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Bruno Berni

Bruno Berni è nato a Roma nel 1959. Dopo aver studiato letterature nordiche e letteratura tedesca a Roma e aver soggiornato in Germania e in Danimarca, ha cominciato a tradurre dal danese – con qualche escursione nelle altre lingue nordiche e nel tedesco – per molti editori, pubblicando in italiano opere di Hans Christian Andersen, Karen Blixen, Peter Høeg, August Strindberg, Herman Bang, e affiancando alla traduzione un’ampia attività saggistica.
Dal 1993 dirige la biblioteca dell’Istituto Italiano di Studi Germanici di Roma. Nel 2004 ha ricevuto a Odense il premio Hans Christian Andersen per aver curato la prima traduzione completa delle fiabe di Andersen in italiano, nel 2009 il Premio Danese per la Traduzione per il complesso della sua attività. Nel 2012 è stato insignito del premio Rezzori-Città di Firenze per la traduzione di I figli dei guardiani di elefanti di Peter Høeg.

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1. Perché hai scelto il lavoro/mestiere che fai?
Il mestiere del bibliotecario l’ho voluto. Perché mi permetteva di vivere fra i libri ed essere anche pagato per farlo: attingere a piene mani dagli scaffali è un privilegio, ricordare la posizione dei volumi, colore e condizioni delle legature, riconoscerle al tatto, sapere come respirano, cercare o sfogliare ciò che i comuni mortali devono chiedere compilando il modulo. Il bibliotecario non legge più degli altri, spesso non ne ha il tempo, ma vive con i libri il contatto fisico grazie al quale si verifica una specie di osmosi. Qualcosa passa comunque, già solo sapendo quali sono i libri che esistono, anche senza leggerli tutti. Alla fine sono amici, più che letture. Mi dica, è grave?

Il traduttore invece l’ho fatto quasi per caso, mescolando la voglia di comunicare quanto avevo letto durante gli studi in Danimarca con la possibilità di fare da mediatore mettendo a frutto le conoscenze linguistiche acquisite. Non l’ho scelto, il mestiere ha scelto me: mandai il curriculum a venticinque editori e mi rispose uno solo. Poteva non farlo e non sarei stato un traduttore. Lo fece, per fortuna. Brivido. Era il 1986 e non mi sono mai fermato.

2. Qual è l’aggettivo che meglio definisce la tua attività?
L’attività di traduttore? Febbrile? Matta e disperatissima?

3. Qual è il tuo primo ricordo di una biblioteca?
Come per tutti, credo, l’armadietto di classe. Alle medie. L’ora di lettura era libertà, non ricordo nemmeno cosa leggessi. Forse se mi sforzassi un po’… Wells, ricordo di aver letto in classe L’uomo invisibile, che ho ripreso in mano una decina d’anni fa su una spiaggia della Sardegna. Ma per un ragazzino di dodici o tredici anni al quale propinavano Manzoni o i poemi epici, leggere dell’invisibilità era una ventata di vita. A quarant’anni e più, invece, è inevitabile pensare a usarla per altri scopi. Poi la biblioteca, quella vera, per me è sempre statala Biblioteca Reale di Copenaghen, dove ho trascorso gli anni di studio più belli. Non il Diamante Nero di ora, che pure è bello e tecnologico, ma la vecchia sala di lettura con le lampade verdi, la moquette, i tavoli di legno (avevo il 27, credo) e ogni ben di Dio a portata di mano. Le cassettine con le schede scritte a mano fin dal Seicento, i giganteschi volumi del catalogo topografico nei quali fare scoperte sensazionali, e la piccola mensa nella quale sono nate tante idee nelle conversazioni con persone che non ci sono più da un pezzo. Avevo poco più di vent’anni e assorbivo conoscenze da gente nata ai primi del Novecento, mentre incrociavo sguardi significativi con altra gente nata più tardi di me.

4. Come definiresti la biblioteca?
La biblioteca dovrebbe essere un luogo dove si sta bene. Dove si legge, ma soprattutto dove si fanno incontri, si parla, ci si siede ad ascoltare le esperienze degli altri, si respira. Purtroppo da bibliotecario devo dire che in molte biblioteche non ci si siede più per tutto il giorno a consumare la dose giornaliera, ad aspettare di essere messi fuori. Si fanno un po’ di fotocopie, il minimo indispensabile, e via. Forse dovrebbero essere più accoglienti, le biblioteche, come certe librerie di oggi dove la gente si siede, legge, si guarda intorno. Qualche divano, la possibilità di prendersi un caffè, e la gente sosterebbe di più. Male non fa.

5. Cosa ti piace di più in una biblioteca?
Mi piacerebbe che fosse come la biblioteca del Cielo sopra Berlino, mi piacerebbe potermi sedere lì e ascoltare. Tutti. È una delle scene più belle che conosco.

6. Quale è stato il primo libro che hai letto?
Non so, non ricordo. Da bambino non avevo molte letture a disposizione. Credo che le prime cose siano state le storie di quella raccolta degli anni Sessanta che si chiamava Tutte le fiabe. Fiabe di ogni paese, splendidamente illustrate, in fascicoli settimanali. Ne avevo parecchi, sciolti, che leggevo e rileggevo, perdendomi nelle storie e nei disegni. C’erano naturalmente anche quelle di Andersen. C’era L’acciarino, anzi si chiamava L’acciarino magico, c’erano La sirenetta e I cigni selvatici. Ma non so se la lettura di quelle fiabe abbia influenzato le mie scelte successive, il mio amore per le cose danesi, per Andersen. Sicuramente un po’ ha influenzato il mio modo di tradurre. Poi ricordo una copia lacera del Don Chisciotte, chissà in che estrema riduzione. Poi Pinocchio, I ragazzi della via Pal (che pianti), Cuore, Senza famiglia, tutti attacchi all’emotività, che forse servivano a formare sani sentimenti. Oppure a creare generazioni che crescono con la convinzione di doverli cercare. Forse era anche salutare. E poi ancora Dumas e Verne. Soprattutto Verne: credo che molte cose nordiche nei suoi romanzi abbiano fatto nascere in me l’attrazione per il grande Nord. Il Vatnajökull di Viaggio al centro della terra, il Maelström di Ventimila leghe sotto i mari. In generale a disposizione della gioventù c’erano delle letture che forse ora sono – ingiustamente – in disuso.

7. Quale libro ti ha lasciato un ricordo speciale?
Non credo che possa esserci il libro speciale. Spesso è il contesto, la possibilità di immergersi completamente in un’atmosfera, a rendere speciale la lettura. Ricordo un Faust I letto d’un fiato nel silenzio e nella solitudine d’una casa vuota, immersa nella calura estiva, mentre il mio Cent’anni di solitudine ha ancora dentro a tenere il segno, nemmeno a metà, la cartolina di un amore finito. Di cui però non riesco più a decifrare la firma. Il nome della rosa mi accompagnò da Roma a Copenaghen una delle prime volte, quando si viaggiava in treno perché l’aereo costava troppo. Trentaquattro ore, se ben ricordo, attraverso gli splendidi paesaggi tedeschi, una notte, un giorno, una notte.

8. Quale libro consiglieresti a un giovane lettore?
Gli consiglierei di andarselo a cercare, un libro capace di far scattare la scintilla, la voglia di leggerne un altro, invece di ascoltare i miei consigli che potrebbero cambiare in peggio la sua vita di lettore. Oppure di prenderne uno a caso e creare il suo percorso. Magari un libro di poesie.

9. Leggere fa bene? E perché?
Male non fa. Fa bene trovare il tempo, che è già un vantaggio. Sedersi comodi e lasciarsi andare, spegnere, tuffarsi e riemergere alla fine, cambiati. E poi fa bene ampliare l’universo con altri universi possibili. Anche impossibili, se è per questo.

10. Aquale altra domanda avresti voluto rispondere?
Mi faccio tante domande ogni giorno. Già cerco le risposte e ne trovo poche. Ora non farmi cercare anche le domande.
Su questa passo.

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