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Alberto Pinton

Alberto Pinton

Alberto Pinton si esibisce sulla scena jazz europea e mondiale fin dalla metà degli anni ’80.
Con la formazione “Alberto Pinton-Noi siamo” ha recentemente realizzato il cd di composizioni originali “Resiliency” per la Moserobie Music Production. Precedenti lavori discografici sono stati prodotti con i gruppi Alberto Pinton Quintet, Alberto Pinton Clear Now, Dog Out, Pinton Kullhammar Zetterberg Nordeson, Alberto Pinton Nascent.
Ha partecipato ad innumerevoli registrazioni suonando ogni tipo di flauti, clarinetti e sassofoni, ma il suo strumento principale rimane il sassofono baritono.
Si è diplomato con Laurea in Sassofono (Summa Cum Laude) Al Berklee College of Music di Boston e ha conseguito un Master in Sassofono alla Manhattan School of Music di New York. Ha studiato sassofono e teoria con Hamiet Bluiett, Joe Temperley, George Garzone, Joe Viola, Herb Pomeroy.
Ha suonato e si è esibito con, tra gli altri, Kenny Wheeler, John Surman, John Warren, Bob Brookmeyer, Maria Schneider, Jerry Bergonzi, Lennart Åberg, Nils Landgren, Kenny Werner, Tim Hagans, Peter Erskine, Joe Lovano.
Originario di Venezia, attualmente vive a Stoccolma in Svezia.

Visita il sito web di Alberto Pinton.
Vai alla pagina Facebook di Alberto.

1. Perché hai scelto il lavoro/mestiere che fai?
Intuitivamente ho sempre più la sensazione che lavorare con la musica, improvvisata e jazz, abbia scelto me.

2. Qual è l’aggettivo che meglio definisce la tua attività?
Mi vengono subito in mente tre sostantivi: tenacia, modestia, disciplina.

3. Qual è il tuo primo ricordo di una biblioteca?
Sono cresciuto negli anni 60 e 70 a Porto Marghera, non c’era niente, a quel che mi ricordo. Ma la prima volta che sono entrato in una biblioteca è stato quando i locali si trasferirono da non so dove a via Beccaria. Probabilmente andavo alle medie. Ma ho sempre letto, e da piccolo leggevo i libri di mia sorella, dato che mamma e papà non avevano libri propri a casa, che io ricordi.

4. Come definiresti la biblioteca?
Un luogo di riflessione, curiosità, raccoglimento, crescita.

5. Cosa ti piace di più in una biblioteca?
Il silenzio.

6. Quale è stato il primo libro che hai letto?
Non ricordo assolutamente. So di aver letto “Pel di carota” di Jules Renard, almeno 4 o 5 volte, durante un’estate. Avrò avuto 7-8 anni? Non so assolutamente perché.

7. Quale libro ti ha lasciato un ricordo speciale?
“Uomini e topi” di John Steinbeck, letto in italiano e poi in lingua originale, come da adulto cerco di fare il più possibile.

8. Quale libro consiglieresti a un giovane lettore?
“Il signore delle mosche” di William Golding.

9. Leggere fa bene? E perché?
Per me leggere è importantissimo. Mi rendo conto di essere un lettore “peggiore” di prima, dato che spendo più tempo al computer o cellulare, e gli occhi non sono più quelli di una volta. Ma compro e leggo libri da sempre.

10. A quale altra domanda avresti voluto rispondere?
Come vivo la differenza tra leggere un libro virtualmente o tenendolo in mano, fatto di carta?
Differenza per me importante, ma che allo stesso tempo sembra diminuire sempre di più. Ci si abitua a tutto.

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Max Paiella (foto di Masimiliano Fusco)

Ho iniziato il mio percorso professionale come disegnatore e quando mi capitava di vedere un comico esibirsi mi vergognavo per lui, dicevo tra me e me: “Ma come fa a fare sto lavoro?”.
Poi, mentre frequentavo l’Accademia di Belle Arti di Roma negli anni ’90, ho iniziato a cantare e suonare la chitarra e dopo avere terminato gli studi ho incominciato a lavorare nei locali notturni della capitale.
Le prime apparizioni televisive sono state in “I ragazzi del muretto” su Rai2, “Linda e il brigadiere” con Nino Manfredi su Rai1, “Telenauta 69” con Lillo e Greg” e “Mhhhh” di e con Serena Dandini. Ho debuttato al cinema nel 2001 con “Blek Giec” di Enrico Caria.
All’epoca svolgevo parallelamente anche l’attività di storyboarding per il cinema e la pubblicità.
Nel 2001 ho iniziato a frequentare La Fattoria dei Comici, laboratorio teatrale del teatro Ambra Jovinelli. Nel frattempo suonavo con Renzo Arbore e i Swing Maniacs, con cui ho fatto due dischi, numerose tournée e programmi televisivi tra cui lo spettacolo di varietà “Meno siamo meglio stiamo” su Rai1.
Dal 2004 sono ospite fisso nella trasmissione radiofonica “Il Ruggito del Coniglio” di Marco Presta e Antonello Dose in cui interpreto numerosi personaggi, sketch e momenti musicali.
La mia attività musicale proseguiva con “The Blues Willies” assieme a Claudio Greg Gregori.
Ho anche portato in scena spettacoli teatrali scritti da me: “Serenate Coniglie” al Teatro Dei Satiri di Roma, “Max paiella show” al Piccolo Brancaccio “Max Paiella Recital” al Teatro Ambra alla Garbatella.
Ho preso parte a tre edizioni di “Parla con me” condotte da Serena Dandini su Rai3 .
Nel 2010 ho vinto il prestigioso Premio della Satira di Forte Dei Marmi per l’imitazione di Augusto Minzolini, allora direttore del tg1. Lo stesso anno inizia la mia partecipazione a “610” di Lillo, Greg e Alex Braga in onda su Radio2 Rai.
Tra il 2012 e il 2013 ho partecipato a “The show must go off” condotto da Serena Dandini su La7.
Ho collaborato con Diego Bianchi a Gazebo, in onda su Rai3.
Tra il 2013 e il 2015 è andata in onda la mia trasmissione radiofonica “Max Paiella tutto compreso” sempre su Radio2 Rai.
Probabilmente ho dimenticato qualcosa, non me ne abbiate! Sono solo un fantasista!!!

Visita il sito di Max Paiella.
Vai alla pagina Facebook di Max.
Max Paiella in Twitter: @MaxPaiella

 

1. Perché hai scelto il lavoro/mestiere che fai?
È lui che ha scelto me, in alternativa non avrei potuto fare molto altro se non insegnare disegno e fare storyboards.

2. Qual è l’aggettivo che meglio definisce la tua attività?
Se può andare bene anche un sostantivo, direi Fantasista.

3. Qual è il tuo primo ricordo di una biblioteca?
Ero alla Biblioteca Teatrale del Burcardo a Roma per un esame di scenografia.

4. Come definiresti la biblioteca?
Un luogo dove il silenzio è piuttosto vivace.

5. Cosa ti piace di più in una biblioteca?
La quiete apparente.

6. Quale è stato il primo libro che hai letto?
“Il barone rampante” di Italo Calvino.

7. Quale libro ti ha lasciato un ricordo speciale?
“Il conte di Montecristo” di Alexandre Dumas.

8. Quale libro consiglieresti a un giovane lettore?
Uno qualsiasi di Ennio Flajano.

9. Leggere fa bene? E perché?
Perché arricchisce le emozioni.

10. A quale altra domanda avresti voluto rispondere?
“Quanti libri hai iniziato e lasciato a metà?”
Troppi, ma i due terzi li finirò.

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Gianni Coscia

Gianni Coscia nasce ad Alessandria nel 1931. Inizia a suonare in età giovanile utilizzando una fisarmonica Massobrio appartenente al padre. Al liceo è compagno di classe di Umberto Eco, con il quale scrive alcuni spettacoli di rivista.
Nel 1985 incide “Gianni Coscia – l’altra fisarmonica”. Nel 1989 con l’album “La briscola” si classifica al secondo posto del Top Jazz.
L’anno successivo con la Big Band di Giorgio Gaslini partecipa al festival di Roccella Jonica.
Nel 1992 e nel 1994 suona con Milva in tournée in Giappone, esibendosi anche come solista, mentre nel 1993 collabora con Luciano Berio alla stesura di musiche per uno spettacolo contro l’antisemitismo, incidendo nello stesso anno l’album “il Bandino”. Nel 1994 registra l’album Radici con Gianluigi Trovesi e con lui si esibisce all’Umbria Jazz Festival. Grazie al successo di tale cd (che raggiunge le 10 ristampe) il duo fa tournée in Danimarca, Francia, Paesi Bassi, Austria, Germania, Tunisia, Spagna, Siria, Giordania e Inghilterra.
Nel 1996 è nominato membro del consiglio di amministrazione dell’Accademia Musicale Chigiana.
Nel 1997 a Umbria Jazz prende parte al progetto Banda Sonora di Battista Lena. Inoltre firma con Fred Ferrari la colonna sonora del film “Altri uomini” con Claudio Amendola e Veronica Pivetti.
Nel giugno 1998 registra l’album “La bottega di Gianni Coscia” con i solisti Gianluigi Trovesi, Enzo Pietropaoli, Andrea Dulbecco.
Ancora con Trovesi realizza agli inizi del 1999 l’album “In cerca di cibo” per la ECM (con note di copertina scritte da Umberto Eco).
Nel 2002 presenta il nuovo CD “Archiliuto” a Bergamo e svolge una tournée in Canada, durante la quale suona al Festival Internazionale di Jazz a Montreal.
La sua attività prosegue nel 2003 al Festival Jazz di San Francisco e con concerti in Italia e all’estero. Nel 2004 pubblica l’album “Galleria del Corso” in duo con Renato Sellani e nel mese di maggio la città di Alessandria gli conferisce il premio Gagliaudo d’oro.
Nel 2005 pubblica “Round about Weill” in duo con Gianluigi Trovesi (edito dalla ECM). Tra il 2005 e il 2014 suona continuativamente in duo con Trovesi. Nel 2007 collabora con Adriano Celentano nell’album “Dormi amore, la situazione non è buona”.
Nel 2014 realizza l’album “Ansema” con il gruppo di folk piemontese Tre Martelli, edito per la Felmay.
Il 4 febbraio 2017 Gianni Coscia è stato ospite della Biblioteca di Spinea presso il cinema teatro Ai Bersaglieri, in un incontro organizzato in collaborazione con l’Istituto Comprensivo Margherita Hack ad indirizzo musicale.

 

1. Perché hai scelto il lavoro/mestiere che fai?
Io non ho scelto di fare il musicista di professione, è avvenuto per caso. Ho imparato a suonare la fisarmonica a 9 anni da autodidatta perché mio padre la suonava e un giorno mi mostrò come fare, ma praticamente ho fatto tutto da solo. Da ragazzo suonavo nelle balere il fine settimana per finanziare i miei studi al liceo classico e poi all’università per laurearmi in giurisprudenza, successivamente sono diventato un dirigente bancario e suonare era un’attività del mio tempo libero, per stare con gli amici. Certo tutti conoscevano la mia passione per la musica, negli anni ’70 andavo in giro a suonare con l’orchestra della Rai diretta da G.Kramer, e poi dalla fine degli anni ’80 arrivato il momento dell’età pensionabile, volevo lanciarmi nella professione di avvocato ma gli eventi vollero che fossi sempre più chiamato a suonare in numerosi concerti e tournée finché divenne una vera e propria professione.

2. Qual è l’aggettivo che meglio definisce la tua attività?
Interessante, entusiasmante e preoccupante perché occorre sempre essere all’altezza della situazione, gli episodi negativi della musica accadono e non è facile cancellarli, si cancellano più facilmente quelli piacevoli.

3. Qual è il tuo primo ricordo di una biblioteca?
Da ragazzo quando andavo a cercare i volumi di vario interesse, avventura, mi ricordo che ero un po’ preso dall’esoterismo perché sentivo questo senso del mistero e andavo a leggere un certo Flammarion, che poi ho dimenticato, ho capito che era proprio una stupidaggine.

4. Come definiresti la biblioteca?
La biblioteca è quasi un luogo metafisico, lo spazio ideale per acculturarsi prima di tutto, bisognerebbe andare in biblioteca come si va al cinema. La biblioteca è un’istituzione indispensabile per l’uomo e per la cultura, perché la cultura è la base di qualsiasi cosa.

5. Che cosa ti piace di più in una biblioteca?
Essere immerso in mille volumi…. infatti quello che mi piaceva di più era andare a trovare il mio amico Umberto Eco per il fatto che lui viveva in una “biblioteca”, viveva in una casa dove c’erano 50.000 volumi e io mi rendevo conto di quanto dovesse essere affascinante e indispensabile tutto ciò per la sua esistenza. Di solito gli appartamenti più fortunati hanno un’unica stanza adibita a biblioteca mentre per lui era tutta la casa.

6. Quale è stato il primo libro che hai letto?
Un libro tedesco, allora la cultura era molto monopolizzata, mi pare si chiamasse “Emilio e i tre gemelli” di Erich Kastner.

7. Quale libro ti ha lasciato un ricordo speciale?
Nessuno….. tutti.

8. Quale libro consiglieresti ad un giovane lettore?
Sicuramente tornerei molto sui libri di Salgari che hanno formato la nostra gioventù, e oggi che siamo nell’era del computer e della televisione questi sono libri ancora speciali, stimolano enormemente la fantasia perché creati da un uomo che non si è mai mosso da Torino e da Verona eppure leggendolo si riesce a girare il mondo.

9. Leggere fa bene? E perché?
E’ come mangiare, fa bene al cervello, una persona che ha letto molto è un persona più ricca degli altri, è cultura. In questo momento la cultura è molto trascurata e infatti se ne vedono anche le conseguenze.

10. A quale altra domanda avresti voluto rispondere?
A nessuna.

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Lorenzo Calza (foto di Carlo Traina)

Vive a Genova, sposato, due figli. Nasce a Piacenza, nel 1970.
Crea nel 1990 Il Senso delle Nuvole, associazione dedicata al mondo dei fumetti.
Nel 1991 fonda la rivista amatoriale: “Aleph”.
Impegnato nella vita politica e sociale della sua città e appassionato di musica, è per anni voce solista nel gruppo rock piacentino Dazed.
Dalla metà degli anni novanta diventa allievo di Giancarlo Berardi. Entra poi a far parte dello staff di “Julia” (Sergio Bonelli Editore) come sceneggiatore.
Scrive “Arkhain”: miniserie fanta-horror edita dalla Panini/Marvel Italia, disegnata da Stefano Raffaele in edicola a cavallo tra il 2000 e il 2001.
Gira il cortometraggio “Pipistrelli”, proiettato nel Bellaria Film Festival 2001, curato da Enrico Ghezzi.
Alcuni suoi articoli appaiono sui quotidiani Il Secolo XIX, Libertà e l’Unità.
Il suo primo romanzo, “La commedia è finita”, esce nel 2009 per i tipi di Robin Edizioni.
Una sua vignetta viene pubblicata su il Manifesto.
Dodici suoi racconti arricchiscono NOIR10, l’agenda ufficiale della regione Emilia Romagna per l’anno 2010.
Su Facebook, crea “She”, vignetta di satira al femminile che approda sulle pagine de Il Misfatto, inserto satirico de Il Fatto Quotidiano, poi, sul quotidiano stesso. “She” viene pubblicata sui siti Style.it e poi Vanityfair.it, della Condé Nast.
Dal 2011, su Style.it racconta a puntate la cronistoria dell’esperienza di arteterapia con Luca Lavagetto, ragazzo autistico.
Porta laboratori di scrittura creativa nelle periferie cittadine, in carcere e nelle scuole.
Nel 2013 esce il suo secondo romanzo, “Panico”, un fanta-horror dai risvolti sociali, pubblicato da Edizioni della Sera.
Nel 2015 firma un episodio de Le Storie, della Sergio Bonelli Editore, dal titolo “La grande madre”.
Dal 2015 canta negli ARBOS, band genovese dai potenti testi in italiano, e un impianto sonoro a cavallo tra il rock duro e l’indie.

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1. Perché hai scelto il lavoro/mestiere che fai?
Scrivere (e un po’ disegnare) per mestiere non è una scelta come un’altra. Non ci si prepara con studi o corsi particolari, anche se ogni studio, corso o incontro è prezioso. Soprattutto serve pratica “di bottega” e una grande curiosità, di lettura e di vita. Che sono sinonimi, se si ritrovano nel territorio dell’intensità delle esperienze.

2. Qual è l’aggettivo che meglio definisce la tua attività?
Narratore.

3. Qual è il tuo primo ricordo di una biblioteca?
Quella scolastica, credo, alle elementari. Poi quella dove andavo a studiare in periodo universitario. Ma era un pretesto per vedere gli amici, e pomiciare un po’. Ho conosciuto la preziosa attività delle biblioteche nell’hinterland milanese: incantevole testimonianza di militanza civica e culturale.

4. Come definiresti la biblioteca?
Google 1.0. Ma sarei ingiusto. I libri avvolgono fisicamente, ti danno un senso di protezione, di potenziale accrescimento di ogni tua potenzialità. I libri parlano anche in silenzio, per osmosi. A differenza di Google, che è la dittatura aziendale del mondo, i libri rappresentano tutti insieme una sorta di antidoto pubblico. Nessun algido algoritmo potrà mai sostituirne la fisicità. I libri sono prossimità, compagni tangibili. È molto importante il personale che gestisce il traffico, la sua competenza.

5. Cosa ti piace di più in una biblioteca?
Il silenzio. La sacralità laica. Come se la civiltà, lì, si genuflettesse a un dio interno.

6. Quale è stato il primo libro che hai letto?
Mia nonna mi declamava “Il giornalino di Gian Burrasca” di Vamba, la sera, quando dormivo da lei. Il primo letto da me, ce l’ho ancora davanti. “Cochise l’apache” di George Fronval, illustrato da Jean Marcellin. Ero un divoratore di fumetti, e il rapporto tra testo e immagine ha sempre segnato il mio percorso di crescita.

7. Quale libro ti ha lasciato un ricordo speciale?
“Rosemary’s Baby” di Ira Levin. Credo sia un crocevia di tante cose, tanti generi, scritto benissimo. Mi si era instillato nel profondo, e in qualche modo mi è tornato in mente durante le due gestazioni di mia moglie.

8. Quale libro consiglieresti a un giovane lettore?
“Memorie di un cane giallo” di O. Henry. I ragazzi chiedono velocità di esecuzione. Conversando con uno di loro, mi diceva che i brani musicali di un tempo non li ascolta perché “durano troppo”. Credo che la forma del racconto sia la migliore per introdurli alla letteratura. O. Henry, poi, era maestro nel dipingere la galleria umana.

9. Leggere fa bene? E perché?
Plasma la persona interna. Non si può scivolare sulla vita, la sue suggestioni, come accade a troppi, oggi. Senza sedimentare mai nulla si finisce per franare, vivere in uno smottamento continuo. Leggere aiuta a radicarsi, prepararsi alla vecchiaia, tanto quanto i contributi pensionistici. Arriva sempre il momento in cui sei solo con i tuoi pensieri. Se non li hai coltivati, la solitudine rimbomba. Se hai un campo arato, dentro, germogli a ogni età.

10. A quale altra domanda avresti voluto rispondere?
Il quesito conferma che Marzullo è il miglior intervistatore nostrano, capace di annullarsi per lasciare spazio ai personaggi, come le migliori regie di John Ford e Clint Eastwood, come le novelle di Guy de Maupassant, la miglior scrittura verista, da Verga a Jim Thompson. Comunque, la domanda che avrei voluto sentire è:
Come lo cambieresti il mondo?
Raccontandolo con onestà, la risposta.

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Red Canzian

Sono nato a Quinto di Treviso il 30 novembre 1951, in una vecchia e grande villa veneta, Villa Borghesan. Ho due figli: Chiara avuta dalla mia prima moglie Delia Gualtiero e Philipp, figlio “portato in dote” dalla mia seconda moglie, Beatrix Niedewieser. E nel mio stato di famiglia vorrei inserire anche la mia scelta “vegana”, che a volte viene condivisa da mia moglie, talvolta dai miei figli, ma senza mai imporre niente a nessuno. Per me è fondamentale sedermi a tavola e non sentire il peso di aver provocato, anche se indirettamente, sofferenza ad un altro essere vivente. E’ così bello poter dire “Cosa mangiamo stasera” e non “Chi mangiamo stasera”.
Da chitarrista autodidatta, ho iniziato a suonare verso i 13 anni. Con la mia prima band, che all’inizio si chiama “I Prototipi” per poi diventare “Capsicum Red“, abbiamo inaugurato quello che era considerato il Piper di Treviso, il mitico “New Time”. Nel novembre del 1972 venni convocato dai Pooh che stavano cercando il nuovo bassista e avevano già visionato un centinaio di musicisti. Il provino avvenne nella lavanderia di un hotel di Roncobilaccio, anzi più che una lavanderia era un magazzino pieno di scaffali di carta igienica, ottimo “fonoassorbente”. Pur non avendo mai suonato il basso, mi scelsero, ma il mio provino in realtà l’ho fatto cantando alla chitarra un mio brano! A febbraio del 1973 il debutto con i Pooh e il resto e storia.
Dipingo da sempre: disegno con la mano sinistra, ma scrivo con la destra. La mia pittura subisce continui mutamenti assecondando i cambiamenti che, per fortuna, la vita mi riserva.
Ho pubblicato i libri “Magia dell’albero” (Ed. Blu Notte, 1992 – rieditato in digitale nel 2013), “Storia di vita e di fiori” (Ed. Blu Notte, 1997– rieditato in digitale nel 2013), l’autobiografia “Ho visto sessanta volte fiorire il calicanto” (Mondadori, 2012).

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1. Perché hai scelto il lavoro/mestiere che fai?
Sarebbe più giusto dire che “ci siamo” scelti. A me principalmente piaceva dipingere ma anche cantare, poi un giorno Walter, un mio amico, è arrivato a scuola, penso fossimo in prima media, con una chitarra elettrica rossa, stupenda… e da allora non sono più riuscito a “liberarmi“ della musica!

2. Qual è l’aggettivo che meglio definisce la tua attività?
E’ un’attività dell’anima, solo così può arrivare al cuore della gente. Un lavoro molto serio che viene malissimo se lo fai troppo seriamente, e come tutte le “droghe” crea assuefazione, questa però buona.

3. Qual è il tuo primo ricordo di una biblioteca?
Qualcuno che mi guardava male perché avevo fatto cadere la sedia con la cartella dei libri. Era un luogo così intenso. Le biblioteche sono un po’ come le chiese: ci vai anche solo per sentirti bene, anche se non devi pregare, è questo ad affascinarmi; so che comunque, se ci entro, qualcosa lo porterò con me sempre.

4. Come definiresti la biblioteca?
L’incontro di mille mestieri che alla fine diventano sapere: da chi fa la carta a chi fa l’inchiostro, a chi stampa quello che un altro ha scritto e pensato, e tutti gli attori di questa storia sono al tuo servizio, per aiutarti a diventare migliore.

5. Cosa ti piace di più in una biblioteca?
Il silenzio, la luce soffusa e concentrata solo dove serve, e il legno. Alla fine degli anni ’60 ho vissuto per qualche tempo a Londra e andavo sempre in una biblioteca vecchissima e bellissima, tutta in boiserie di quercia… che voglia di ritornarci!

6. Quale è stato il primo libro che hai letto?
“Il Barone Rampante” di Italo Calvino, anche se forse venivo dalla lettura di “Tarzan” di Edgar Rice Burroughs.

7. Quale libro ti ha lasciato un ricordo speciale?
“I pilastri della terra”, un assoluto capolavoro scritto da Ken Follet. Meraviglioso e, credo, irripetibile anche per l’autore!!

8. Quale libro consiglieresti a un giovane lettore?
“Il Piccolo Principe“ di Antoine de Saint-Exupéry rimane sempre un bel partire. Tra l’altro ho scritto anche la prefazione di un’edizione recente di questo libro, pubblicato nella collana Caratteri Nobili per l’editore Antilia.

9. Leggere fa bene? E perché?
Innanzitutto perché non fa male. Se poi vogliamo essere un po’ più seri, leggere fa bene alla mente, la tiene allenata a capire; leggere ti trattiene in un mondo più poetico di quello reale, perché mai uno scrittore potrà avere la crudeltà e la freddezza di certe cose che la vita ci riserva. Anche le peggiori, scritte e raccontate, assumono un peso diverso, meno doloroso.

10. A quale altra domanda avresti voluto rispondere?
Forse potevate chiedermi perché scrivo e forse vi avrei risposto che chi come me ama leggere, spera anche di avere qualcosa da dire che interessi a qualcun altro. Ecco il perché dei miei primi tre libri pubblicati, ecco perché il quarto in arrivo a marzo 2017 sull’etica vegana. Ci sarà una prima parte scritta da me e una seconda, più visiva, con cinquanta ricette vegane realizzate da mia figlia Chiara, che saranno una reinterpretazione dei grandi piatti “vegani” italiani… quando la gente sapeva mangiare rispettando l’ambiente e gli animali.

Grazie a Red Canzian per la generosa partecipazione e ad Alex De Benedictis per la preziosa collaborazione.

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gio alajmo

Giò Alajmo al lavoro in sala stampa

Giò Alajmo è un giornalista professionista. Dal 1975 al 2015 ha lavorato come cronista, critico musicale, inviato e per circa 30 anni vicecaposervizio cultura e spettacoli nel più diffuso quotidiano del Nordest, Il Gazzettino. In pensione dal luglio 2015 per raggiunti limiti di anzianità di servizio, ha curato due libri di storia della musica pop, scritto due lavori di teatro musicale, realizzato qualche migliaio di interviste e recensioni alla quasi totalità dei principali artisti della scena rock mondiale. Ideatore nel 1983 del premio della critica al festival di Sanremo, poi intitolato a Mia Martini, è iscritto alla Siae come autore e compositore di musica leggera e autore teatrale. Ha collaborato con testate specializzate quali Ciao 2001, Il Blues, oltre a RadioUnoRai e radio private sin dal 1976. Nel tempo libero cura un piccolo blog sul sito spettakolo.it intitolato “Giò on the rock“.

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1. Perché hai scelto il lavoro/mestiere che fai?
Erano tempi creativi, a metà degli anni ’70 e aperti alle opportunità. In realtà non pensavo di fare il giornalista; me lo propose il direttore del Gazzettino, Lauro Bergamo, sicuramente sollecitato da mio padre. Lo conoscevo bene, ero amico di suo figlio dai tempi del liceo. Discutevamo spesso di giornali e politica e finì con una proposta che era piuttosto una sfida e una scommessa. Avevo 21 anni, una passione politica controcorrente già abbandonata e una musicale sempre viva. Provai a fare il cronista, e in 48 ore ero già a pieno ritmo nella “macchina”. Un mese dopo Bergamo mi propose di occuparmi anche di rock, che non aveva copertura sul quotidiano. Probabilmente la strada era già segnata anche se non me ne rendevo conto. Avevo imparato a leggere a 4 anni, identificando subito le tre lettere del mio nome nella sigla TeleGIOrnale in tv. Poi vessavo tutti in famiglia ogni lunedì leggendo tutte le cronache sportive e i risultati del calcio maggiore e minore, poi i titoli di cronaca e di politica, anche se non capivo ovviamente granché. Ma l’informazione, i giornali, erano nel mio dna dalla nascita. Come i libri, il gusto della lettura, vizio di famiglia, di mia madre in particolare.

2. Qual è l’aggettivo che meglio definisce la tua attività?
Divulgativo. Ognuno legge il giornalismo in modo diverso. Il mio è tradurre i fatti, gli eventi, in modo comprensibile e riportarli alle persone perché conoscano cosa succede attorno a loro. Ogni cosa è sempre collegata ad altre, per cui si può raccontare il mondo anche partendo da un evento sportivo, o di spettacolo, o un fatto di cronaca.

3. Qual è il tuo primo ricordo di una biblioteca?
La prima biblioteca che ricordo era quella dei miei nonni a Firenze, scaffali e scaffali di libri, molti dei quali con le loro copertine dipinte a mano, come si usava agli inizi del secolo, romanzi, biografie storiche, i classici. Ne sceglievo sempre uno e mi ci tuffavo durante ogni vacanza. Ricordo che mi divertiva molto Wodehouse, ironico autore inglese, ma riuscii anche ad affrontare Tolstoj piuttosto presto. Poi c’era la biblioteca medica di casa, pareti di libri e fascicoli di cui mio padre sembrava ricordare a memoria posizione e contenuto di ognuno. Biblioteca nel senso di struttura pubblica, non saprei dire. Ne ho viste e frequentate tante, in Italia e all’estero, moderne e antiche.

4. Come definiresti la biblioteca?
Un archivio della memoria e della fantasia.

5. Cosa ti piace di più in una biblioteca?
Il silenzio. E’ l’unico posto dove sia imposto e rispettato. Non capita più neanche in ospedale. Il silenzio è importante, perché significa rispetto, attenzione, ascolto. Chi fa musica davvero sa quanto sia importante il silenzio, la pausa, quanto crei dinamica e dia valore al suono. Il silenzio della biblioteca dà maggior valore alle parole, perché si sono apprese leggendo.

6. Quale è stato il primo libro che hai letto?
Non ricordo il primo libro vero e proprio. Forse Moby Dick, o Tom Sawyer. Li ho ancora.

7. Quale libro ti ha lasciato un ricordo speciale?
“Il nome della rosa” di Umberto Eco. Non ne volevo sapere di leggerlo, troppa pressione mediatica, troppo di moda. Andai anche a vedere il film, che mi piacque, ma leggerlo no. Lo presi in mano finalmente dieci anni dopo la sua uscita. E me ne innamorai pagina dopo pagina, tanto da rileggerlo una volta finito per trovare nuove sfumature. E’ un inno alla lettura, alla conoscenza, ai libri, con quel pizzico di mistero che a me piace molto.

8. Quale libro consiglieresti a un giovane lettore?
Quanto giovane? Perché ci sono libri che vanno letti all’età giusta. Ai miei nipoti quand’erano al liceo ho consigliato “1984” di George Orwell (lasciate perdere il film) che è impegnativo ma imprescindibile per guardare il mondo con occhi più disincantati. E’ un libro che ha influenzato l’intera generazione rock britannica, da Bowie ai Pink Floyd, ma soprattutto disegna una società da incubo in cui il potere usa un metalinguaggio molto simile a quello che si legge ogni tanto sui giornali.

9. Leggere fa bene? E perché?
Non leggere fa malissimo. Si diventa stupidi. La lettura è nutrimento per la mente, è esercizio per i neuroni, è confronto, è informazione, stimola la fantasia, la capacità di comunicazione, la capacità di analisi e di elaborazione della realtà, e la costruzione del futuro. Non c’è televisione, cinema, telefonino, computer, pad, che possa sostituire la funzione di un buon libro di carta letto con tutto il tempo necessario in un luogo confortevole. Leggo anch’io eBook, ma il buon vecchio libro cartaceo è un’altra cosa, è un amico che ti accompagna, ti fa compagnia e che poi riponi sullo scaffale salutandolo ogni tanto con lo sguardo, finché non ti torna in mano.

10. A quale altra domanda avresti voluto rispondere?
“Quale libro ti ha cambiato la vita?” Una risposta ce l’ho. “Blues ballate e canzoni” di Bob Dylan tradotto da Stefano Rizzo con la prefazione di Fernanda Pivano. Fu la prima raccolta di testi del poeta rock tradotti uscita in Italia, nel febbraio 1972. A parte capire finalmente cosa cantava Dylan e quale universo poetico ci fosse nei suoi testi, illuminante fu lo scritto della Pivano, che raccontava l’America dietro le canzoni, quel mondo di poesia beat, di diritti civili e di disintegrazione del segregazionismo razziale che aveva dato inizio a un cambiamento globale della società in tutto il mondo. Ecco. La mia storia comincia probabilmente con quel libro, e sono felice di averlo potuto alla fine raccontare a Nanda, di cui sono diventato amico nei suoi ultimi anni, frequentando la sua casa piena di “pace e amore” e di pile e casse di libri di ogni tipo.

Giò Alajmo con Fernanda Pivano.

Giò Alajmo con Fernanda Pivano.

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Anna Maria Dalla Valle

Foto Luca d’Agostino/Phocus Agency © 2012

Veneziana, musicista, cantante, compositore, ma anche didatta, ma anche blogger di vecchia data.
Flautista classica in principio, jazzista da metà della vita in poi.
Ha suonato ed inciso con molti, e molti altri negheranno tali fatti, si è diplomata e laureata e molte altre cose che si possono ammirare appese alla parete del corridoio di casa sua.
Tra le cose più meritevoli si ricordano quel bel disco flauto e piano intitolato “A Casa Mi Veniva” col suo compare Paolo Corsini, e quel magma di jazz e musica elettronica, in cui si vanta dell’effettistica con piffero e/o aggeggi elettronici che la contraddistinguono, chiamato simpaticamente “Squirrel Beats”.
Da blogger è risaputo che “La Flauta” è espertona di Siae, talent musicali (suo malgrado) e gigioneria social ad ampio spettro.
Insegna da millenni e i suoi allievi ancora le rivolgono (quasi) tutti la parola.

Leggi il blog di Anna.
Scopri “A casa mi veniva”.
Visita la pagina Facebook degli Squirrel Beats.

1. Perché hai scelto il lavoro/mestiere che fai?
Bizzarro… è la prima volta che lo definiscono “lavoro”. Di solito è una passione, un hobby, un’incoscienza. Diciamo così: sono nata incosciente, via via ho proseguito con l’idea che poggiare sulle fragili fondamenta di una passione poteva rendermi felice. Non ricca, ma felice.

2. Qual è l’aggettivo che meglio definisce la tua attività?
E’ più adatto un sostantivo: disciplina. Senza lo studio, e parlo delle ore quotidiane sullo strumento, senza ordine mentale e senza saper metter in moto la creatività (e la follia, certo) con equilibrio e razionalità, non vai da nessuna parte. Genio e sregolatezza? Esiste, ma la sregolatezza può forse indicare lo stile di vita, non l’organizzazione del lavoro.

3. Qual è il tuo primo ricordo di una biblioteca?
La mia prima tessera della biblioteca risale a quand’ero bambina, avevo l’ansia di non riuscire a finire tutti i libri che noleggiavo. Leggevo velocemente (enorme fortuna) ma ne prendevo, obiettivamente, troppi tutti insieme.

4. Come definiresti la biblioteca?
In biblioteche ho fatto concerti, ho tenuto conferenze, ho ascoltato dischi e scovato partiture storiche in microfilm. Ora più che mai è un luogo aperto e “rumoroso” di informazioni, non più il luogo di assoluto e severo silenzio di un tempo, con enciclopedie, manuali scolastici, triti romanzi e libricini per bambini. Ha cambiato pelle, ha cambiato mezzi, ma rimane una culla dove scoprire e riscoprire passioni e curiosità; un luogo dove trovare risposte, ma anche domande.

5. Cosa ti piace di più in una biblioteca?
E’ come un negozio di spezie: pieno di colori e profumi provenienti da ovunque. Io adoro leggere libri che provengono da ovunque. Mi fanno crescere la testa. La mia testa deve crescere un sacco ancora.

6. Quale è stato il primo libro che hai letto?
Non ne ho la più pallida idea. Ti posso dire cosa leggo ora: Alex Ross, “Senti Questo”, ed. Bompiani.

7. Quale libro ti ha lasciato un ricordo speciale?
Il libro del mio papà. Ci ha dedicato gli ultimi anni della sua vita, con ricerche estenuanti, una metodica severissima e una scrittura pulita, lucida, da sociologo… e da viaggiatore. Penso sia stata la sua “scusa” per farsi un viaggio nel suo passato, riscoprendo le origini del quartiere in cui sono nata, le sue trasformazioni, la sua gente, le sue case e le sue strade. Si chiama “Tracce vive”, Lino Dalla Valle, ed. Marcianum Press. La mia copia ha una dedica, ” A mia figlia, valida collaboratrice nella stesura di questo libro…”, niente frivolezze o esternazioni. Non serviva scrivermelo. Ho letto e sistemato mille volte le sue bozze e gli appunti, ci credi? Non l’ho mai letto tutto fino in fondo. Sarà che finché non lo leggo, un libro rimane ancora vivo.

8. Quale libro consiglieresti a un giovane lettore?
Io consiglierei di leggere ciò che piace. La biografia (diocenescampi) di Fedez, Il manuale del motociclista, la storia ragionata del GTA. Non ha importanza cosa, importante è leggere. Io adoravo i manuali di psicologia, Kundera, Stephen King (ma lo negherò in pubblico), i romanzi mattone e quelli da supermercato. Ora ho la fissa dei trattati di musica, ma anche dei libri di cucina. Quest’estate ho letto il famoso manualetto sul riordino di Marie Kundo, tanto di moda, e lo ammetto, mi ha cambiato la vita. Anche questo lo negherò in pubblico.

9. Leggere fa bene? E perché?
Leggere nutre la creatività e la fantasia. E ce ne vuole tantissima per vivere appagati. Oltre a questo, insegna a scrivere come si deve, e questo servirà a rendere appagati tutti coloro che leggeranno i nostri, di scritti. Non parlo solo delle tesi di laurea, dove ho letto di tutto, ma anche dei messaggi su Whatsapp.
Poi sono una donna all’antica. Ho sempre guardato quali libri stanziavano sulla libreria di un uomo, oltre che sul comodino, in macchina, in valigia, valutandolo di conseguenza. Il mio compagno, per dire, sotto l’ombrellone legge le opere morali di Seneca.

10. A quale altra domanda avresti voluto rispondere?
“Lo sapevi che si possono noleggiare anche gli E-book in biblioteca?”

… L’ho saputo l’altro giorno. Son caduta dal pero. Adesso ho un nuovo motivo per andare in biblioteca. A parte cercare giovanotti che leggono Seneca, sia chiaro.

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