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Posts Tagged ‘gazzettino’

Paolo Navarro 1

Paolo Navarro Dina

Nato nel 1962 a Roma, mi sono laureato in Storia Contemporanea con 110 e lode all’Università Ca’ Foscari di Venezia.
La mia prima esperienza lavorativa è stata nella redazione del settimanale “Venezia 7” dove mi sono occupato di cronaca cittadina. Successivamente ho lavorato per alcuni anni in una televisione privata locale, Antenna Tre Nordest, sempre nell’ambito della cronaca e politica locale.
Nel 1988 ho iniziato la collaborazione con “Il Gazzettino” di Venezia lavorando nell’ufficio cronaca della città di Mestre e successivamente in quella di Venezia-centro storico.
Dopo alcuni contratti di “sostituzione ferie” durante l’estate, nel novembre del 1993 sono entrato con contratto part-time nella redazione di Venezia.
Nel 1996 sono stato assunto praticante e trasferito nella redazione periferica di Belluno dove sono rimasto fino al 2000 occupandomi di politica locale e regionale, turismo, cultura, politica sociale e sanitaria. Sono poi rientrato a Venezia per seguire servizi pubblici, politica locale e cronaca nera.
Nel 2001 sono passato alla cronaca nera nella redazione di Mestre.
Nel marzo 2007 sono stato trasferito agli esteri, iniziando a seguire le questioni di politica internazionale con particolare riferimento all’Unione Europa, il Consiglio d’Europa e le vicende dell’area balcanica e del Medio Oriente.
Dal 2010 sono ritornato nell’organico della cronaca di Venezia dove sono rimasto fino al 2017 per poi essere trasferito alla redazione centrale cultura.
Dal 2010 sono Coordinatore del Tavolo delle Associazioni Comunali per il Giorno della Memoria e socio dell’Ateneo Veneto.
Da dicembre 2013 sono consigliere della Comunità ebraica di Venezia, carica che detengo tutt’ora con delega alle Pubbliche relazioni e Comunicazione.

Paolo Navarro Dina in Facebook.
Segui Paolo in Twitter.

 

1. Perché hai scelto il lavoro/mestiere che fai?
Ho scelto questo lavoro perché in casa mia entravano molti giornali. Mio padre lavorava alla Rai, nella sede centrale di Roma e doveva essere sempre informato. Poi crescendo è diventata una passione che mi rimane ancora. Ricordo ancora quando il quotidiano era composto in foglioni e che distendevo le pagine sul pavimento per essere più comodo nella lettura. Mi accucciavo in cucina o nel salotto di casa e iniziavo a leggere senza scompaginare le pagine.

2. Qual è l’aggettivo che meglio definisce la tua attività?
Uso più di un aggettivo: tumultuosa, frizzante, affascinante e favolosa.

3. Qual è il tuo primo ricordo di una biblioteca?
La prima biblioteca che ho vissuto intensamente è stata la Querini Stampalia di Venezia con le sue stanze suggestive, piene di storia, con i libri, tanti libri in esposizione che si potevano tranquillamente sfogliare e leggere. Quante volte negli intervalli, perché era la mia biblioteca preferita in periodo universitario, ho sottratto tempo allo studio, per leggere uno dei volumi esposti.

4. Come definiresti la biblioteca?
Un luogo dove poter capire l’evoluzione del pensiero (nel bene e nel male) dell’uomo. Un luogo che offre spunti per conoscere e interpretare il presente.

5. Cosa ti piace di più in una biblioteca?
L’organizzazione del luogo e la libertà di scegliere.

6. Quale è stato il primo libro che hai letto?
Il primo libro che ho letto tutto d’un fiato “Narciso e Boccadoro” di Hermann Hesse.

7. Quale libro ti ha lasciato un ricordo speciale?
Devo dire che sono molti. Da “La Famiglia Moskat” di Isaac Singer a “Molto forte incredibilmente vicino” di Jonathan Safran Foer. Ma quello che amo di più è senz’altro “Il commesso” di Bernard Malamud.

8. Quale libro consiglieresti a un giovane lettore?
Consiglierei “Austerlitz” di W.G Sebald.

9. Leggere fa bene? E perché?
Leggere fa benissimo. Perché serve a sentirsi vivi.

10. A quale altra domanda avresti voluto rispondere?
Ci sono sempre domande.
Purtroppo non sempre abbiamo le risposte.

PUNTA DELLA DOGANA

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gio alajmo

Giò Alajmo al lavoro in sala stampa

Giò Alajmo è un giornalista professionista. Dal 1975 al 2015 ha lavorato come cronista, critico musicale, inviato e per circa 30 anni vicecaposervizio cultura e spettacoli nel più diffuso quotidiano del Nordest, Il Gazzettino. In pensione dal luglio 2015 per raggiunti limiti di anzianità di servizio, ha curato due libri di storia della musica pop, scritto due lavori di teatro musicale, realizzato qualche migliaio di interviste e recensioni alla quasi totalità dei principali artisti della scena rock mondiale. Ideatore nel 1983 del premio della critica al festival di Sanremo, poi intitolato a Mia Martini, è iscritto alla Siae come autore e compositore di musica leggera e autore teatrale. Ha collaborato con testate specializzate quali Ciao 2001, Il Blues, oltre a RadioUnoRai e radio private sin dal 1976. Nel tempo libero cura un piccolo blog sul sito spettakolo.it intitolato “Giò on the rock“.

Visita la Pagina Facebook di Giò Alajmo.

1. Perché hai scelto il lavoro/mestiere che fai?
Erano tempi creativi, a metà degli anni ’70 e aperti alle opportunità. In realtà non pensavo di fare il giornalista; me lo propose il direttore del Gazzettino, Lauro Bergamo, sicuramente sollecitato da mio padre. Lo conoscevo bene, ero amico di suo figlio dai tempi del liceo. Discutevamo spesso di giornali e politica e finì con una proposta che era piuttosto una sfida e una scommessa. Avevo 21 anni, una passione politica controcorrente già abbandonata e una musicale sempre viva. Provai a fare il cronista, e in 48 ore ero già a pieno ritmo nella “macchina”. Un mese dopo Bergamo mi propose di occuparmi anche di rock, che non aveva copertura sul quotidiano. Probabilmente la strada era già segnata anche se non me ne rendevo conto. Avevo imparato a leggere a 4 anni, identificando subito le tre lettere del mio nome nella sigla TeleGIOrnale in tv. Poi vessavo tutti in famiglia ogni lunedì leggendo tutte le cronache sportive e i risultati del calcio maggiore e minore, poi i titoli di cronaca e di politica, anche se non capivo ovviamente granché. Ma l’informazione, i giornali, erano nel mio dna dalla nascita. Come i libri, il gusto della lettura, vizio di famiglia, di mia madre in particolare.

2. Qual è l’aggettivo che meglio definisce la tua attività?
Divulgativo. Ognuno legge il giornalismo in modo diverso. Il mio è tradurre i fatti, gli eventi, in modo comprensibile e riportarli alle persone perché conoscano cosa succede attorno a loro. Ogni cosa è sempre collegata ad altre, per cui si può raccontare il mondo anche partendo da un evento sportivo, o di spettacolo, o un fatto di cronaca.

3. Qual è il tuo primo ricordo di una biblioteca?
La prima biblioteca che ricordo era quella dei miei nonni a Firenze, scaffali e scaffali di libri, molti dei quali con le loro copertine dipinte a mano, come si usava agli inizi del secolo, romanzi, biografie storiche, i classici. Ne sceglievo sempre uno e mi ci tuffavo durante ogni vacanza. Ricordo che mi divertiva molto Wodehouse, ironico autore inglese, ma riuscii anche ad affrontare Tolstoj piuttosto presto. Poi c’era la biblioteca medica di casa, pareti di libri e fascicoli di cui mio padre sembrava ricordare a memoria posizione e contenuto di ognuno. Biblioteca nel senso di struttura pubblica, non saprei dire. Ne ho viste e frequentate tante, in Italia e all’estero, moderne e antiche.

4. Come definiresti la biblioteca?
Un archivio della memoria e della fantasia.

5. Cosa ti piace di più in una biblioteca?
Il silenzio. E’ l’unico posto dove sia imposto e rispettato. Non capita più neanche in ospedale. Il silenzio è importante, perché significa rispetto, attenzione, ascolto. Chi fa musica davvero sa quanto sia importante il silenzio, la pausa, quanto crei dinamica e dia valore al suono. Il silenzio della biblioteca dà maggior valore alle parole, perché si sono apprese leggendo.

6. Quale è stato il primo libro che hai letto?
Non ricordo il primo libro vero e proprio. Forse Moby Dick, o Tom Sawyer. Li ho ancora.

7. Quale libro ti ha lasciato un ricordo speciale?
“Il nome della rosa” di Umberto Eco. Non ne volevo sapere di leggerlo, troppa pressione mediatica, troppo di moda. Andai anche a vedere il film, che mi piacque, ma leggerlo no. Lo presi in mano finalmente dieci anni dopo la sua uscita. E me ne innamorai pagina dopo pagina, tanto da rileggerlo una volta finito per trovare nuove sfumature. E’ un inno alla lettura, alla conoscenza, ai libri, con quel pizzico di mistero che a me piace molto.

8. Quale libro consiglieresti a un giovane lettore?
Quanto giovane? Perché ci sono libri che vanno letti all’età giusta. Ai miei nipoti quand’erano al liceo ho consigliato “1984” di George Orwell (lasciate perdere il film) che è impegnativo ma imprescindibile per guardare il mondo con occhi più disincantati. E’ un libro che ha influenzato l’intera generazione rock britannica, da Bowie ai Pink Floyd, ma soprattutto disegna una società da incubo in cui il potere usa un metalinguaggio molto simile a quello che si legge ogni tanto sui giornali.

9. Leggere fa bene? E perché?
Non leggere fa malissimo. Si diventa stupidi. La lettura è nutrimento per la mente, è esercizio per i neuroni, è confronto, è informazione, stimola la fantasia, la capacità di comunicazione, la capacità di analisi e di elaborazione della realtà, e la costruzione del futuro. Non c’è televisione, cinema, telefonino, computer, pad, che possa sostituire la funzione di un buon libro di carta letto con tutto il tempo necessario in un luogo confortevole. Leggo anch’io eBook, ma il buon vecchio libro cartaceo è un’altra cosa, è un amico che ti accompagna, ti fa compagnia e che poi riponi sullo scaffale salutandolo ogni tanto con lo sguardo, finché non ti torna in mano.

10. A quale altra domanda avresti voluto rispondere?
“Quale libro ti ha cambiato la vita?” Una risposta ce l’ho. “Blues ballate e canzoni” di Bob Dylan tradotto da Stefano Rizzo con la prefazione di Fernanda Pivano. Fu la prima raccolta di testi del poeta rock tradotti uscita in Italia, nel febbraio 1972. A parte capire finalmente cosa cantava Dylan e quale universo poetico ci fosse nei suoi testi, illuminante fu lo scritto della Pivano, che raccontava l’America dietro le canzoni, quel mondo di poesia beat, di diritti civili e di disintegrazione del segregazionismo razziale che aveva dato inizio a un cambiamento globale della società in tutto il mondo. Ecco. La mia storia comincia probabilmente con quel libro, e sono felice di averlo potuto alla fine raccontare a Nanda, di cui sono diventato amico nei suoi ultimi anni, frequentando la sua casa piena di “pace e amore” e di pile e casse di libri di ogni tipo.

Giò Alajmo con Fernanda Pivano.

Giò Alajmo con Fernanda Pivano.

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edoardo pittalis

63 anni, giornalista e scrittore, editorialista del Gazzettino del quale è stato a lungo vicedirettore. Tra i suoi libri: “Dalle Tre Venezie al Nordest”, “Il sangue di tutti”, “La guerra di Giovanni”, “L’acqua, il sangue e la terra”. I  libri sono diventati spettacoli portati sul palcoscenico da Gualtiero Bertelli e dalla Compagnia delle Acque.
Il sito del Gazzettino.
Ascolta un’intervista a Edoardo .

1. Perché hai scelto il lavoro/mestiere che fai?
“Per mestiere scrivo, lo faccio da oltre quarant’anni. Forse era quello che sognavo da ragazzino. E’ la sola cosa che so fare e mi piace. Sono stato fortunato a non dover cambiare, a trovare sempre occasioni di lavoro. Come diceva Enzo Biagi: se gli editori sapessero che ci piace fare i giornalisti, anziché pagarci vorrebbero essere pagati”. 

2. Qual è l’aggettivo che meglio definisce la tua attività?
“Stimolante”. 

3. Qual è il tuo primo ricordo di una biblioteca?
“Quella del convitto nel quale ho fatto le scuole medie, era un vecchio convento dei Gesuiti e aveva conservato i libri antichi e i registri del tempo. Era possibile consultare testi ormai diventati cimeli. Colpiva il fascino di quei volumi conservati con cura in librerie altissime e chiuse con vetri spessi”. 

4. Come definiresti la biblioteca?
“Il centro del pensiero dell’uomo”. 

5. Cosa ti piace di più in una biblioteca?
“Mi sembra di poter entrare in un mondo amato ma non ancora del tutto scoperto. Soprattutto che non sarà mai scoperto del tutto”. 

6. Quale è stato il primo libro che hai letto?
“Pinocchio. C’era una volta un re, diranno i miei piccoli lettori….”. 

7. Quale libro ti ha lasciato un ricordo speciale?
“La Divina Commedia, ricordo quando sfogliavo le vecchie edizioni con i disegni di Gustavo Dorè. C’era un mondo fantastico e incredibile, enorme e straordinario”. 

8. Quale libro consiglieresti a un giovane lettore?
“Se questo è un uomo” di Primo Levi, perché Levi è un grande scrittore, perché fa capire che la storia non è qualcosa di astratto, ma lascia segni nella pelle. Di più: è indispensabile per capire gli orrori di un passato recentissimo in un mondo che tende troppo spesso a dimenticare”. 

9. Leggere fa bene? E perché?
“Perché in un mondo nel quale tutti mangiamo immagini, le stesse per tutti attraverso televisione, web ecc. e la realtà viene fissata da qualsiasi cellulare, leggere fala differenza. Pur leggendo lo stesso libro ognuno può far scattare la propria fantasia, la propria immaginazione. La reazione sentimentale, emotiva davanti a un libro è personale, straordinaria perché unica”. 

10. A quale altra domanda avresti voluto rispondere?
“Quali sensazioni fisiche ti dà un libro?

Appartengo a una generazione che riconosce il suono delle pagine sfogliate, il profumo diverso a seconda del tipo di carta. Questo non significa non accettare i cambiamenti, non apprezzare l’E-book. Ogni tempo ha i suoi mezzi. Ma è come cambiare la vecchia raccolta delle figurine con tante immagini fisse, si perde il gusto di raccogliere le figurine, incollarle una per una, scambiarle, giocarle”.

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