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Gabiele Niola

Gabriele Niola

Sono un giornalista, critico cinematografico e videoludico freelance. Ho iniziato a scrivere negli anni dei blog e quando i blog sono diventate testate sono passato ad esse. Ho collaborato con alcune testate cartacee (Il Secolo XIX, La Repubblica, Il Mondo, Affari & Finanza, La Gazzetta Dello Sport) ma soprattutto con le migliori testate online di cinema e non. Sono stato per circa dieci anni critico di MyMovies.it, lo sono ora di BadTaste.it, scrivo dalla sua fondazione su Wired Italia (carta e online) e da qualche tempo su GQ. Da due anni sono corrispondente dall’Italia per Screen International e autore della trasmissione televisiva Splendor.

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1. Perché hai scelto il lavoro/mestiere che fai?
Prima ne facevo un altro di lavoro, in un’azienda, avevo iniziato da pochissimo e mi ero reso conto che qualsiasi cosa facessi era soggetta ad un lungo elenco di approvazioni da capi e capi dei capi. Approvazioni e continue modifiche fino a che non finiva e non somigliava per niente a quel che avevo pensato originariamente e mi dicevano “Bravo”. Parallelamente avevo capito che invece nel mondo del giornalismo la testata poteva anche essere la peggiore del mondo ma quel che scrivevo non lo toccava nessuno e aveva il mio nome. A prescindere dal posto in cui scrivevo potevo essere comunque io.
Ovviamente ha giocato molto il fatto che mentre lavoravo uscivo un po’ prima per tornare a casa e guardare film, ad un certo punto ho capito che forse era meglio mollare lì e unire i film e lo scrivere.

2. Qual è l’aggettivo che meglio definisce la tua attività?
Freelance.

3. Qual è il tuo primo ricordo di una biblioteca?
Durante l’università, quando andavo in biblioteca a studiare.

4. Come definiresti la biblioteca?
Un luogo di libero accesso a fonti di conoscenza.

5. Cosa ti piace di più in una biblioteca?
Che ogni utente è uguale all’altro e ha i medesimi diritti dell’altro.

6. Quale è stato il primo libro che hai letto?
Impossibile dirlo. Cose di scuola, sicuramente odiate.

7. Quale libro ti ha lasciato un ricordo speciale?
“La conquista dell’inutile” di Werner Herzog.

8. Quale libro consiglieresti a un giovane lettore?
“Revolutionary Road” di Richard Yates.

9. Leggere fa bene? E perché?
Non necessariamente fa bene. Può fare malissimo. Dipende dal libro. Se fa bene lo fa come può far bene la musica o il cinema.

10. A quale altra domanda avresti voluto rispondere?
Gli ebook levano qualcosa al piacere della lettura?
No.

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[SPECIALE MESTHRILLER 2017]

Nel 2017 Marco Buticchi ha pubblicato “La luce dell’impero” per Longanesi. Martedì 21 novembre alle ore 21,000 l’autore incontrerà il pubblico nella Biblioteca di Spinea nell’ambito della manifestazione MESTHRILLER.

Marco-Buticchi

Marco Buticchi

«Scrivevo fin da quando ero bambino e la Storia, in particolare, mi ha sempre interessato enormemente. Se si riesamina la Storia con le moderne possibilità di ricerca si riescono a scoprire risvolti interessanti, lati oscuri e spesso inquietanti!» Questo il filo rosso che sembra legare i romanzi di Marco Buticchi.
Nel 1991 e nel 1992 ha pubblicato e distribuito a sue spese due romanzi: “Il Cuore del Profeta” e “L’ Ordine irreversibile”, ottenendo un inaspettato successo, paragonato alle ridotte possibilità di un editore improvvisato. Nel 1995 è decisivo l’incontro con l’editore Mario Spagnol. In un’intervista a un prestigioso settimanale Spagnol, scomparso nel 1999, diceva di aver girato il mondo per poi “pescare” un Buticchi sotto le finestre di casa. Nel 1997 esce il primo romanzo nella collana I Maestri dell’Avventura di Longanesi. “Le Pietre della Luna” ed è un successo con 250.000 copie vendute in Italia e all’estero.
Nel 1998 viene pubblicato nella stessa collana “Menorah” e il nuovo romanzo replica il successo del precedente. La titubanza esterofila del lettore italiano sembra vinta e si comincia a parlare di Marco Buticchi come lo scrittore italiano che riesce a contrastare lo strapotere anglosassone. “Profezia”, risale invece al Giugno del 2000. Le prime ventimila copie sono state vendute in una settimana e sono state realizzate tre edizioni nei primi due mesi per soddisfare la richiesta dei suoi estimatori.
“La Nave d’Oro” viene dato alle stampe nel 2003 e di nuovo conferma il gradimento del pubblico nei confronti di un autore che non manca la cadenza biennale dell’appuntamento con i suoi lettori.
“L’Anello dei Re” è pubblicato nel 2005 e, nel panorama italiano rappresenta un caso unico: il trend delle vendite dei romanzi di Marco Buticchi è in continua e progressiva crescita.
Alla luce delle continue richieste e conseguenti ristampe, ogni romanzo è oggi considerato un “Long Seller”, per un autore che ha ormai raggiunto l’incredibile traguardo del milione di copie vendute.
La chiave del successo di Buticchi risiede nel modo innovativo col quale intreccia nei suoi romanzi epoche storiche diverse, leggende, avventura, spionaggio, moderne tecnologie e misteri irrisolti in un periodo di tempo che copre secoli, documentando minuziosamente le epoche trattate. Marco Buticchi è il primo e unico autore italiano incluso nella prestigiosa collana di Longanesi I Maestri dell’Avventura (il massimo per chi ama il genere), insieme a calibri come Wilbur Smith, Patrick O’Brian e Clive Cussler.

Visita il sito di Marco Buticchi.
Vai alla Pagina Facebook di Marco Buticchi.

1. Perché hai scelto il lavoro/mestiere che fai?
‘Volli, sempre volli, fortissimamente volli…’. Senza scomodare Vittorio Alfieri, scrivere e leggere sono attività che mi hanno appassionato sin da bambino. Ogni volta che c’era da comporre la redazione del giornalino della scuola o di quello del servizio di leva, mi ci infilavano. Poi sono arrivate le prime collaborazioni con giornali e riviste e finalmente, negli anni ’80, mi sentii maturo per un romanzo. Dopo averlo completato, lo mandai a un editore amico, il quale mi rispose di far dell’altro. Non domo, pubblicai a mie spese e distribuii personalmente due romanzi autoprodotti. Uno di questi cadde nelle mani di quello che considero ancor oggi uno dei più grandi editori di ogni tempo in questo paese di poeti e naviganti: Mario Spagnol. E lì ogni mio sogno divenne realtà come nelle fiabe a lieto fine.

2. Qual è l’aggettivo che meglio definisce la tua attività?
Sorprendente (nel senso che ciò che avviene tra le righe sorprende me stesso. E per fortuna: se così non fosse, come potrei pensare di sorprendere i lettori?)

3. Qual è il tuo primo ricordo di una biblioteca?
Il primo è il ricordo delle biblioteche delle elementari. C’era odore di scuola: gesso dei cancellini, corolle dei lapis temperati e profumo delle lavande dei grembiuli. Ma il vero ricordo è quello delle biblioteche universitarie e non si tratta di un ricordo culturalmente ‘edificante’. Di sottecchi si sbirciava la più carina del corso, intenta a digerire volumi di matematica finanziaria. E si rimaneva estasiati ad aspettare un sorriso. Le biblioteche erano un luogo di incontro di giovani, un posto sicuro dove maturavano amicizie, esperienze, nascevano amori e s’infiammavano cotte non corrisposte. Oltre, naturalmente, allo studio e alla lettura 😉

4. Come definiresti la biblioteca?
Sentendo quello che dicono le mie figlie le biblioteche universitarie, oggi, restano un luogo d’incontro e di esperienze. Loro sostengono che siano gli ambienti nei quali meglio riescono a studiare. E quando io ‘rimembro’ i miei tempi in cui ci si andava anche per ‘cuccare’, mi rispondono indignate: «Ma scherzi papà?». Sono convinto siano sincere perché i giovani d’oggi hanno un rapporto con lo studio e la concentrazione – nonostante le tentazioni tecnologiche – che noi non avevamo.

5. Cosa ti piace di più in una biblioteca?
I profumi, come ti dicevo: l’odore dei libri, della polvere che si accumula. E poi i rumori: il sommesso bisbiglio rispettoso e devoto, lo scaffale che scarrella, il libro che cade. E poi gli sguardi: le espressioni innamorate della lettura, gli sguardi interrogativi e disperati dello studente che proprio non riesce a decifrare il testo, la golosità del ricercatore quando trova la notizia che cercava.

6. Quale è stato il primo libro che hai letto?
Tralasciando le fiabe di cui ho ricordi ovattati, credo fosse un’avventura di “Sussi e Biribissi” di Paolo Lorenzini: uno spasso. Sarei curioso di rileggerlo oggi, trascorsi ormai i miei sessanta.

7. Quale libro ti ha lasciato un ricordo speciale?
Ogni romanzo di Emilio Salgari rappresenta per me un ricordo speciale: ho viaggiato con la fantasia tra paludi putrescenti del Gange, mi sono commosso col pianto del Corsaro Nero, e ho impugnato un letale Kriss malese al fianco dei Tigrotti di Mompracem.

8. Quale libro consiglieresti a un giovane lettore?
Qualsiasi libro che gli regali emozioni e sia capace di farlo viaggiare.

9. Leggere fa bene? E perché?
Perché ti costruisci da solo un mondo figlio della tua fantasia. Nessuno ti impone immagini da visionare. Provate a pensarci: anche senza ricorrere a dietrologie, ogni immagine che ci viene propinata è figlia della volontà di qualcuno che vuole farci vedere proprio quello. Chi scrive tratteggia, la fantasia del lettore delinea. Io la chiamo libertà di pensare.

10. A quale altra domanda avresti voluto rispondere?
Che cosa farai da grande?
Mi piacerebbe fare lo scrittore, ma so che è un sogno difficile da realizzare. Anzi, so che tra poco entrerà qualcuno dei miei con una tazza di caffelatte e dirà scuotendomi dolcemente: «Marco… svegliati. Smetti di sognare: è ora di andare a scuola.»
«Peccato», risponderò io stropicciandomi. «Stavo proprio facendo un bel sogno! Pensa, mamma, scrivevo romanzi d’avventura…».

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La luce dell’Impero – Longanesi, 2017

 

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[SPECIALE MESTHRILLER 2017]

Nel 2017 Adriana Pannitteri ha pubblicato “Cronaca di un delitto annunciato” per L’Asino d’Oro edizioni . Martedì 21 novembre alle ore 18,30 l’autrice incontrerà il pubblico nella Biblioteca di Spinea nell’ambito della manifestazione MESTHRILLER.

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Adriana Pannitteri

Laureata in scienza politiche con indirizzo politico-internazionale e specializzata in materie politico-amministrative, è giornalista e lavora al tg1 Rai per il quale ha seguito come inviata i casi più scottanti di cronaca.
Ha lavorato per Raiuno nella rubrica “Italia sera”. Dal 2001 conduce i tg del mattino e nel 2010 ha condotto la trasmissione “Uno Mattina Estate”.
Dal 2009 al 2012 ha anche curato e condotto la rubrica del Tg1 “L’Intervista”, incontri con i personaggi della cultura e dello spettacolo in onda il lunedì e il venerdì alle 9 del mattino.
In precedenza aveva lavorato a “ La Discussione” e presso L’Ufficio Stampa del Campidoglio. Ha diretto il mensile “Esserci”.
Ha pubblicato diversi libri: “Madri assassine, diario da Castiglione delle Stiviere”, Alberto Gaffi editore 2006; “Vite sospese, eutanasia un diritto?”, Aliberti editore 2007; “La vita senza limiti” con Beppino Englaro, Rizzoli 2009; “La pazzia dimenticata, viaggio negli opg”, edizioni l’Asino d’oro 2013. Con il fotoreporter Giampiero Corelli ha pubblicato “Il vento negli occhi” (storie di donne soldato) e “Tempi diversi” (ritratti dalla clausura).
“Cronaca di un delitto annunciato”, edizioni L’Asino d’oro 2017, è il suo primo romanzo.
Attualmente lavora al tg1, conduce i tg del mattino ed è caposervizio nella redazione coordinamento.

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1. Perché hai scelto il lavoro/mestiere che fai?
Credo che il lavoro che scegli ci nasca dentro in maniera inconscia e si consolidi negli anni. Alla fine non potremmo fare un altro lavoro. Mi è sempre piaciuto scrivere storie e raccontare stati d’animo, soprattutto perché per farlo ci dobbiamo imporre un tempo, un modo nuovo, e usare un’angolazione diversa. Una riflessione, una visione delle cose che possa penetrare sotto la crosta delle apparenze.

2. Qual è l’aggettivo che meglio definisce la tua attività?
Se il riferimento è alla mia principale attività, ovvero quella di giornalista, direi che l’aggettivo è “faticoso”. Fare giornalismo è impegnativo da tutti i punti di vista. E’ una continua sfida con se stessi. Potrei dire in generale la stessa cosa per la scrittura che è il pane del giornalismo. Ma dalla fatica nascono soddisfazioni che non credo si possano sperimentare altrove.

3. Qual è il tuo primo ricordo di una biblioteca?
Forse la biblioteca scolastica, quella del liceo sperimentale che ho frequentato a Roma. Poi ricordo, negli anni successivi, la Biblioteca Nazionale dove andai a fare una ricerca su materiali relativi alla “concessione” del voto alle donne. Era una delle mie prime collaborazioni con una rivista specializzata. Setacciai quotidiani e riviste dell’epoca e rimasi in biblioteca per diversi giorni . Non esisteva internet o altro. Mi chiedevo quanta parte delle conoscenze del mondo fossero custodite all’interno di quelle mura.

4. Come definiresti la biblioteca?
Una biblioteca è la memoria, come dicevo prima, del mondo. Un luogo magico nel quale puoi stare in contatto con te stesso e con la conoscenza. Peccato che ce ne siano così poche e che il loro utilizzo sia diventato per molti sconosciuto.

5. Cosa ti piace di più in una biblioteca?
Mi piace l’odore. Intendo dire l’odore dei libri e mi piacciono i volti delle persone intente a studiare. Il silenzio, la concentrazione. E’ un fascino particolare.

6. Quale è stato il primo libro che hai letto?
Non credo di poter ricordare il primo libro che ho letto. Dovrei risalire, facendo un parallelo con la mia età, a “Piccole donne” e poi “Piccole donne crescono” di Louisa May Alcott e poi ancora ai libri di Emilio Salgari che ho davvero amato. Il panorama culturale italiano per una ragazza non offriva molto di più. Come tutti avrò letto, o qualcuno avrà letto per me da bambina le favole e talvolta le ho trovate estremamente paurose.

7. Quale libro ti ha lasciato un ricordo speciale?
Il mio ricordo speciale è “Il ritratto di Dorian Gray” di Oscar Wilde. E’ uno dei primi libri credo della storia della letteratura in grado di esplorare il rapporto assai complesso con la propria immagine. Quando l’ho letto la prima volta non ne avevo colto tutte le potenzialità. Poi, quando ho iniziato anche a occuparmi di psichiatria (collaboro con la Netforpp, un network di psichiatri davvero interessanti) ho capito che il libro aveva un altro contenuto e che dentro c’era il rapporto tra l’immagine e il nostro inconscio.

8. Quale libro consiglieresti a un giovane lettore?
Consiglierei un vecchio libro: “1984” di George Orwell. Non tanto per la scrittura quanto per l’intuizione relativa a una delle problematiche mai cancellate nella nostra società: il controllo del potere. Al suo interno c’è un’intuizione straordinaria raccontata in modo paradossale, quella della forza della scrittura e quindi dell’uso della parole che i regimi totalitari tentano di controllare. La coercizione, laddove esiste (penso alla Corea del nord dove non c’è libera circolazione delle idee) ma anche il conformismo di un certo pensiero unico anche nelle società che sembrano democratiche, sono malattie mai curate.

9. Leggere fa bene? E perché?
Leggere fa bene perché ci riconcilia con noi stessi e perché ci costringe ad adottare il tempo della lettura e dell’approfondimento che ormai abbiamo quasi abbandonato. Leggiamo tutti troppo poco e quando lo facciamo siamo persino oppressi dal senso di colpa rispetto a tutte le altre cose che non facciamo. E’ incredibile. Si è perso il gusto della lettura e il valore della lettura.

10. A quale altra domanda avresti voluto rispondere?
Direi che quest’ultima domanda mi fa venire il mente il collega Marzullo con il suo “si faccia una domanda e si dia una risposta” che è ormai una sorta di tormentone. Alla fine ho scoperto che questo tormentone che suscitava ironia non era affatto insulso perché in una intervista c’è sempre una domanda che volevi fare e non hai fatto o una risposta che non hai dato. Ecco mi sarebbe piaciuto qualcosa tipo: ti senti più scrittrice o giornalista? Avrei risposto che spero di concretizzare nel tempo il mio essere davvero una scrittrice.

Adriana Pannitteri libro

Cronaca di un delitto annunciato – L’Asino D’Oro edizioni, 2017

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Lucrezia© di Silvia Ziche

Silvia Ziche pubblica le prime tavole su Linus nel 1987. Approda poi sulle pagine di Cuore, Smemoranda, Topolino, Comix.
Nel tempo si sono susseguite varie altre collaborazioni a periodici, più alcune uscite in libreria. In generale, alterna la scrittura di lunghe storie a puntate (Disney), alla ideazione di strisce e vignette.
Prosegue, in parallelo, una costante collaborazione con le testate Disney e una produzione autonoma.
Il suo personaggio più recente, Lucrezia, appare settimanalmente sulle pagine di Donna Moderna e, saltuariamente, in libreria.

Visita il sito di Silvia Ziche.
Vai alla Pagina Facebook ufficiale di Silvia.

1. Perché hai scelto il lavoro/mestiere che fai?
Perché non avrei potuto fare nient’altro. Fin da piccolissima ero affascinata dai fumetti, da questi racconti disegnati in cui mi immergevo, vivendoli come se fossero reali. Non c’è stato un momento in cui ho pensato a cosa avrei voluto fare da grande, o in cui ho preso una decisione: semplicemente, l’ho fatto. E spero che le mie storie a fumetti possano avere su qualche giovane lettore lo stesso effetto che avevano su di me le storie che leggevo da bambina. La cosa mi renderebbe felice.

2. Qual è l’aggettivo che meglio definisce la tua attività?
Totalizzante.

3. Qual è il tuo primo ricordo di una biblioteca?
Avrò avuto sette, otto anni al massimo. Mia mamma regalò a me e a mio fratello la tessera della biblioteca comunale. Ci passavo pomeriggi interi a sfogliare libri, a sceglierli… insomma, a prendere confidenza con la lettura.

4. Come definiresti la biblioteca?
E’ un posto dove chiunque può “assaggiare” i libri, prenderli e riportarli, trovando il proprio gusto e il proprio percorso di lettura. E’ un posto dove si può imparare a scegliere i libri, senza problemi di costi.

5. Cosa ti piace di più in una biblioteca?
La quantità di libri. Trovo che siano bellissimi.

6. Quale è stato il primo libro che hai letto?
Non me lo ricordo. Probabilmente qualche libro per bambini, regalo di Natale di qualche zia. Di sicuro tanti “Topolino”. Poi alcuni libri del ciclo salgariano dei Pirati della Malesia, letti ad alta voce da mia mamma quando ancora non sapevo leggere da sola.

7. Quale libro ti ha lasciato un ricordo speciale?
“Le correzioni” di Jonathan Franzen. Deve avermi toccato qualche nervo scoperto. Ci sono proprio caduta dentro, non riuscivo a staccarmene, ero coinvolta emotivamente nelle vicende dei personaggi. Una recente rilettura mi ha fatto lo stesso effetto.

8. Quale libro consiglieresti a un giovane lettore?
Gli consiglierei un bel libro d’avventura. Non so se ora “Le tigri di Mompracem” di Salgari potrebbe avere lo stesso fascino che ha esercitato su di me. Forse meglio qualcosa di più attuale, come “Harry Potter” della Rowling. Insomma, gli consiglierei un libro avvincente, perché credo che prima di tutto si debba imparare che la lettura è divertimento, non imposizione. E che il divertimento della lettura ci può poi portare anche in terreni più difficili e accidentati. Ma solo se abbiamo imparato, in giovane età, che la lettura è prima di tutto un piacere.

9. Leggere fa bene? E perché?
Fa benissimo. E’ l’unico modo che abbiamo per poter vivere altre vite, altre epoche, emozioni che non ci appartengono. I libri ci rendono empatici, ci fanno partecipare al dolore e alla felicità dei personaggi di cui ci raccontano le storie. Arricchiscono la nostra gamma di sentimenti, e la nostra conoscenza delle persone e del mondo.

10. A quale altra domanda avresti voluto rispondere?
Leggere fumetti in giovane età può avvicinare alla lettura di romanzi e saggi?
Sì, credo di sì. Con me ha funzionato.

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(foto di Diego Feltrin)

Vive professionalmente con la musica dal 1982 svolgendo attività concertistica e didattica in Italia e all’estero. Negli anni ha affinato la sua musicalità studiando con Angelo Amato (allievo di A. Segovia) con il quale ha fatto alcuni esami al conservatorio di Udine. Parallelamente alla chitarra classica iniziava a suonare Blues, Rock, Funky ed altro con alcune band locali. Ha partecipato a corsi con Stefan Grossman, Duck Baker, Henry Defoe (Central Line), anche se la sua principale musicalità si è sviluppata ascoltando ed approfondendo tutti quei musicisti che hanno apportato qualcosa di positivo alla musica.

Visita il sito di Francesco Boldini.
Vai alla Pagina Facebook di Francesco.

 

1. Perché hai scelto il lavoro/mestiere che fai?
Tutto iniziò all’età di 13 anni quando il padre di un mio amico, interessato alla vita sociale di Spinea, venne a sapere che ci sarebbero stati dei corsi di chitarra gratuiti organizzati dal Comune, da qui l’idea di iniziare insieme il corso. La chitarra “Eko Fiesta” che avevo comperato da Maccagnani a Mestre per mio fratello più grande qualche tempo prima, risultò essere una buona opportunità per non pesare sull’economia della famiglia. Poi, a parte le prime difficoltà, suonare mi risultò essere la cosa più facile da fare. A scuola non ero assolutamente un bravo studente, la musica invece mi veniva facile come se facesse parte di me. Mi capitava di parlare con persone più grandi che si lamentavano del fatto di fare lavori che non li soddisfacevano e di quanto bello sarebbe stato svolgere una professione che, oltre a darti da vivere, ti avrebbe appagato e dato soddisfazione mentalmente. Cosi a 15 anni decisi che avrei seguito la musica a qualsiasi costo, anche contro una società che alla domanda “Che lavoro fai?” quando rispondevo “Il musicista” aggiungeva “Sì, ma di lavoro cosa fai?”. Ed eccomi qua dopo quasi 38 anni ancora a studiare nuovi repertori, a fare concerti in giro per il mondo; ancora felice della mia decisione. Anche se la vita è stata un po’ altalenante, ne è valsa la pena, per cui alla domanda rispondo: perché me l’ha consigliato Francesco Boldini!

2. Qual è l’aggettivo che meglio definisce la tua attività?
Poliedrico.

3. Qual è il tuo primo ricordo di una biblioteca?
E’ stato quando sono iniziati i corsi di chitarra tenuti nella biblioteca di Spinea di cui dicevo prima e visto che arrivavo sempre in anticipo rispetto all’orario delle lezioni, passavo il tempo a sbirciare tra i libri.

4. Come definiresti la biblioteca?
Un luogo dove si può trovare tutta l’esperienza che l’essere umano ha accumulato, documentando sensazioni, bellezze dal mondo, storie per far passare il tempo alla gente in maniera costruttiva (e distruttiva), chimica, matematica, tutte le materie e tutti i generi. Nelle biblioteche inglesi si trovano partiture di musica da tutto il mondo ed avendo vissuto là ne ho tratto molto profitto. Per cui definisco le biblioteche come luoghi dove se vuoi progredire, trovi tutto il necessario per farlo.

5. Cosa ti piace di più in una biblioteca?
Il fatto che all’interno la gente è molto rispettosa, sembra quasi un luogo di culto.

6. Quale è stato il primo libro che hai letto?
Non ricordo di preciso, forse dei fumetti da bambino. Il primo vero libro che ho letto penso sia stato “Zanna Bianca” di Jack London.

7. Quale libro ti ha lasciato un ricordo speciale?
Ho avuti dei momenti non continuativi di lettura, ma molti libri mi hanno lasciato qualche cosa: Hermann Hesse con “Siddhartha”, Ian McEwan con “Il giardino di cemento”, e poi Charles Bukowski, Friedrick Nietzsche, Marco Franzoso, Fedor Dostoevskij, biografie di artisti e non, questi sono i primi che mi vengono in mente. Sicuramente tanti testi sulla Musica.

8. Quale libro consiglieresti a un giovane lettore?
“Siddhartha” di Hermann Hesse.

9. Leggere fa bene? E perché?
Fa bene perché oltre al fatto di imparare, capire, sognare, viaggiare, appropriarsi di identità altrui, è l’unico momento in cui noi stessi possiamo con la mente assere al 100% padroni di essa.

10. A quale altra domanda avresti voluto rispondere?
Vi dico la risposta, la domanda immaginatela voi:
purtroppo poca gente legge più di questi tempi e se lo fanno, si limitano ad uno, due libri che cercano senza successo di capire e la dimostrazione di questo la si vede tutti i giorni. Qualche libro in più, magari preso in biblioteca, forse renderebbe il mondo migliore di quello che è.

E’ stato veramente un piacere rispondere a queste domande. EVVIVA!!

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Andrea D’Alpaos

Nato e tuttora residente a Venezia, ho conseguito il diploma di maturità artistica ad indirizzo musicale, presso il Liceo Musicale B. Marcello e quindi la Laurea in Lettere a indirizzo artistico presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università degli Studi di Venezia. Parallelamente ho approfondito gli studi musicali conseguendo la Licenza di Teoria e solfeggio, il diploma di Storia della musica, il diploma di Armonia complementare.
Ho ottenuto anche l’abilitazione per la professione di accompagnatore turistico e la licenza di guida turistica in lingua inglese e francese.
Parallelamente tengo lezioni tematiche di storia dell’arte e storia della musica.
Dal 1992 al 1998 ho fondato e diretto il Coro Venice Gospel Ensemble di Venezia, e sono autore/arrangiatore di gran parte dei brani del repertorio del gruppo.
Attualmente dirigo il Coro Joy Singers, nato nel 1998, con il quale svolgo un’intensa attività concertistica.

Giocare, osservare, esplorare…

Se a questi elementi aggiungiamo la curiosità posso dire che questo basta a riassumere sia la mia infanzia sia quello che sono adesso.
Ho studiato musica (giocare) e storia dell’arte (osservare), coltivando da prestissimo la passione per i viaggi (esplorare).
Oggi faccio musica (aiuta l’anima), faccio la guida turistica (aiuta a pagare le bollette!) e viaggio (aiuta a capire le cose e le persone).

Andrea D’Alpaos in Facebook
Il coro Joy Singers in un flashmob musicale in Biblioteca a Spinea.
Servizio di Tele Venezia sul flashmob in biblioteca.

 

1. Perché hai scelto il lavoro/mestiere che fai?
Ho avuto la grande fortuna di avere dei genitori che hanno dato a noi figli la possibilità di studiare e di scegliere senza imposizioni o pressioni.
Ho potuto seguire il mio istinto… e la musica ha preso il sopravvento, in particolare tutto il mondo della musica corale. Non è stata una strada facile, l’arte in Italia non è considerata un mestiere ma fare musica è una necessità interiore.

2. Qual è l’aggettivo che meglio definisce la tua attività?
Se posso usare dei sostantivi direi:
creatività
perseveranza
umiltà
Con creatività intendo la capacità/fortuna di poter suggerire un diverso e nuovo punto di vista. Le note sono immutate da secoli quindi credo sia impossibile scrivere una sequenza di note che non sia già stata scritta. Si cerca di raccontare in maniera diversa. Per fortuna ci sono delle combinazioni di suoni, delle armonie e dei timbri sonori che ancora toccano universalmente le corde dell’anima di chi ascolta… è quello lo scopo della narrazione (sia essa musica, pittura, scrittura).

3. Qual è il tuo primo ricordo di una biblioteca?
Sicuramente la biblioteca comunale di Murano quando ero alla scuola media e vi si andava per “fare ricerche”.
Ma forse la prima “biblioteca” è stata lo scaffale di casa dove venivano custodite le due enciclopedie, vere icone degli anni ’70: CONOSCERE e I QUINDICI !
Quando mia mamma prendeva quei volumi (non più di uno o due alla volta) cominciava sempre un nuovo viaggio che ci portava verso nuove scoperte o a rivivere luoghi già visitati, battaglie, personaggi mitici.

4. Come definiresti la biblioteca?
E’ un punto di partenza per viaggiare nel tempo, nello spazio e anche un rifugio, un luogo dove ritrovare un’altra dimensione, dove le corse e i problemi del quotidiano restano fuori per dar vita a un tempo scandito dalla nostra curiosità.

5. Cosa ti piace di più in una biblioteca?
La cortesia “universale” di qualsiasi bibliotecario/bibliotecaria incontrati negli anni.
Li ho sempre visti come custodi speciali di tanti tesori a disposizione di tutti e ho sempre avuto l’idea che sapessero tutto di ogni singolo volume.
Ricordo poi il “silenzioso scricchiolìo” dei pavimenti in legno della Querini a Venezia e l’idea di avere dei tavoli immensi a disposizione dove poter creare il mio piccolo regno: all’esterno le mura fatte dai tanti libri scelti; all’interno mille penne stilografiche e matite, quadernoni con fogli sganciabili e la merendina!
Per fortuna non esistevano ancora i telefonini.

6. Quale è stato il primo libro che hai letto?
Non so se valga come risposta ma dico assolutamente tutte le Fiabe Sonore…
“A mille ce n’èeee!”.
Lette e ascoltate milioni di volte perdendomi dentro quelle bellissime illustrazioni di insuperata qualità.

7. Quale libro ti ha lasciato un ricordo speciale?
Purtroppo ho una pessima memoria. Delle cose ricordo solo le sensazioni.
Comunque hanno sicuramente lasciato un segno “Le Avventure di Huckleberry Finn” di Mark Twain, e “Don Chisciotte” di Cervantes.
Sono affascinato da avventure e viaggi e da quello che si definisce romanzo picaresco.
Poi cito “Il Profumo” di Süskind per la maestria dell’autore nel raccontare e descrivere qualcosa che riguarda l’olfatto.

8. Quale libro consiglieresti a un giovane lettore?
Consiglierei solo di leggere il più possibile con curiosità.
Leggere e viaggiare, leggere è viaggiare.
Più si conosce meno si dipende dagli altri… ciò significa poter scegliere.

9. Leggere fa bene? E perché?
Leggere significa comunicare a distanza e soprattutto ascoltare. Ascoltiamo un’idea, un punto di vista, una storia. Possiamo limitarci a questo o anche pensare a chi sta dall’altra parte. Leggere è provare a trovare un punto d’incontro. Non sempre funziona ma è bello provarci.
Condivido quanto scritto in questo blog da Miriam Spera:
“leggere è l’incontro/confronto con l’Altro”.

10. A quale altra domanda avresti voluto rispondere?
La domanda è:
Vorresti che chi ci governa proteggesse e incoraggiasse le arti, la musica, la scrittura in quanto beni fondamentali per l’umanità?
La risposta è:
Sìissimo!!!
(Scusate la banalità della risposta e l’uso sgrammaticato del Sì).

 

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Alberto Pinton

Alberto Pinton

Alberto Pinton si esibisce sulla scena jazz europea e mondiale fin dalla metà degli anni ’80.
Con la formazione “Alberto Pinton-Noi siamo” ha recentemente realizzato il cd di composizioni originali “Resiliency” per la Moserobie Music Production. Precedenti lavori discografici sono stati prodotti con i gruppi Alberto Pinton Quintet, Alberto Pinton Clear Now, Dog Out, Pinton Kullhammar Zetterberg Nordeson, Alberto Pinton Nascent.
Ha partecipato ad innumerevoli registrazioni suonando ogni tipo di flauti, clarinetti e sassofoni, ma il suo strumento principale rimane il sassofono baritono.
Si è diplomato con Laurea in Sassofono (Summa Cum Laude) Al Berklee College of Music di Boston e ha conseguito un Master in Sassofono alla Manhattan School of Music di New York. Ha studiato sassofono e teoria con Hamiet Bluiett, Joe Temperley, George Garzone, Joe Viola, Herb Pomeroy.
Ha suonato e si è esibito con, tra gli altri, Kenny Wheeler, John Surman, John Warren, Bob Brookmeyer, Maria Schneider, Jerry Bergonzi, Lennart Åberg, Nils Landgren, Kenny Werner, Tim Hagans, Peter Erskine, Joe Lovano.
Originario di Venezia, attualmente vive a Stoccolma in Svezia.

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1. Perché hai scelto il lavoro/mestiere che fai?
Intuitivamente ho sempre più la sensazione che lavorare con la musica, improvvisata e jazz, abbia scelto me.

2. Qual è l’aggettivo che meglio definisce la tua attività?
Mi vengono subito in mente tre sostantivi: tenacia, modestia, disciplina.

3. Qual è il tuo primo ricordo di una biblioteca?
Sono cresciuto negli anni 60 e 70 a Porto Marghera, non c’era niente, a quel che mi ricordo. Ma la prima volta che sono entrato in una biblioteca è stato quando i locali si trasferirono da non so dove a via Beccaria. Probabilmente andavo alle medie. Ma ho sempre letto, e da piccolo leggevo i libri di mia sorella, dato che mamma e papà non avevano libri propri a casa, che io ricordi.

4. Come definiresti la biblioteca?
Un luogo di riflessione, curiosità, raccoglimento, crescita.

5. Cosa ti piace di più in una biblioteca?
Il silenzio.

6. Quale è stato il primo libro che hai letto?
Non ricordo assolutamente. So di aver letto “Pel di carota” di Jules Renard, almeno 4 o 5 volte, durante un’estate. Avrò avuto 7-8 anni? Non so assolutamente perché.

7. Quale libro ti ha lasciato un ricordo speciale?
“Uomini e topi” di John Steinbeck, letto in italiano e poi in lingua originale, come da adulto cerco di fare il più possibile.

8. Quale libro consiglieresti a un giovane lettore?
“Il signore delle mosche” di William Golding.

9. Leggere fa bene? E perché?
Per me leggere è importantissimo. Mi rendo conto di essere un lettore “peggiore” di prima, dato che spendo più tempo al computer o cellulare, e gli occhi non sono più quelli di una volta. Ma compro e leggo libri da sempre.

10. A quale altra domanda avresti voluto rispondere?
Come vivo la differenza tra leggere un libro virtualmente o tenendolo in mano, fatto di carta?
Differenza per me importante, ma che allo stesso tempo sembra diminuire sempre di più. Ci si abitua a tutto.

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