’editoria italiana, su dove ci sta portando e perché. Ma credo che la risposta sarebbe troppo lunga e non interesserebbe a nessuno.

FirmaItaliensSix

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[SPECIALE MESTHRILLER 2017]

Nel 2017 Paola Barbato ha pubblicato il thriller “Non ti faccio niente” per edizioni Piemme. Martedì 7 novembre alle ore 18,30 l’autrice incontrerà il pubblico nella Biblioteca di Spinea nell’ambito della manifestazione MESTHRILLER.

Paola Barbato ph Massimo Mancini

Paola Barbato

Fino al 1996 non ho mai pensato che tutte le pagine che avevo scritto, tra fumetti, testi teatrali, autobiografie, diari, lettere, un romanzo completo e innumerevoli racconti, potessero diventare un lavoro. La vigilia di Natale una signora che aveva letto i miei scritti mi prese di petto e mi intimò di presentarli a varie case editrici. Nel gennaio 1997 girai tutta Milano con ventuno dattiloscritti dentro due zaini. Ne consegnai venti (la Rizzoli era troppo lontana da raggiungere). Invece di portarmi a casa il ventunesimo plico passai dalla Sergio Bonelli Editore e lo lasciai in portineria per la redazione di Dylan Dog, di cui ero lettrice.
Alcuni mesi dopo mi chiamò l’allora editor di Dylan Dog, Mauro Marcheselli, ora capo redattore centrale, per propormi di scrivere alcune pagine di sceneggiatura. Ne scrissi una intera e dopo qualche correzione Mauro approvò un soggetto che si trasformò nell’albetto di Groucho “Il cavaliere di sventura” allegato allo Speciale “La preda umana”. Era il 1998 e debuttavo come sceneggiatrice.
Il battesimo del fuoco avvenne l’anno dopo con l’albo numero 157, “Il sonno della ragione” e da allora faccio parte in maniera stabile dello staff dell’Indagatore dell’Incubo.
Nel frattempo non ho mai smesso di scrivere in prosa e nel 2005 decisi di pubblicare a puntate un romanzo su un sito di racconti. Tenevo anche un blog e lì avvennero due cose: conobbi il futuro padre delle mie figlie, Matteo Bussola, e Giuseppe Genna all’epoca alla Rizzoli (ironia della sorte) che si dichiarò interessato al mio romanzo.
Nel 2006 venne pubblicato per la BUR “Bilico”, nel 2008 “Mani Nude” per Rizzoli (che vinse il Premio Scerbanenco) e “Il filo rosso”, Rizzoli nel 2010.
Nel 2009 ho co-sceneggiato per la Filmmaster la fiction “Nel nome del male” con protagonista Fabrizio Bentivoglio, trasmessa da Sky nel giugno 2009 per la regia di Alex Infascelli.
Nel 2011 ho deciso di tentare un esperimento di fumetto sul web, spinta dalla curiosità di scoprire se una storia “romantica” in stile shojo manga, ma ambientata in Italia, potesse interessare il pubblico (cosa esclusa a priori dalle case editrici). E’ nata così la serie dal titolo “DAVVERO”.

Visita il sito di Paola Barbato.
Vai alla Pagina Facebook di Paola.

1. Perché hai scelto il lavoro/mestiere che fai?
E’ stato il mestiere a scegliere me, scrivere è sempre stato un fatto naturale, non avevo pensato a farne una professione, per me era il canale di comunicazione primario. Poi è avvenuto tutto un po’ per caso.

2. Qual è l’aggettivo che meglio definisce la tua attività?
Liberatorio.

3. Qual è il tuo primo ricordo di una biblioteca?
Mi ci portarono da piccola, forse a sei-sette anni. Ricordo una sorta di panico perché i libri erano troppi e non ero in grado di sceglierne uno.

4. Come definiresti la biblioteca?
Ho avuto modo di lavorarci per alcuni anni e la vedo come un approdo, un rifugio, un posto dove trovare tempi, spazi, pace. Mi ha sempre trasmesso molta serenità e senso del rispetto.

5. Cosa ti piace di più in una biblioteca?
L’accesso a tanti mondi diversi in maniera tutto sommato semplice.

6. Quale è stato il primo libro che hai letto?
Non ne sono certissima, credo uno di Emilio Salgari passatomi da mio padre, forse “Il corsaro nero”.

7. Quale libro ti ha lasciato un ricordo speciale?
“Il treno del sole” di Renée Reggiani, letto in prima media. Mi colpì moltissimo non solo per la storia ma per come venivano strutturati i personaggi.

8. Quale libro consiglieresti a un giovane lettore?
Indubbiamente la saga di “Harry Potter” di J.K. Rowling, che non è solo divertente ma anche scritta benissimo.

9. Leggere fa bene? E perché?
Consente di uscire dalla propria vita e viverne altre, nel bene e nel male, perché alle storie dei libri non si assiste, ci si entra dentro.

10. A quale altra domanda avresti voluto rispondere?
Mi piacerebbe che mi si chiedesse quale libro mi ha trascinato dentro maggiormente.

PaolaBarbato libro

Non ti faccio niente (Piemme, 2017)

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Alberto Pinton

Alberto Pinton

Alberto Pinton si esibisce sulla scena jazz europea e mondiale fin dalla metà degli anni ’80.
Con la formazione “Alberto Pinton-Noi siamo” ha recentemente realizzato il cd di composizioni originali “Resiliency” per la Moserobie Music Production. Precedenti lavori discografici sono stati prodotti con i gruppi Alberto Pinton Quintet, Alberto Pinton Clear Now, Dog Out, Pinton Kullhammar Zetterberg Nordeson, Alberto Pinton Nascent.
Ha partecipato ad innumerevoli registrazioni suonando ogni tipo di flauti, clarinetti e sassofoni, ma il suo strumento principale rimane il sassofono baritono.
Si è diplomato con Laurea in Sassofono (Summa Cum Laude) Al Berklee College of Music di Boston e ha conseguito un Master in Sassofono alla Manhattan School of Music di New York. Ha studiato sassofono e teoria con Hamiet Bluiett, Joe Temperley, George Garzone, Joe Viola, Herb Pomeroy.
Ha suonato e si è esibito con, tra gli altri, Kenny Wheeler, John Surman, John Warren, Bob Brookmeyer, Maria Schneider, Jerry Bergonzi, Lennart Åberg, Nils Landgren, Kenny Werner, Tim Hagans, Peter Erskine, Joe Lovano.
Originario di Venezia, attualmente vive a Stoccolma in Svezia.

Visita il sito web di Alberto Pinton.
Vai alla pagina Facebook di Alberto.

1. Perché hai scelto il lavoro/mestiere che fai?
Intuitivamente ho sempre più la sensazione che lavorare con la musica, improvvisata e jazz, abbia scelto me.

2. Qual è l’aggettivo che meglio definisce la tua attività?
Mi vengono subito in mente tre sostantivi: tenacia, modestia, disciplina.

3. Qual è il tuo primo ricordo di una biblioteca?
Sono cresciuto negli anni 60 e 70 a Porto Marghera, non c’era niente, a quel che mi ricordo. Ma la prima volta che sono entrato in una biblioteca è stato quando i locali si trasferirono da non so dove a via Beccaria. Probabilmente andavo alle medie. Ma ho sempre letto, e da piccolo leggevo i libri di mia sorella, dato che mamma e papà non avevano libri propri a casa, che io ricordi.

4. Come definiresti la biblioteca?
Un luogo di riflessione, curiosità, raccoglimento, crescita.

5. Cosa ti piace di più in una biblioteca?
Il silenzio.

6. Quale è stato il primo libro che hai letto?
Non ricordo assolutamente. So di aver letto “Pel di carota” di Jules Renard, almeno 4 o 5 volte, durante un’estate. Avrò avuto 7-8 anni? Non so assolutamente perché.

7. Quale libro ti ha lasciato un ricordo speciale?
“Uomini e topi” di John Steinbeck, letto in italiano e poi in lingua originale, come da adulto cerco di fare il più possibile.

8. Quale libro consiglieresti a un giovane lettore?
“Il signore delle mosche” di William Golding.

9. Leggere fa bene? E perché?
Per me leggere è importantissimo. Mi rendo conto di essere un lettore “peggiore” di prima, dato che spendo più tempo al computer o cellulare, e gli occhi non sono più quelli di una volta. Ma compro e leggo libri da sempre.

10. A quale altra domanda avresti voluto rispondere?
Come vivo la differenza tra leggere un libro virtualmente o tenendolo in mano, fatto di carta?
Differenza per me importante, ma che allo stesso tempo sembra diminuire sempre di più. Ci si abitua a tutto.

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Mattia Poggi, Mitì Vigliero, Patrizia Traverso

Mitì Vigliero

Nata a Torino nel 1957, dal 1980 vive a Genova.
Mitì Vigliero è giornalista, storica e scrittrice, ha pubblicato romanzi, saggi storici, gastronomici e umoristici per Mondadori, Rizzoli, Marsilio, Idealibri.
Nel 1991, ha pubblicato “Lo Stupidario della Maturità”, un libro che aveva tutte le intenzioni di risultare un feroce e satirico atto di accusa nei confronti della scuola italiana, ma che è immediatamente diventato un best seller della narrativa umoristica, dando vita a una lunga sequela di imitazioni.
Mitì Vigliero è l’unica scrittrice donna ad essere stata premiata due volte al Festival Internazionale dell’Umorismo di Bordighera.

Visita il sito di Mitì Vigliero.
Miti Vigliero in Wikipedia.
Leggi il Blog di Mitì.
Segui Mitì in Twitter.

 

1. Perché hai scelto il lavoro/mestiere che fai?
Per una questione “mentale”; il mio cervello si è sempre rifiutato di capire e interessarsi a qualsiasi materia contenesse dei numeri. Assolutamente negata per le materie matematico-fisico-chimiche ecc, non mi restavano che quelle letterarie. Scherzi a parte, scrivere, leggere, ricercare e raccontare storie, comunicare attraverso la parola scritta e orale è sempre stata la mia passione innata. Non avrei saputo né soprattutto voluto fare altro.

2. Qual è l’aggettivo che meglio definisce la tua attività?
Forse eclettica. Nella scrittura e nella ricerca mi occupo di svariati argomenti, specializzarmi in uno solo mi annoia. Tutti però devo avere la caratteristica di essere già esistenti nel passato. Delle cose umane (tutte, dai sentimenti alla politica agli oggetti) mi piace la loro storia, scoprire come sono cambiate nel tempo. Conoscere ieri per capire l’oggi, è basilare. Tutto però analizzato sempre con una sorta di distacco sorridente dato dall’ironia; l’umanità è tutto tranne che perfetta, occorre coglierne i limiti.

3. Qual è il tuo primo ricordo di una biblioteca?
Forse quella della scuola elementare a Torino; un po’ una delusione per me, visto che i libri presenti li avevo quasi tutti a casa. La mia è sempre stata, per generazioni, una famiglia di grandi lettori; “avidi”, direi. E di collezionisti di libri; ho imparato a leggere da piccolissima sui libri d’infanzia dei miei genitori e dei vari nonni, conservati accuratamente. E li ho ancora tutti.

4. Come definiresti la biblioteca?
Per me, di qualunque dimensione sia, è sempre una Wunderkammer, una camera delle meraviglie piena di curiosità tutte da scoprire.

5. Cosa ti piace di più in una biblioteca?
La luce e il silenzio; quel senso di introspezione e quiete che assomiglia molto a quello che si prova immediatamente, in una città caotica e rumorosa, entrando in una chiesa qualunque.

6. Quale è stato il primo libro che hai letto?
A parte quelli di filastrocche illustrate dalla Mariapia (Maria Pia Franzoni Tomba) o i “Piccolissimi” della Salani letti a 3, 4 anni, il mio primo libro “da grandi” a 6 anni è stato “Il Corrierino delle Famiglie” di Giovannino Guareschi, seguito a ruota da tutti i suoi altri.

7. Quale libro ti ha lasciato un ricordo speciale?
Uno solo? Impossibile rispondere.

8. Quale libro consiglieresti a un giovane lettore?
Quando insegnavo, durante le vacanze estive davo come compito ai miei ragazzi di leggere minimo quindici libri. Ma non davo titoli; l’importante è che leggessero quello che più gradivano. Che fossero gialli, fantasy, romanzi storici, letteratura “rosa” non aveva importanza; i testi “sacri”, quelli che servono per i programmi d’italiano, li analizzavamo insieme in classe. Perché leggere per un adolescente, soprattutto nella vita quotidiana extrascolastica, deve essere un piacere, mai un’imposizione. Ovviamente di questi libri esigevo per ciascuno un riassunto scritto, minimo dieci pagine (e sì, ero una prof esigentissima…)

9. Leggere fa bene? E perché?
Perché nella vita insegna a esprimersi correttamente e brillantemente sia nella parola scritta che in quella orale; perché arricchisce il vocabolario personale di termini nuovi; perché fa pensare, riflettere; perché permette di riconoscere nella realtà accadimenti, ragionamenti, situazioni trovate descritte nei libri e magari aiuta a comportarsi di conseguenza. Insomma: leggere fa bene e basta.

10. A quale altra domanda avresti voluto rispondere?
Direi nessuna.

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Paolo Navarro 1

Paolo Navarro Dina

Nato nel 1962 a Roma, mi sono laureato in Storia Contemporanea con 110 e lode all’Università Ca’ Foscari di Venezia.
La mia prima esperienza lavorativa è stata nella redazione del settimanale “Venezia 7” dove mi sono occupato di cronaca cittadina. Successivamente ho lavorato per alcuni anni in una televisione privata locale, Antenna Tre Nordest, sempre nell’ambito della cronaca e politica locale.
Nel 1988 ho iniziato la collaborazione con “Il Gazzettino” di Venezia lavorando nell’ufficio cronaca della città di Mestre e successivamente in quella di Venezia-centro storico.
Dopo alcuni contratti di “sostituzione ferie” durante l’estate, nel novembre del 1993 sono entrato con contratto part-time nella redazione di Venezia.
Nel 1996 sono stato assunto praticante e trasferito nella redazione periferica di Belluno dove sono rimasto fino al 2000 occupandomi di politica locale e regionale, turismo, cultura, politica sociale e sanitaria. Sono poi rientrato a Venezia per seguire servizi pubblici, politica locale e cronaca nera.
Nel 2001 sono passato alla cronaca nera nella redazione di Mestre.
Nel marzo 2007 sono stato trasferito agli esteri, iniziando a seguire le questioni di politica internazionale con particolare riferimento all’Unione Europa, il Consiglio d’Europa e le vicende dell’area balcanica e del Medio Oriente.
Dal 2010 sono ritornato nell’organico della cronaca di Venezia dove sono rimasto fino al 2017 per poi essere trasferito alla redazione centrale cultura.
Dal 2010 sono Coordinatore del Tavolo delle Associazioni Comunali per il Giorno della Memoria e socio dell’Ateneo Veneto.
Da dicembre 2013 sono consigliere della Comunità ebraica di Venezia, carica che detengo tutt’ora con delega alle Pubbliche relazioni e Comunicazione.

Paolo Navarro Dina in Facebook.
Segui Paolo in Twitter.

 

1. Perché hai scelto il lavoro/mestiere che fai?
Ho scelto questo lavoro perché in casa mia entravano molti giornali. Mio padre lavorava alla Rai, nella sede centrale di Roma e doveva essere sempre informato. Poi crescendo è diventata una passione che mi rimane ancora. Ricordo ancora quando il quotidiano era composto in foglioni e che distendevo le pagine sul pavimento per essere più comodo nella lettura. Mi accucciavo in cucina o nel salotto di casa e iniziavo a leggere senza scompaginare le pagine.

2. Qual è l’aggettivo che meglio definisce la tua attività?
Uso più di un aggettivo: tumultuosa, frizzante, affascinante e favolosa.

3. Qual è il tuo primo ricordo di una biblioteca?
La prima biblioteca che ho vissuto intensamente è stata la Querini Stampalia di Venezia con le sue stanze suggestive, piene di storia, con i libri, tanti libri in esposizione che si potevano tranquillamente sfogliare e leggere. Quante volte negli intervalli, perché era la mia biblioteca preferita in periodo universitario, ho sottratto tempo allo studio, per leggere uno dei volumi esposti.

4. Come definiresti la biblioteca?
Un luogo dove poter capire l’evoluzione del pensiero (nel bene e nel male) dell’uomo. Un luogo che offre spunti per conoscere e interpretare il presente.

5. Cosa ti piace di più in una biblioteca?
L’organizzazione del luogo e la libertà di scegliere.

6. Quale è stato il primo libro che hai letto?
Il primo libro che ho letto tutto d’un fiato “Narciso e Boccadoro” di Hermann Hesse.

7. Quale libro ti ha lasciato un ricordo speciale?
Devo dire che sono molti. Da “La Famiglia Moskat” di Isaac Singer a “Molto forte incredibilmente vicino” di Jonathan Safran Foer. Ma quello che amo di più è senz’altro “Il commesso” di Bernard Malamud.

8. Quale libro consiglieresti a un giovane lettore?
Consiglierei “Austerlitz” di W.G Sebald.

9. Leggere fa bene? E perché?
Leggere fa benissimo. Perché serve a sentirsi vivi.

10. A quale altra domanda avresti voluto rispondere?
Ci sono sempre domande.
Purtroppo non sempre abbiamo le risposte.

PUNTA DELLA DOGANA

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