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(foto di Diego Feltrin)

Vive professionalmente con la musica dal 1982 svolgendo attività concertistica e didattica in Italia e all’estero. Negli anni ha affinato la sua musicalità studiando con Angelo Amato (allievo di A. Segovia) con il quale ha fatto alcuni esami al conservatorio di Udine. Parallelamente alla chitarra classica iniziava a suonare Blues, Rock, Funky ed altro con alcune band locali. Ha partecipato a corsi con Stefan Grossman, Duck Baker, Henry Defoe (Central Line), anche se la sua principale musicalità si è sviluppata ascoltando ed approfondendo tutti quei musicisti che hanno apportato qualcosa di positivo alla musica.

Visita il sito di Francesco Boldini.
Vai alla Pagina Facebook di Francesco.

 

1. Perché hai scelto il lavoro/mestiere che fai?
Tutto iniziò all’età di 13 anni quando il padre di un mio amico, interessato alla vita sociale di Spinea, venne a sapere che ci sarebbero stati dei corsi di chitarra gratuiti organizzati dal Comune, da qui l’idea di iniziare insieme il corso. La chitarra “Eko Fiesta” che avevo comperato da Maccagnani a Mestre per mio fratello più grande qualche tempo prima, risultò essere una buona opportunità per non pesare sull’economia della famiglia. Poi, a parte le prime difficoltà, suonare mi risultò essere la cosa più facile da fare. A scuola non ero assolutamente un bravo studente, la musica invece mi veniva facile come se facesse parte di me. Mi capitava di parlare con persone più grandi che si lamentavano del fatto di fare lavori che non li soddisfacevano e di quanto bello sarebbe stato svolgere una professione che, oltre a darti da vivere, ti avrebbe appagato e dato soddisfazione mentalmente. Cosi a 15 anni decisi che avrei seguito la musica a qualsiasi costo, anche contro una società che alla domanda “Che lavoro fai?” quando rispondevo “Il musicista” aggiungeva “Sì, ma di lavoro cosa fai?”. Ed eccomi qua dopo quasi 38 anni ancora a studiare nuovi repertori, a fare concerti in giro per il mondo; ancora felice della mia decisione. Anche se la vita è stata un po’ altalenante, ne è valsa la pena, per cui alla domanda rispondo: perché me l’ha consigliato Francesco Boldini!

2. Qual è l’aggettivo che meglio definisce la tua attività?
Poliedrico.

3. Qual è il tuo primo ricordo di una biblioteca?
E’ stato quando sono iniziati i corsi di chitarra tenuti nella biblioteca di Spinea di cui dicevo prima e visto che arrivavo sempre in anticipo rispetto all’orario delle lezioni, passavo il tempo a sbirciare tra i libri.

4. Come definiresti la biblioteca?
Un luogo dove si può trovare tutta l’esperienza che l’essere umano ha accumulato, documentando sensazioni, bellezze dal mondo, storie per far passare il tempo alla gente in maniera costruttiva (e distruttiva), chimica, matematica, tutte le materie e tutti i generi. Nelle biblioteche inglesi si trovano partiture di musica da tutto il mondo ed avendo vissuto là ne ho tratto molto profitto. Per cui definisco le biblioteche come luoghi dove se vuoi progredire, trovi tutto il necessario per farlo.

5. Cosa ti piace di più in una biblioteca?
Il fatto che all’interno la gente è molto rispettosa, sembra quasi un luogo di culto.

6. Quale è stato il primo libro che hai letto?
Non ricordo di preciso, forse dei fumetti da bambino. Il primo vero libro che ho letto penso sia stato “Zanna Bianca” di Jack London.

7. Quale libro ti ha lasciato un ricordo speciale?
Ho avuti dei momenti non continuativi di lettura, ma molti libri mi hanno lasciato qualche cosa: Hermann Hesse con “Siddhartha”, Ian McEwan con “Il giardino di cemento”, e poi Charles Bukowski, Friedrick Nietzsche, Marco Franzoso, Fedor Dostoevskij, biografie di artisti e non, questi sono i primi che mi vengono in mente. Sicuramente tanti testi sulla Musica.

8. Quale libro consiglieresti a un giovane lettore?
“Siddhartha” di Hermann Hesse.

9. Leggere fa bene? E perché?
Fa bene perché oltre al fatto di imparare, capire, sognare, viaggiare, appropriarsi di identità altrui, è l’unico momento in cui noi stessi possiamo con la mente assere al 100% padroni di essa.

10. A quale altra domanda avresti voluto rispondere?
Vi dico la risposta, la domanda immaginatela voi:
purtroppo poca gente legge più di questi tempi e se lo fanno, si limitano ad uno, due libri che cercano senza successo di capire e la dimostrazione di questo la si vede tutti i giorni. Qualche libro in più, magari preso in biblioteca, forse renderebbe il mondo migliore di quello che è.

E’ stato veramente un piacere rispondere a queste domande. EVVIVA!!

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Andrea D’Alpaos

Nato e tuttora residente a Venezia, ho conseguito il diploma di maturità artistica ad indirizzo musicale, presso il Liceo Musicale B. Marcello e quindi la Laurea in Lettere a indirizzo artistico presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università degli Studi di Venezia. Parallelamente ho approfondito gli studi musicali conseguendo la Licenza di Teoria e solfeggio, il diploma di Storia della musica, il diploma di Armonia complementare.
Ho ottenuto anche l’abilitazione per la professione di accompagnatore turistico e la licenza di guida turistica in lingua inglese e francese.
Parallelamente tengo lezioni tematiche di storia dell’arte e storia della musica.
Dal 1992 al 1998 ho fondato e diretto il Coro Venice Gospel Ensemble di Venezia, e sono autore/arrangiatore di gran parte dei brani del repertorio del gruppo.
Attualmente dirigo il Coro Joy Singers, nato nel 1998, con il quale svolgo un’intensa attività concertistica.

Giocare, osservare, esplorare…

Se a questi elementi aggiungiamo la curiosità posso dire che questo basta a riassumere sia la mia infanzia sia quello che sono adesso.
Ho studiato musica (giocare) e storia dell’arte (osservare), coltivando da prestissimo la passione per i viaggi (esplorare).
Oggi faccio musica (aiuta l’anima), faccio la guida turistica (aiuta a pagare le bollette!) e viaggio (aiuta a capire le cose e le persone).

Andrea D’Alpaos in Facebook
Il coro Joy Singers in un flashmob musicale in Biblioteca a Spinea.
Servizio di Tele Venezia sul flashmob in biblioteca.

 

1. Perché hai scelto il lavoro/mestiere che fai?
Ho avuto la grande fortuna di avere dei genitori che hanno dato a noi figli la possibilità di studiare e di scegliere senza imposizioni o pressioni.
Ho potuto seguire il mio istinto… e la musica ha preso il sopravvento, in particolare tutto il mondo della musica corale. Non è stata una strada facile, l’arte in Italia non è considerata un mestiere ma fare musica è una necessità interiore.

2. Qual è l’aggettivo che meglio definisce la tua attività?
Se posso usare dei sostantivi direi:
creatività
perseveranza
umiltà
Con creatività intendo la capacità/fortuna di poter suggerire un diverso e nuovo punto di vista. Le note sono immutate da secoli quindi credo sia impossibile scrivere una sequenza di note che non sia già stata scritta. Si cerca di raccontare in maniera diversa. Per fortuna ci sono delle combinazioni di suoni, delle armonie e dei timbri sonori che ancora toccano universalmente le corde dell’anima di chi ascolta… è quello lo scopo della narrazione (sia essa musica, pittura, scrittura).

3. Qual è il tuo primo ricordo di una biblioteca?
Sicuramente la biblioteca comunale di Murano quando ero alla scuola media e vi si andava per “fare ricerche”.
Ma forse la prima “biblioteca” è stata lo scaffale di casa dove venivano custodite le due enciclopedie, vere icone degli anni ’70: CONOSCERE e I QUINDICI !
Quando mia mamma prendeva quei volumi (non più di uno o due alla volta) cominciava sempre un nuovo viaggio che ci portava verso nuove scoperte o a rivivere luoghi già visitati, battaglie, personaggi mitici.

4. Come definiresti la biblioteca?
E’ un punto di partenza per viaggiare nel tempo, nello spazio e anche un rifugio, un luogo dove ritrovare un’altra dimensione, dove le corse e i problemi del quotidiano restano fuori per dar vita a un tempo scandito dalla nostra curiosità.

5. Cosa ti piace di più in una biblioteca?
La cortesia “universale” di qualsiasi bibliotecario/bibliotecaria incontrati negli anni.
Li ho sempre visti come custodi speciali di tanti tesori a disposizione di tutti e ho sempre avuto l’idea che sapessero tutto di ogni singolo volume.
Ricordo poi il “silenzioso scricchiolìo” dei pavimenti in legno della Querini a Venezia e l’idea di avere dei tavoli immensi a disposizione dove poter creare il mio piccolo regno: all’esterno le mura fatte dai tanti libri scelti; all’interno mille penne stilografiche e matite, quadernoni con fogli sganciabili e la merendina!
Per fortuna non esistevano ancora i telefonini.

6. Quale è stato il primo libro che hai letto?
Non so se valga come risposta ma dico assolutamente tutte le Fiabe Sonore…
“A mille ce n’èeee!”.
Lette e ascoltate milioni di volte perdendomi dentro quelle bellissime illustrazioni di insuperata qualità.

7. Quale libro ti ha lasciato un ricordo speciale?
Purtroppo ho una pessima memoria. Delle cose ricordo solo le sensazioni.
Comunque hanno sicuramente lasciato un segno “Le Avventure di Huckleberry Finn” di Mark Twain, e “Don Chisciotte” di Cervantes.
Sono affascinato da avventure e viaggi e da quello che si definisce romanzo picaresco.
Poi cito “Il Profumo” di Süskind per la maestria dell’autore nel raccontare e descrivere qualcosa che riguarda l’olfatto.

8. Quale libro consiglieresti a un giovane lettore?
Consiglierei solo di leggere il più possibile con curiosità.
Leggere e viaggiare, leggere è viaggiare.
Più si conosce meno si dipende dagli altri… ciò significa poter scegliere.

9. Leggere fa bene? E perché?
Leggere significa comunicare a distanza e soprattutto ascoltare. Ascoltiamo un’idea, un punto di vista, una storia. Possiamo limitarci a questo o anche pensare a chi sta dall’altra parte. Leggere è provare a trovare un punto d’incontro. Non sempre funziona ma è bello provarci.
Condivido quanto scritto in questo blog da Miriam Spera:
“leggere è l’incontro/confronto con l’Altro”.

10. A quale altra domanda avresti voluto rispondere?
La domanda è:
Vorresti che chi ci governa proteggesse e incoraggiasse le arti, la musica, la scrittura in quanto beni fondamentali per l’umanità?
La risposta è:
Sìissimo!!!
(Scusate la banalità della risposta e l’uso sgrammaticato del Sì).

 

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Alberto Pinton

Alberto Pinton

Alberto Pinton si esibisce sulla scena jazz europea e mondiale fin dalla metà degli anni ’80.
Con la formazione “Alberto Pinton-Noi siamo” ha recentemente realizzato il cd di composizioni originali “Resiliency” per la Moserobie Music Production. Precedenti lavori discografici sono stati prodotti con i gruppi Alberto Pinton Quintet, Alberto Pinton Clear Now, Dog Out, Pinton Kullhammar Zetterberg Nordeson, Alberto Pinton Nascent.
Ha partecipato ad innumerevoli registrazioni suonando ogni tipo di flauti, clarinetti e sassofoni, ma il suo strumento principale rimane il sassofono baritono.
Si è diplomato con Laurea in Sassofono (Summa Cum Laude) Al Berklee College of Music di Boston e ha conseguito un Master in Sassofono alla Manhattan School of Music di New York. Ha studiato sassofono e teoria con Hamiet Bluiett, Joe Temperley, George Garzone, Joe Viola, Herb Pomeroy.
Ha suonato e si è esibito con, tra gli altri, Kenny Wheeler, John Surman, John Warren, Bob Brookmeyer, Maria Schneider, Jerry Bergonzi, Lennart Åberg, Nils Landgren, Kenny Werner, Tim Hagans, Peter Erskine, Joe Lovano.
Originario di Venezia, attualmente vive a Stoccolma in Svezia.

Visita il sito web di Alberto Pinton.
Vai alla pagina Facebook di Alberto.

1. Perché hai scelto il lavoro/mestiere che fai?
Intuitivamente ho sempre più la sensazione che lavorare con la musica, improvvisata e jazz, abbia scelto me.

2. Qual è l’aggettivo che meglio definisce la tua attività?
Mi vengono subito in mente tre sostantivi: tenacia, modestia, disciplina.

3. Qual è il tuo primo ricordo di una biblioteca?
Sono cresciuto negli anni 60 e 70 a Porto Marghera, non c’era niente, a quel che mi ricordo. Ma la prima volta che sono entrato in una biblioteca è stato quando i locali si trasferirono da non so dove a via Beccaria. Probabilmente andavo alle medie. Ma ho sempre letto, e da piccolo leggevo i libri di mia sorella, dato che mamma e papà non avevano libri propri a casa, che io ricordi.

4. Come definiresti la biblioteca?
Un luogo di riflessione, curiosità, raccoglimento, crescita.

5. Cosa ti piace di più in una biblioteca?
Il silenzio.

6. Quale è stato il primo libro che hai letto?
Non ricordo assolutamente. So di aver letto “Pel di carota” di Jules Renard, almeno 4 o 5 volte, durante un’estate. Avrò avuto 7-8 anni? Non so assolutamente perché.

7. Quale libro ti ha lasciato un ricordo speciale?
“Uomini e topi” di John Steinbeck, letto in italiano e poi in lingua originale, come da adulto cerco di fare il più possibile.

8. Quale libro consiglieresti a un giovane lettore?
“Il signore delle mosche” di William Golding.

9. Leggere fa bene? E perché?
Per me leggere è importantissimo. Mi rendo conto di essere un lettore “peggiore” di prima, dato che spendo più tempo al computer o cellulare, e gli occhi non sono più quelli di una volta. Ma compro e leggo libri da sempre.

10. A quale altra domanda avresti voluto rispondere?
Come vivo la differenza tra leggere un libro virtualmente o tenendolo in mano, fatto di carta?
Differenza per me importante, ma che allo stesso tempo sembra diminuire sempre di più. Ci si abitua a tutto.

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Max Paiella (foto di Masimiliano Fusco)

Ho iniziato il mio percorso professionale come disegnatore e quando mi capitava di vedere un comico esibirsi mi vergognavo per lui, dicevo tra me e me: “Ma come fa a fare sto lavoro?”.
Poi, mentre frequentavo l’Accademia di Belle Arti di Roma negli anni ’90, ho iniziato a cantare e suonare la chitarra e dopo avere terminato gli studi ho incominciato a lavorare nei locali notturni della capitale.
Le prime apparizioni televisive sono state in “I ragazzi del muretto” su Rai2, “Linda e il brigadiere” con Nino Manfredi su Rai1, “Telenauta 69” con Lillo e Greg” e “Mhhhh” di e con Serena Dandini. Ho debuttato al cinema nel 2001 con “Blek Giec” di Enrico Caria.
All’epoca svolgevo parallelamente anche l’attività di storyboarding per il cinema e la pubblicità.
Nel 2001 ho iniziato a frequentare La Fattoria dei Comici, laboratorio teatrale del teatro Ambra Jovinelli. Nel frattempo suonavo con Renzo Arbore e i Swing Maniacs, con cui ho fatto due dischi, numerose tournée e programmi televisivi tra cui lo spettacolo di varietà “Meno siamo meglio stiamo” su Rai1.
Dal 2004 sono ospite fisso nella trasmissione radiofonica “Il Ruggito del Coniglio” di Marco Presta e Antonello Dose in cui interpreto numerosi personaggi, sketch e momenti musicali.
La mia attività musicale proseguiva con “The Blues Willies” assieme a Claudio Greg Gregori.
Ho anche portato in scena spettacoli teatrali scritti da me: “Serenate Coniglie” al Teatro Dei Satiri di Roma, “Max paiella show” al Piccolo Brancaccio “Max Paiella Recital” al Teatro Ambra alla Garbatella.
Ho preso parte a tre edizioni di “Parla con me” condotte da Serena Dandini su Rai3 .
Nel 2010 ho vinto il prestigioso Premio della Satira di Forte Dei Marmi per l’imitazione di Augusto Minzolini, allora direttore del tg1. Lo stesso anno inizia la mia partecipazione a “610” di Lillo, Greg e Alex Braga in onda su Radio2 Rai.
Tra il 2012 e il 2013 ho partecipato a “The show must go off” condotto da Serena Dandini su La7.
Ho collaborato con Diego Bianchi a Gazebo, in onda su Rai3.
Tra il 2013 e il 2015 è andata in onda la mia trasmissione radiofonica “Max Paiella tutto compreso” sempre su Radio2 Rai.
Probabilmente ho dimenticato qualcosa, non me ne abbiate! Sono solo un fantasista!!!

Visita il sito di Max Paiella.
Vai alla pagina Facebook di Max.
Max Paiella in Twitter: @MaxPaiella

 

1. Perché hai scelto il lavoro/mestiere che fai?
È lui che ha scelto me, in alternativa non avrei potuto fare molto altro se non insegnare disegno e fare storyboards.

2. Qual è l’aggettivo che meglio definisce la tua attività?
Se può andare bene anche un sostantivo, direi Fantasista.

3. Qual è il tuo primo ricordo di una biblioteca?
Ero alla Biblioteca Teatrale del Burcardo a Roma per un esame di scenografia.

4. Come definiresti la biblioteca?
Un luogo dove il silenzio è piuttosto vivace.

5. Cosa ti piace di più in una biblioteca?
La quiete apparente.

6. Quale è stato il primo libro che hai letto?
“Il barone rampante” di Italo Calvino.

7. Quale libro ti ha lasciato un ricordo speciale?
“Il conte di Montecristo” di Alexandre Dumas.

8. Quale libro consiglieresti a un giovane lettore?
Uno qualsiasi di Ennio Flajano.

9. Leggere fa bene? E perché?
Perché arricchisce le emozioni.

10. A quale altra domanda avresti voluto rispondere?
“Quanti libri hai iniziato e lasciato a metà?”
Troppi, ma i due terzi li finirò.

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Gianni Coscia

Gianni Coscia nasce ad Alessandria nel 1931. Inizia a suonare in età giovanile utilizzando una fisarmonica Massobrio appartenente al padre. Al liceo è compagno di classe di Umberto Eco, con il quale scrive alcuni spettacoli di rivista.
Nel 1985 incide “Gianni Coscia – l’altra fisarmonica”. Nel 1989 con l’album “La briscola” si classifica al secondo posto del Top Jazz.
L’anno successivo con la Big Band di Giorgio Gaslini partecipa al festival di Roccella Jonica.
Nel 1992 e nel 1994 suona con Milva in tournée in Giappone, esibendosi anche come solista, mentre nel 1993 collabora con Luciano Berio alla stesura di musiche per uno spettacolo contro l’antisemitismo, incidendo nello stesso anno l’album “il Bandino”. Nel 1994 registra l’album Radici con Gianluigi Trovesi e con lui si esibisce all’Umbria Jazz Festival. Grazie al successo di tale cd (che raggiunge le 10 ristampe) il duo fa tournée in Danimarca, Francia, Paesi Bassi, Austria, Germania, Tunisia, Spagna, Siria, Giordania e Inghilterra.
Nel 1996 è nominato membro del consiglio di amministrazione dell’Accademia Musicale Chigiana.
Nel 1997 a Umbria Jazz prende parte al progetto Banda Sonora di Battista Lena. Inoltre firma con Fred Ferrari la colonna sonora del film “Altri uomini” con Claudio Amendola e Veronica Pivetti.
Nel giugno 1998 registra l’album “La bottega di Gianni Coscia” con i solisti Gianluigi Trovesi, Enzo Pietropaoli, Andrea Dulbecco.
Ancora con Trovesi realizza agli inizi del 1999 l’album “In cerca di cibo” per la ECM (con note di copertina scritte da Umberto Eco).
Nel 2002 presenta il nuovo CD “Archiliuto” a Bergamo e svolge una tournée in Canada, durante la quale suona al Festival Internazionale di Jazz a Montreal.
La sua attività prosegue nel 2003 al Festival Jazz di San Francisco e con concerti in Italia e all’estero. Nel 2004 pubblica l’album “Galleria del Corso” in duo con Renato Sellani e nel mese di maggio la città di Alessandria gli conferisce il premio Gagliaudo d’oro.
Nel 2005 pubblica “Round about Weill” in duo con Gianluigi Trovesi (edito dalla ECM). Tra il 2005 e il 2014 suona continuativamente in duo con Trovesi. Nel 2007 collabora con Adriano Celentano nell’album “Dormi amore, la situazione non è buona”.
Nel 2014 realizza l’album “Ansema” con il gruppo di folk piemontese Tre Martelli, edito per la Felmay.
Il 4 febbraio 2017 Gianni Coscia è stato ospite della Biblioteca di Spinea presso il cinema teatro Ai Bersaglieri, in un incontro organizzato in collaborazione con l’Istituto Comprensivo Margherita Hack ad indirizzo musicale.

 

1. Perché hai scelto il lavoro/mestiere che fai?
Io non ho scelto di fare il musicista di professione, è avvenuto per caso. Ho imparato a suonare la fisarmonica a 9 anni da autodidatta perché mio padre la suonava e un giorno mi mostrò come fare, ma praticamente ho fatto tutto da solo. Da ragazzo suonavo nelle balere il fine settimana per finanziare i miei studi al liceo classico e poi all’università per laurearmi in giurisprudenza, successivamente sono diventato un dirigente bancario e suonare era un’attività del mio tempo libero, per stare con gli amici. Certo tutti conoscevano la mia passione per la musica, negli anni ’70 andavo in giro a suonare con l’orchestra della Rai diretta da G.Kramer, e poi dalla fine degli anni ’80 arrivato il momento dell’età pensionabile, volevo lanciarmi nella professione di avvocato ma gli eventi vollero che fossi sempre più chiamato a suonare in numerosi concerti e tournée finché divenne una vera e propria professione.

2. Qual è l’aggettivo che meglio definisce la tua attività?
Interessante, entusiasmante e preoccupante perché occorre sempre essere all’altezza della situazione, gli episodi negativi della musica accadono e non è facile cancellarli, si cancellano più facilmente quelli piacevoli.

3. Qual è il tuo primo ricordo di una biblioteca?
Da ragazzo quando andavo a cercare i volumi di vario interesse, avventura, mi ricordo che ero un po’ preso dall’esoterismo perché sentivo questo senso del mistero e andavo a leggere un certo Flammarion, che poi ho dimenticato, ho capito che era proprio una stupidaggine.

4. Come definiresti la biblioteca?
La biblioteca è quasi un luogo metafisico, lo spazio ideale per acculturarsi prima di tutto, bisognerebbe andare in biblioteca come si va al cinema. La biblioteca è un’istituzione indispensabile per l’uomo e per la cultura, perché la cultura è la base di qualsiasi cosa.

5. Che cosa ti piace di più in una biblioteca?
Essere immerso in mille volumi…. infatti quello che mi piaceva di più era andare a trovare il mio amico Umberto Eco per il fatto che lui viveva in una “biblioteca”, viveva in una casa dove c’erano 50.000 volumi e io mi rendevo conto di quanto dovesse essere affascinante e indispensabile tutto ciò per la sua esistenza. Di solito gli appartamenti più fortunati hanno un’unica stanza adibita a biblioteca mentre per lui era tutta la casa.

6. Quale è stato il primo libro che hai letto?
Un libro tedesco, allora la cultura era molto monopolizzata, mi pare si chiamasse “Emilio e i tre gemelli” di Erich Kastner.

7. Quale libro ti ha lasciato un ricordo speciale?
Nessuno….. tutti.

8. Quale libro consiglieresti ad un giovane lettore?
Sicuramente tornerei molto sui libri di Salgari che hanno formato la nostra gioventù, e oggi che siamo nell’era del computer e della televisione questi sono libri ancora speciali, stimolano enormemente la fantasia perché creati da un uomo che non si è mai mosso da Torino e da Verona eppure leggendolo si riesce a girare il mondo.

9. Leggere fa bene? E perché?
E’ come mangiare, fa bene al cervello, una persona che ha letto molto è un persona più ricca degli altri, è cultura. In questo momento la cultura è molto trascurata e infatti se ne vedono anche le conseguenze.

10. A quale altra domanda avresti voluto rispondere?
A nessuna.

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Lorenzo Calza (foto di Carlo Traina)

Vive a Genova, sposato, due figli. Nasce a Piacenza, nel 1970.
Crea nel 1990 Il Senso delle Nuvole, associazione dedicata al mondo dei fumetti.
Nel 1991 fonda la rivista amatoriale: “Aleph”.
Impegnato nella vita politica e sociale della sua città e appassionato di musica, è per anni voce solista nel gruppo rock piacentino Dazed.
Dalla metà degli anni novanta diventa allievo di Giancarlo Berardi. Entra poi a far parte dello staff di “Julia” (Sergio Bonelli Editore) come sceneggiatore.
Scrive “Arkhain”: miniserie fanta-horror edita dalla Panini/Marvel Italia, disegnata da Stefano Raffaele in edicola a cavallo tra il 2000 e il 2001.
Gira il cortometraggio “Pipistrelli”, proiettato nel Bellaria Film Festival 2001, curato da Enrico Ghezzi.
Alcuni suoi articoli appaiono sui quotidiani Il Secolo XIX, Libertà e l’Unità.
Il suo primo romanzo, “La commedia è finita”, esce nel 2009 per i tipi di Robin Edizioni.
Una sua vignetta viene pubblicata su il Manifesto.
Dodici suoi racconti arricchiscono NOIR10, l’agenda ufficiale della regione Emilia Romagna per l’anno 2010.
Su Facebook, crea “She”, vignetta di satira al femminile che approda sulle pagine de Il Misfatto, inserto satirico de Il Fatto Quotidiano, poi, sul quotidiano stesso. “She” viene pubblicata sui siti Style.it e poi Vanityfair.it, della Condé Nast.
Dal 2011, su Style.it racconta a puntate la cronistoria dell’esperienza di arteterapia con Luca Lavagetto, ragazzo autistico.
Porta laboratori di scrittura creativa nelle periferie cittadine, in carcere e nelle scuole.
Nel 2013 esce il suo secondo romanzo, “Panico”, un fanta-horror dai risvolti sociali, pubblicato da Edizioni della Sera.
Nel 2015 firma un episodio de Le Storie, della Sergio Bonelli Editore, dal titolo “La grande madre”.
Dal 2015 canta negli ARBOS, band genovese dai potenti testi in italiano, e un impianto sonoro a cavallo tra il rock duro e l’indie.

Leggi il blog di Lorenzo.
Visita la Pagina Facebook di Lorenzo.

 

1. Perché hai scelto il lavoro/mestiere che fai?
Scrivere (e un po’ disegnare) per mestiere non è una scelta come un’altra. Non ci si prepara con studi o corsi particolari, anche se ogni studio, corso o incontro è prezioso. Soprattutto serve pratica “di bottega” e una grande curiosità, di lettura e di vita. Che sono sinonimi, se si ritrovano nel territorio dell’intensità delle esperienze.

2. Qual è l’aggettivo che meglio definisce la tua attività?
Narratore.

3. Qual è il tuo primo ricordo di una biblioteca?
Quella scolastica, credo, alle elementari. Poi quella dove andavo a studiare in periodo universitario. Ma era un pretesto per vedere gli amici, e pomiciare un po’. Ho conosciuto la preziosa attività delle biblioteche nell’hinterland milanese: incantevole testimonianza di militanza civica e culturale.

4. Come definiresti la biblioteca?
Google 1.0. Ma sarei ingiusto. I libri avvolgono fisicamente, ti danno un senso di protezione, di potenziale accrescimento di ogni tua potenzialità. I libri parlano anche in silenzio, per osmosi. A differenza di Google, che è la dittatura aziendale del mondo, i libri rappresentano tutti insieme una sorta di antidoto pubblico. Nessun algido algoritmo potrà mai sostituirne la fisicità. I libri sono prossimità, compagni tangibili. È molto importante il personale che gestisce il traffico, la sua competenza.

5. Cosa ti piace di più in una biblioteca?
Il silenzio. La sacralità laica. Come se la civiltà, lì, si genuflettesse a un dio interno.

6. Quale è stato il primo libro che hai letto?
Mia nonna mi declamava “Il giornalino di Gian Burrasca” di Vamba, la sera, quando dormivo da lei. Il primo letto da me, ce l’ho ancora davanti. “Cochise l’apache” di George Fronval, illustrato da Jean Marcellin. Ero un divoratore di fumetti, e il rapporto tra testo e immagine ha sempre segnato il mio percorso di crescita.

7. Quale libro ti ha lasciato un ricordo speciale?
“Rosemary’s Baby” di Ira Levin. Credo sia un crocevia di tante cose, tanti generi, scritto benissimo. Mi si era instillato nel profondo, e in qualche modo mi è tornato in mente durante le due gestazioni di mia moglie.

8. Quale libro consiglieresti a un giovane lettore?
“Memorie di un cane giallo” di O. Henry. I ragazzi chiedono velocità di esecuzione. Conversando con uno di loro, mi diceva che i brani musicali di un tempo non li ascolta perché “durano troppo”. Credo che la forma del racconto sia la migliore per introdurli alla letteratura. O. Henry, poi, era maestro nel dipingere la galleria umana.

9. Leggere fa bene? E perché?
Plasma la persona interna. Non si può scivolare sulla vita, la sue suggestioni, come accade a troppi, oggi. Senza sedimentare mai nulla si finisce per franare, vivere in uno smottamento continuo. Leggere aiuta a radicarsi, prepararsi alla vecchiaia, tanto quanto i contributi pensionistici. Arriva sempre il momento in cui sei solo con i tuoi pensieri. Se non li hai coltivati, la solitudine rimbomba. Se hai un campo arato, dentro, germogli a ogni età.

10. A quale altra domanda avresti voluto rispondere?
Il quesito conferma che Marzullo è il miglior intervistatore nostrano, capace di annullarsi per lasciare spazio ai personaggi, come le migliori regie di John Ford e Clint Eastwood, come le novelle di Guy de Maupassant, la miglior scrittura verista, da Verga a Jim Thompson. Comunque, la domanda che avrei voluto sentire è:
Come lo cambieresti il mondo?
Raccontandolo con onestà, la risposta.

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Red Canzian

Sono nato a Quinto di Treviso il 30 novembre 1951, in una vecchia e grande villa veneta, Villa Borghesan. Ho due figli: Chiara avuta dalla mia prima moglie Delia Gualtiero e Philipp, figlio “portato in dote” dalla mia seconda moglie, Beatrix Niedewieser. E nel mio stato di famiglia vorrei inserire anche la mia scelta “vegana”, che a volte viene condivisa da mia moglie, talvolta dai miei figli, ma senza mai imporre niente a nessuno. Per me è fondamentale sedermi a tavola e non sentire il peso di aver provocato, anche se indirettamente, sofferenza ad un altro essere vivente. E’ così bello poter dire “Cosa mangiamo stasera” e non “Chi mangiamo stasera”.
Da chitarrista autodidatta, ho iniziato a suonare verso i 13 anni. Con la mia prima band, che all’inizio si chiama “I Prototipi” per poi diventare “Capsicum Red“, abbiamo inaugurato quello che era considerato il Piper di Treviso, il mitico “New Time”. Nel novembre del 1972 venni convocato dai Pooh che stavano cercando il nuovo bassista e avevano già visionato un centinaio di musicisti. Il provino avvenne nella lavanderia di un hotel di Roncobilaccio, anzi più che una lavanderia era un magazzino pieno di scaffali di carta igienica, ottimo “fonoassorbente”. Pur non avendo mai suonato il basso, mi scelsero, ma il mio provino in realtà l’ho fatto cantando alla chitarra un mio brano! A febbraio del 1973 il debutto con i Pooh e il resto e storia.
Dipingo da sempre: disegno con la mano sinistra, ma scrivo con la destra. La mia pittura subisce continui mutamenti assecondando i cambiamenti che, per fortuna, la vita mi riserva.
Ho pubblicato i libri “Magia dell’albero” (Ed. Blu Notte, 1992 – rieditato in digitale nel 2013), “Storia di vita e di fiori” (Ed. Blu Notte, 1997– rieditato in digitale nel 2013), l’autobiografia “Ho visto sessanta volte fiorire il calicanto” (Mondadori, 2012).

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1. Perché hai scelto il lavoro/mestiere che fai?
Sarebbe più giusto dire che “ci siamo” scelti. A me principalmente piaceva dipingere ma anche cantare, poi un giorno Walter, un mio amico, è arrivato a scuola, penso fossimo in prima media, con una chitarra elettrica rossa, stupenda… e da allora non sono più riuscito a “liberarmi“ della musica!

2. Qual è l’aggettivo che meglio definisce la tua attività?
E’ un’attività dell’anima, solo così può arrivare al cuore della gente. Un lavoro molto serio che viene malissimo se lo fai troppo seriamente, e come tutte le “droghe” crea assuefazione, questa però buona.

3. Qual è il tuo primo ricordo di una biblioteca?
Qualcuno che mi guardava male perché avevo fatto cadere la sedia con la cartella dei libri. Era un luogo così intenso. Le biblioteche sono un po’ come le chiese: ci vai anche solo per sentirti bene, anche se non devi pregare, è questo ad affascinarmi; so che comunque, se ci entro, qualcosa lo porterò con me sempre.

4. Come definiresti la biblioteca?
L’incontro di mille mestieri che alla fine diventano sapere: da chi fa la carta a chi fa l’inchiostro, a chi stampa quello che un altro ha scritto e pensato, e tutti gli attori di questa storia sono al tuo servizio, per aiutarti a diventare migliore.

5. Cosa ti piace di più in una biblioteca?
Il silenzio, la luce soffusa e concentrata solo dove serve, e il legno. Alla fine degli anni ’60 ho vissuto per qualche tempo a Londra e andavo sempre in una biblioteca vecchissima e bellissima, tutta in boiserie di quercia… che voglia di ritornarci!

6. Quale è stato il primo libro che hai letto?
“Il Barone Rampante” di Italo Calvino, anche se forse venivo dalla lettura di “Tarzan” di Edgar Rice Burroughs.

7. Quale libro ti ha lasciato un ricordo speciale?
“I pilastri della terra”, un assoluto capolavoro scritto da Ken Follet. Meraviglioso e, credo, irripetibile anche per l’autore!!

8. Quale libro consiglieresti a un giovane lettore?
“Il Piccolo Principe“ di Antoine de Saint-Exupéry rimane sempre un bel partire. Tra l’altro ho scritto anche la prefazione di un’edizione recente di questo libro, pubblicato nella collana Caratteri Nobili per l’editore Antilia.

9. Leggere fa bene? E perché?
Innanzitutto perché non fa male. Se poi vogliamo essere un po’ più seri, leggere fa bene alla mente, la tiene allenata a capire; leggere ti trattiene in un mondo più poetico di quello reale, perché mai uno scrittore potrà avere la crudeltà e la freddezza di certe cose che la vita ci riserva. Anche le peggiori, scritte e raccontate, assumono un peso diverso, meno doloroso.

10. A quale altra domanda avresti voluto rispondere?
Forse potevate chiedermi perché scrivo e forse vi avrei risposto che chi come me ama leggere, spera anche di avere qualcosa da dire che interessi a qualcun altro. Ecco il perché dei miei primi tre libri pubblicati, ecco perché il quarto in arrivo a marzo 2017 sull’etica vegana. Ci sarà una prima parte scritta da me e una seconda, più visiva, con cinquanta ricette vegane realizzate da mia figlia Chiara, che saranno una reinterpretazione dei grandi piatti “vegani” italiani… quando la gente sapeva mangiare rispettando l’ambiente e gli animali.

Grazie a Red Canzian per la generosa partecipazione e ad Alex De Benedictis per la preziosa collaborazione.

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