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Emanuela Canepa

Emanuela Canepa

 

Nata a Roma dove si è laureata in Storia Medievale, vive a Padova dal 2000.
Lavora come bibliotecaria per l’Università e si occupa di assessment in psicologia.
Nel 2017 ha vinto la XXX edizione del Premio Calvino con il romanzo “L’animale femmina“, pubblicato da Einaudi Stile Libero ad aprile del 2018.

Visita la pagina Facebook di Emanuela Canepa.

Emanuela in Instagram: lamanucanepa

1. Perché hai scelto il lavoro/mestiere che fai?
In effetti è lui ha scelto me. Quando mi sono trasferita a Padova ho tentato diversi concorsi e per prepararmi andavo in biblioteca. In quella del Liviano, alla facoltà di Lettere, ho fatto amicizia con una bibliotecaria che mi ha dato alcune dritte per prepararmi al meglio ai concorsi banditi dall’università. Ho provato ed è andata bene.

2. Qual è l’aggettivo che meglio definisce la tua attività?
Paziente. E non è una qualità di cui sono particolarmente dotata.

3. Qual è il tuo primo ricordo di una biblioteca?
Sono nata a Roma alla fine degli anni ’60. Il concetto di biblioteca di quartiere era inesistente, ed è rimasto tale per vent’anni ancora. In compenso c’era un numero immenso di straordinarie biblioteche storiche: la Vallicelliana, la Casanatense, la Vaticana, l’Angelica, solo per dire le più famose. La prima davvero imponente in cui sono entrata è stata la biblioteca dell’École Française a Palazzo Farnese. Era talmente bella che credevo di morire. I primi due giorni l’ho girata in lungo e in largo, come fosse uno scavo di carta. Ci ho messo un po’ per ritrovare la calma e mettermi seduta a studiare.

4. Come definiresti la biblioteca?
Più che un luogo le biblioteche sono stati dell’anima. Mi piace usare le parole di Rilke: È bello stare in mezzo a uomini che leggono.

5. Cosa ti piace di più in una biblioteca?
Il fatto che anche se sei in compagnia non occorre parlare ed è fisiologico leggere. Non mi serve molto altro per essere felice.

6. Quale è stato il primo libro che hai letto?
Onestamente non saprei perché è passato parecchio tempo, purtroppo. Posso dire qual è il primo che ricordo, però. La “Trilogia” di Italo Calvino. Un ricordo indelebile. È il libro che mi ha fatto capire che tutti possiamo avere una seconda vita sulla carta.

7. Quale libro ti ha lasciato un ricordo speciale?
“L’opera al nero” di Marguerite Yourcenar. Ho pensato che se al mondo esistevano una scrittrice simile e un personaggio come Zenone, poteva valere la pena qualsiasi cosa.

8. Quale libro consiglieresti a un giovane lettore?
Gli consiglierei di non accettare consigli. Da nessuno. E di mettersi a leggere solo quello che attira la sua attenzione. Consigliare i giovani mi pare rischiosissimo per una vocazione anarchica come deve necessariamente essere la lettura.

9. Leggere fa bene? E perché?
Non so se mi sento di sottoscrivere quest’affermazione. Preferisco pensare che fa bene essere se stessi. Fa bene la ricerca della verità. Fa bene per quanto possibile evitare la dissimulazione di sentimenti o intenzioni sincere in nome di astratti timori o galatei. Per tutte questi percorsi la lettura è una fonte inesauribile di suggerimenti, e può essere di enorme aiuto. Però se poi uno trova un’altra strada per fare la stessa cosa, non mi sento di metterla in una condizione gerarchicamente inferiore alla lettura. A parte il fatto che dire che leggere fa bene per principio è un po’ assolutorio. Il mondo è pieno di gente a cui leggere non ha fatto bene per nulla. Anzi. Come ogni input, leggere è un’attività neutra. Può fare bene o male a seconda della cornice in cui la inscrivi.

10. A quale altra domanda avresti voluto rispondere?
Adesso che hai pubblicato un libro, c’è un vantaggio tangibile a cui non avevi pensato quando scrivevi solo per te?
Sì, uno, enorme: un sacco di editori – non solo il mio, intendo – ti spediscono i libri a casa. Gratis. Ancora non ci credo.

cop animale femmina

L’animale femmina – Einaudi, 2018

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Federico Pace

Federico Pace

Da vent’anni lavora come giornalista per il Gruppo editoriale Espresso, ed è considerato uno dei più interessanti scrittori di letteratura di viaggio degli anni recenti.
I suoi libri “Senza volo. Storie e luoghi per viaggiare con lentezza” (Einaudi ed. 2008), “La libertà viaggia in treno” (Laterza ed. 2016) hanno riscosso un notevole successo di critica e di pubblico. “Controvento” (Einaudi ed. 2017) è stato tra i libri più venduti dell’anno.

Visita il SITO di Federico Pace

 

1. Perché hai scelto il lavoro/mestiere che fai?
Un giorno mi sono messo in testa che scrivere un libro era l’unica maniera per trovare il libro che davvero desideravo leggere. Ovviamente, fino a ora non ci sono riuscito. Ma non demordo e ci sto provando ancora.

2. Qual è l’aggettivo che meglio definisce la tua attività?
Sorprendente.

3. Qual è il tuo primo ricordo di una biblioteca?
La prima biblioteca che ricordo è stata quella di mio padre. Entrare nel suo studio, quando ero ancora piccolo, fu come entrare in una specie di caverna delle meraviglie. Le enciclopedie, le coste dei libri affiancati per casa editrice, le vetrine chiuse della libreria. Poi c’è stata la biblioteca dell’università dove si mescolavano interessi culturali con quelli di natura più relazionale. In quel momento la biblioteca, da sola, suggeriva che sarebbe riuscita a soddisfare due esigenze fondamentali: trovare, nello stesso posto, il libro e la ragazza che altrove non riuscivo a trovare.

4. Come definiresti la biblioteca?
La più concreta dimostrazione di democrazia. Il più ampio deposito delle storie, dei pensieri e dei sogni dell’intera umanità.

5. Cosa ti piace di più in una biblioteca?
Mi piace vedere i volti delle persone, di età così diverse tra loro, alle prese con la curiosità. Mi piace assistere all’incontro insondabile che avviene tra le persone e le pagine di un libro in uno spazio condiviso. Il silenzio interrotto da qualche parola, lo sfogliare di una pagina, una persona che infine alza il volto dal libro e guarda fuori da una finestra.

6. Quale è stato il primo libro che hai letto?
Difficile ricordarlo. Di certo la prima cosa che ho letto sono stati dei fumetti. I vari Walt Disney e poi B.C. di Johnny Hart, il fumetto sugli uomini delle caverne. Poi sono arrivati i libri. Forse il primo vero libro che mi ha colpito, quando ancora era piccolo, è stato “Il Gattopardo” di Giuseppe Tomasi di Lampedusa.

7. Quale libro ti ha lasciato un ricordo speciale?
Ne dico tre: “L’invenzione di Morel” dello scrittore argentino Adolfo Bioy Casares, “Le città invisibili” di Italo Calvino e “Il deserto dei Tartari” di Dino Buzzati.

8. Quale libro consiglieresti a un giovane lettore?
In questo momento direi “Quell’anno a scuola” dello scrittore statunitense Tobias Wolff e “Acqua di mare” di Charles Simmons.

9. Leggere fa bene? E perché?
Ogni libro che leggiamo, lascia dentro di noi un sedimento. Con il tempo, libro dopo libro, questi sedimenti silenziosamente si sovrappongono e si mescolano. Da qui, da questi sedimenti, che ci arricchiscono, come accade con i minerali per la nostra Terra, nascono poi le idee che ci verranno. Da qui, nasceranno le parole che useremo per riuscire a dire quel che sentiamo alle persone a cui vogliamo bene. Da qui nasceranno le parole per costruire, a nostra volta, una nuova storia che non è stata ancora raccontata.

10. A quale altra domanda avresti voluto rispondere?
Non so. Piuttosto, c’è una domanda che mi pongono spesso gli studenti durante gli incontri: “Da dove arrivano davvero le idee?”. Non sapendolo davvero, ogni volta, provo a dare una risposta diversa. E voi, lo sapete da dove arrivano davvero le idee che ci vengono in testa?

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Rossella Milone

Rossella Milone – foto di Rino Bianchi

Rossella Milone è nata a Napoli nel 1979, vive e lavora a Roma. Ha pubblicato “Poche parole, moltissime cose” (Einaudi); “La memoria dei vivi”, (Einaudi, premio Pistoia), “Nella pancia, sulla schiena, tra le mani” (Laterza), “Prendetevi cura della bambine” (Avagliano, menzione premio Italo Calvino).
Scrive per il teatro e per il cinema,  per Il Mattino, Il fatto Quotidiano e per  svariate riviste letterarie.
Su twitter la trovate qui: @MiloneRossella.
Il suo blog è: rossellamilone.blogspot.it

1. Perché hai scelto il lavoro/mestiere che fai?

All’inizio è stata un’esigenza, una necessità o, come lo interpreto io, un atto istintivo. Ho cominciato a scrivere sin da piccola; più che altro ho da sempre inventato storie, come se l’affabulazione fosse congeniale al mio modo di capire il mondo. La scelta di far diventare questo atto istintivo un mestiere è arrivata dopo, con una consapevolezza più approfondita, con lo studio. Soprattutto col confronto.

2. Qual è l’aggettivo che meglio definisce la tua attività?

Incosciente. E’ da incoscienti sedersi tutti i giorni alla scrivania e mettersi a inventare un mondo dal nulla; convivere con la difficoltà emotiva che la scrittura comporta; affidare a una storia aspettative, speranze, intenzioni, senza sapere cosa ne sarà di lei. Senza sapere a chi piacerà o a chi servirà. Soprattutto in cambio di molto poco. Ma in questa incoscienza c’è tutta l’essenza di questo mestiere – la bellezza di inventare qualcosa di nuovo ogni giorno.

3. Qual è il tuo primo ricordo di una biblioteca?

Ero molto piccola. Mi trovavo a Coimbra con i miei genitori e andammo a visitare la biblioteca Joanina. A un certo punto mi accorsi che i miei genitori non erano più a fianco a me; credevo di essermi persa ma loro mi tenevano d’occhio da lontano. Mi ricordo che la cosa a cui pensai subito erano i pipistrelli: qualcuno mi aveva detto che ne giravano un paio liberi, lì dentro, perché mangiavano gli insetti che distruggono la carta. Mi ricordo che ero da sola circondata da quella montagna di libri; e tutti quei libri mi facevano più impressione dei pipistrelli. Questa cosa – di me stessa – mi incuriosì molto.

4. Come definiresti la biblioteca?

Una casa. E’ in casa che tengo le cose più preziose. Personalmente vado parecchio nella biblioteca della mia città, perché è dove riesco a scrivere meglio. Col fatto che non ho un cartellino da timbrare, ho bisogno di ritagliarmi uno spazio e un tempo da dedicare interamente al lavoro, che gli altri rispettino. Ci passo moltissimo tempo, per cui è una mia seconda casa.

5. Cosa ti piace di più in una biblioteca?

Il silenzio è scontato, anche se conta. Ma mi piace molto la concentrazione che le persone ritrovano lì dentro: sono tutti così assorti, intimamente impegnati con un libro o con un lavoro da affrontare. E’ come se si creasse un piccolo universo di condivisione senza bisogno di parlarsi. Nella biblioteca dove vado io, poi, mi piacciono molto due tartarughe di terra che gironzolano fuori al giardino accanto alla sala dove scrivo.

6. Quale è stato il primo libro che hai letto?

Vorrei saperlo. Non me lo ricordo e non saprei più a chi chiederlo. Quello che ho più impresso è “Alice nel paese delle meraviglie” di Lewis Carroll, ma non credo sia il primo. Fingiamo che lo sia.

7. Quale libro ti ha lasciato un ricordo speciale?

Oltre ad “Alice nel paese delle meraviglie”, di cui ripetevo a memoria certi brani durante i viaggi in macchina, ho un bel ricordo legato ad “Arcangelo” di Fabrizia Ramondino. Ero a una fiera e ne parlai con lei a lungo, in una specie di trance estasiata. Poco tempo dopo lei morì e quel ricordo – e quel libro – hanno assunto un peso ancora più particolare, nella mia libreria.

8. Quale libro consiglieresti a un giovane lettore?

I libri di Robert Louis Stevenson. Tutti quanti. Hanno la leggerezza dell’affabulazione, il fascino dell’avventura e un’attenzione particolare all’umanità: ci si educa alla letteratura senza saperlo, con Stevenson, e dopo non puoi che scegliere buoni libri.

9. Leggere fa bene? E perché?

Perché fa bene respirare, mangiare, bere, fare l’amore. Leggere dovrebbe diventare un bisogno fisiologico, una malattia esantematica da non poter evitare: è l’unico modo per sviluppare anticorpi, per provare a interpretare la realtà, per rendersi più umani.

10. A quale altra domanda avresti voluto rispondere?

A chi vorresti dare il Nobel per la letteratura?
Ad Alice Munro. Dateglielo, per favore.

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