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Monica Silva

Monica Silva da anni svolge workshop sulla psicologia del ritratto in Italia e all’estero base solida sulla quale svolge i suoi lavori. Predilige ritrarre i soggetti attraverso una profonda lettura della società di oggi. Le sue fotografie sono state pubblicate sulle più importanti testate nazionali ed internazionali.

Scopre di più su Monica Silva nel suo sito.
Guarda il video del suo speech al TEDxRovigo.
Monica in Twitter.
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1. Perché hai scelto il lavoro/mestiere che fai?
Perché la fotografia per me è vita, ha salvato la mia esistenza. Viene da dentro, non posso vivere senza!!

2. Qual è l’aggettivo che meglio definisce la tua attività?
Creativa.

 

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“My Hidden Ego” di Monica Silva

 

 

3. Qual è il tuo primo ricordo di una biblioteca?
L’odore dei libri. È orgasmico!! Passerei ore ad odorare le pagine dei libri antichi per scoprire le tracce dei precedenti lettori. E’ un po’ animalesco ma sincero.

4. Come definiresti la biblioteca?
Un luogo sacro dove elevare lo spirito. Quando entro in una biblioteca o una libreria, lascio che sia il libro a scegliere me. Quando ciò accade contiene sempre il messaggio di cui ho bisogno. E’ per questo che trovo che sia un luogo sacro.

5. Cosa ti piace di più in una biblioteca?
Scoprire che ho tanto da imparare. Perché per quanto si legga non sappiamo mai abbastanza. Ciò mi aiuta a tenere i piedi per terra, ad essere umile.

6. Quale è stato il primo libro che hai letto?
La Bibbia. Non per scelta ma per imposizione. Poi il primo libro che ho letto per scelta personale, che mi ricordo come se fosse oggi, fu un giallo di Agatha Christie “I Sette Quadranti” e da lì in poi ho letto quasi tutti i suoi gialli.

7. Quale libro ti ha lasciato un ricordo speciale?
“Il nome della rosa” di Umberto Eco. Mi ha letteralmente trasportata nel 1300, epoca in cui si svolge la storia. Era talmente reale che sentivo gli odori ed il rumore che faceva la penna sulla pergamena.

8. Quale libro consiglieresti a un giovane lettore?
“Il mio nome è Usher Lev” di Chaim Potok del 1972. Parla di vita vissuta, di arte, di dolore, di allegria, di religione, di viaggi e molto altro. Un libro fantastico!

9. Leggere fa bene? E perché?
Apre la mente delle persone. Insegna a non avere pregiudizi. Insegna a viaggiare con la fantasia. Questo permette alle persone di essere meno incattivite con la vita.

10. A quale altra domanda avresti voluto rispondere?
Cosa accadrà alla letteratura tra qualche anno visto che la tecnologia sta trasformando le abitudini dei lettori oggi?

E questa è una domanda per la quale lascio al lettore la risposta  😉

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Max Paiella (foto di Masimiliano Fusco)

Ho iniziato il mio percorso professionale come disegnatore e quando mi capitava di vedere un comico esibirsi mi vergognavo per lui, dicevo tra me e me: “Ma come fa a fare sto lavoro?”.
Poi, mentre frequentavo l’Accademia di Belle Arti di Roma negli anni ’90, ho iniziato a cantare e suonare la chitarra e dopo avere terminato gli studi ho incominciato a lavorare nei locali notturni della capitale.
Le prime apparizioni televisive sono state in “I ragazzi del muretto” su Rai2, “Linda e il brigadiere” con Nino Manfredi su Rai1, “Telenauta 69” con Lillo e Greg” e “Mhhhh” di e con Serena Dandini. Ho debuttato al cinema nel 2001 con “Blek Giec” di Enrico Caria.
All’epoca svolgevo parallelamente anche l’attività di storyboarding per il cinema e la pubblicità.
Nel 2001 ho iniziato a frequentare La Fattoria dei Comici, laboratorio teatrale del teatro Ambra Jovinelli. Nel frattempo suonavo con Renzo Arbore e i Swing Maniacs, con cui ho fatto due dischi, numerose tournée e programmi televisivi tra cui lo spettacolo di varietà “Meno siamo meglio stiamo” su Rai1.
Dal 2004 sono ospite fisso nella trasmissione radiofonica “Il Ruggito del Coniglio” di Marco Presta e Antonello Dose in cui interpreto numerosi personaggi, sketch e momenti musicali.
La mia attività musicale proseguiva con “The Blues Willies” assieme a Claudio Greg Gregori.
Ho anche portato in scena spettacoli teatrali scritti da me: “Serenate Coniglie” al Teatro Dei Satiri di Roma, “Max paiella show” al Piccolo Brancaccio “Max Paiella Recital” al Teatro Ambra alla Garbatella.
Ho preso parte a tre edizioni di “Parla con me” condotte da Serena Dandini su Rai3 .
Nel 2010 ho vinto il prestigioso Premio della Satira di Forte Dei Marmi per l’imitazione di Augusto Minzolini, allora direttore del tg1. Lo stesso anno inizia la mia partecipazione a “610” di Lillo, Greg e Alex Braga in onda su Radio2 Rai.
Tra il 2012 e il 2013 ho partecipato a “The show must go off” condotto da Serena Dandini su La7.
Ho collaborato con Diego Bianchi a Gazebo, in onda su Rai3.
Tra il 2013 e il 2015 è andata in onda la mia trasmissione radiofonica “Max Paiella tutto compreso” sempre su Radio2 Rai.
Probabilmente ho dimenticato qualcosa, non me ne abbiate! Sono solo un fantasista!!!

Visita il sito di Max Paiella.
Vai alla pagina Facebook di Max.
Max Paiella in Twitter: @MaxPaiella

 

1. Perché hai scelto il lavoro/mestiere che fai?
È lui che ha scelto me, in alternativa non avrei potuto fare molto altro se non insegnare disegno e fare storyboards.

2. Qual è l’aggettivo che meglio definisce la tua attività?
Se può andare bene anche un sostantivo, direi Fantasista.

3. Qual è il tuo primo ricordo di una biblioteca?
Ero alla Biblioteca Teatrale del Burcardo a Roma per un esame di scenografia.

4. Come definiresti la biblioteca?
Un luogo dove il silenzio è piuttosto vivace.

5. Cosa ti piace di più in una biblioteca?
La quiete apparente.

6. Quale è stato il primo libro che hai letto?
“Il barone rampante” di Italo Calvino.

7. Quale libro ti ha lasciato un ricordo speciale?
“Il conte di Montecristo” di Alexandre Dumas.

8. Quale libro consiglieresti a un giovane lettore?
Uno qualsiasi di Ennio Flajano.

9. Leggere fa bene? E perché?
Perché arricchisce le emozioni.

10. A quale altra domanda avresti voluto rispondere?
“Quanti libri hai iniziato e lasciato a metà?”
Troppi, ma i due terzi li finirò.

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Gianni Coscia

Gianni Coscia nasce ad Alessandria nel 1931. Inizia a suonare in età giovanile utilizzando una fisarmonica Massobrio appartenente al padre. Al liceo è compagno di classe di Umberto Eco, con il quale scrive alcuni spettacoli di rivista.
Nel 1985 incide “Gianni Coscia – l’altra fisarmonica”. Nel 1989 con l’album “La briscola” si classifica al secondo posto del Top Jazz.
L’anno successivo con la Big Band di Giorgio Gaslini partecipa al festival di Roccella Jonica.
Nel 1992 e nel 1994 suona con Milva in tournée in Giappone, esibendosi anche come solista, mentre nel 1993 collabora con Luciano Berio alla stesura di musiche per uno spettacolo contro l’antisemitismo, incidendo nello stesso anno l’album “il Bandino”. Nel 1994 registra l’album Radici con Gianluigi Trovesi e con lui si esibisce all’Umbria Jazz Festival. Grazie al successo di tale cd (che raggiunge le 10 ristampe) il duo fa tournée in Danimarca, Francia, Paesi Bassi, Austria, Germania, Tunisia, Spagna, Siria, Giordania e Inghilterra.
Nel 1996 è nominato membro del consiglio di amministrazione dell’Accademia Musicale Chigiana.
Nel 1997 a Umbria Jazz prende parte al progetto Banda Sonora di Battista Lena. Inoltre firma con Fred Ferrari la colonna sonora del film “Altri uomini” con Claudio Amendola e Veronica Pivetti.
Nel giugno 1998 registra l’album “La bottega di Gianni Coscia” con i solisti Gianluigi Trovesi, Enzo Pietropaoli, Andrea Dulbecco.
Ancora con Trovesi realizza agli inizi del 1999 l’album “In cerca di cibo” per la ECM (con note di copertina scritte da Umberto Eco).
Nel 2002 presenta il nuovo CD “Archiliuto” a Bergamo e svolge una tournée in Canada, durante la quale suona al Festival Internazionale di Jazz a Montreal.
La sua attività prosegue nel 2003 al Festival Jazz di San Francisco e con concerti in Italia e all’estero. Nel 2004 pubblica l’album “Galleria del Corso” in duo con Renato Sellani e nel mese di maggio la città di Alessandria gli conferisce il premio Gagliaudo d’oro.
Nel 2005 pubblica “Round about Weill” in duo con Gianluigi Trovesi (edito dalla ECM). Tra il 2005 e il 2014 suona continuativamente in duo con Trovesi. Nel 2007 collabora con Adriano Celentano nell’album “Dormi amore, la situazione non è buona”.
Nel 2014 realizza l’album “Ansema” con il gruppo di folk piemontese Tre Martelli, edito per la Felmay.
Il 4 febbraio 2017 Gianni Coscia è stato ospite della Biblioteca di Spinea presso il cinema teatro Ai Bersaglieri, in un incontro organizzato in collaborazione con l’Istituto Comprensivo Margherita Hack ad indirizzo musicale.

 

1. Perché hai scelto il lavoro/mestiere che fai?
Io non ho scelto di fare il musicista di professione, è avvenuto per caso. Ho imparato a suonare la fisarmonica a 9 anni da autodidatta perché mio padre la suonava e un giorno mi mostrò come fare, ma praticamente ho fatto tutto da solo. Da ragazzo suonavo nelle balere il fine settimana per finanziare i miei studi al liceo classico e poi all’università per laurearmi in giurisprudenza, successivamente sono diventato un dirigente bancario e suonare era un’attività del mio tempo libero, per stare con gli amici. Certo tutti conoscevano la mia passione per la musica, negli anni ’70 andavo in giro a suonare con l’orchestra della Rai diretta da G.Kramer, e poi dalla fine degli anni ’80 arrivato il momento dell’età pensionabile, volevo lanciarmi nella professione di avvocato ma gli eventi vollero che fossi sempre più chiamato a suonare in numerosi concerti e tournée finché divenne una vera e propria professione.

2. Qual è l’aggettivo che meglio definisce la tua attività?
Interessante, entusiasmante e preoccupante perché occorre sempre essere all’altezza della situazione, gli episodi negativi della musica accadono e non è facile cancellarli, si cancellano più facilmente quelli piacevoli.

3. Qual è il tuo primo ricordo di una biblioteca?
Da ragazzo quando andavo a cercare i volumi di vario interesse, avventura, mi ricordo che ero un po’ preso dall’esoterismo perché sentivo questo senso del mistero e andavo a leggere un certo Flammarion, che poi ho dimenticato, ho capito che era proprio una stupidaggine.

4. Come definiresti la biblioteca?
La biblioteca è quasi un luogo metafisico, lo spazio ideale per acculturarsi prima di tutto, bisognerebbe andare in biblioteca come si va al cinema. La biblioteca è un’istituzione indispensabile per l’uomo e per la cultura, perché la cultura è la base di qualsiasi cosa.

5. Che cosa ti piace di più in una biblioteca?
Essere immerso in mille volumi…. infatti quello che mi piaceva di più era andare a trovare il mio amico Umberto Eco per il fatto che lui viveva in una “biblioteca”, viveva in una casa dove c’erano 50.000 volumi e io mi rendevo conto di quanto dovesse essere affascinante e indispensabile tutto ciò per la sua esistenza. Di solito gli appartamenti più fortunati hanno un’unica stanza adibita a biblioteca mentre per lui era tutta la casa.

6. Quale è stato il primo libro che hai letto?
Un libro tedesco, allora la cultura era molto monopolizzata, mi pare si chiamasse “Emilio e i tre gemelli” di Erich Kastner.

7. Quale libro ti ha lasciato un ricordo speciale?
Nessuno….. tutti.

8. Quale libro consiglieresti ad un giovane lettore?
Sicuramente tornerei molto sui libri di Salgari che hanno formato la nostra gioventù, e oggi che siamo nell’era del computer e della televisione questi sono libri ancora speciali, stimolano enormemente la fantasia perché creati da un uomo che non si è mai mosso da Torino e da Verona eppure leggendolo si riesce a girare il mondo.

9. Leggere fa bene? E perché?
E’ come mangiare, fa bene al cervello, una persona che ha letto molto è un persona più ricca degli altri, è cultura. In questo momento la cultura è molto trascurata e infatti se ne vedono anche le conseguenze.

10. A quale altra domanda avresti voluto rispondere?
A nessuna.

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Paolo Malaguti

Paolo Malaguti nasce a Monselice (Padova) nel 1978. Vive e studia a Padova, dove si laurea in Filologia Italiana. Dal 2004 insegna nei licei. Nel 2009 ha pubblicato con la Santi Quaranta di Treviso il romanzo “Sul Grappa dopo la vittoria”; nel 2011 e nel 2013, sempre per la Santi Quaranta, ha pubblicato rispettivamente “Sillabario veneto – viaggio sentimentale tra le parole venete” e il romanzo “I mercanti di stampe proibite”.
Nel 2015 ha pubblicato per la Neri Pozza il romanzo storico “La reliquia di Costantinopoli”, semifinalista al Premio Strega 2016.
Nell’aprile del 2016 ha pubblicato, per l’editrice BEAT, “Nuovo sillabario veneto – Alla ricerca dei veneti perduti”.

Visita il sito di Paolo Malaguti.
Paolo Malaguti nel sito di Neri Pozza Editore.
Malaguti nel sito dell’Editore Santi Quaranta.

 

1. Perché hai scelto il lavoro/mestiere che fai?
Il mio lavoro è l’insegnamento, la scrittura è una passione, che coltivo nel tempo libero. Ho scelto l’insegnamento perché trovo che sia estremamente affascinante potersi confrontare con persone che si stanno costruendo una cultura, un modo d’essere originale nel mondo. E poi, amando la letteratura, poterla insegnare significa poter avere a che fare ogni giorno con gli oggetti (i libri, i testi) che mi appassionano. Infine l’insegnamento è una sfida quotidiana, vuol dire cercare di avvicinare gli studenti alla tradizione di cui siamo in qualche modo il prodotto. La scrittura è arrivata dopo in ordine di tempo: ho pubblicato quasi per caso il mio primo libro, “Sul Grappa dopo la vittoria”, nel 2009. L’esperienza della pubblicazione e della promozione dei miei libri mi è piaciuta da subito, mi ha appassionato anche nei suoi aspetti più faticosi, e da allora cerco di ricavarmi il tempo e le energie per continuare a inventare e raccontare le storie che incontro lungo il mio cammino. Oggi faccio fatica a definirmi “scrittore”: per me la scrittura resta (e questo credo che sia un punto di forza) uno sfogo, un passatempo per rilassarmi, qualcosa di svincolato da obblighi e pressioni, cui mi dedico con una certa dose di libertà e una buona dose di divertimento.

2. Qual è l’aggettivo che meglio definisce la tua attività?
Mi piace l’aggettivo “indagatore”: credo che la mia scrittura sia fatta di poca invenzione e di tanta ricerca. Mi sono orientato, fino ad oggi, verso la narrativa storica. Questo significa costruire una base di documenti sulla quale poter costruire l’impalcatura del romanzo che di volta in volta progetto. Più la ricerca va a fondo, più la scrittura è facile e ricca di spunti. Dal mio punto di vista, le storie, i potenziali romanzi da scrivere sono attorno a noi in ogni momento. In ogni paese d’Italia, anche nella più piccola realtà, basta scavare nella memoria per trovare “storie” degne di essere narrate.

3. Qual è il tuo primo ricordo di una biblioteca?
La prima che ho incontrato era una biblioteca a Bibione. Andavo lì in estate, durante le vacanze, con la mia famiglia. Nell’appartamento che prendevamo in affitto non c’era la televisione (per fortuna!), quindi una volta alla settimana i miei genitori ci portavano in questa biblioteca, e ci lasciavano liberi di scegliere il libro da portarci a casa. Lì ho incontrato i primi romanzi gialli, ho incontrato Poe, Stephen King, Bram Stoker e Umberto Eco… Alcuni dei primi, grandi innamoramenti letterari della mia vita.

4. Come definiresti la biblioteca?
Ovviamente si può definire in tanti modi. Un archivio di sapere che parla di noi, una testimonianza della nostra cultura, ma forse la definizione che preferisco è “labirinto di opportunità”: in biblioteca devi scegliere di andare, non viene lei da te. E una volta lì dentro, devi cercare, devi girare tra gli scaffali o tra le schede dell’archivio… Finché non trovi un libro. Magari sarà un libro dei tanti, ma potrebbe essere “il” libro che ti cambia la vita, che ti accompagna in un’avventura che non ti dimentichi più. Secondo me alla base del concetto di biblioteca c’è la necessità di perdersi in essa, e la necessità di voler perdersi in essa.

5. Cosa ti piace di più in una biblioteca?
Amo profondamente l’oggetto-libro. Pertanto amo le biblioteche a scaffale aperto, in particolare quelle antiche e monumentali, che ostentano il proprio patrimonio. Mi piace vedere la somma dei libri, poter viaggiare con lo sguardo sugli scaffali più alti, dove sai di non poter arrivare. In qualche modo, se così si può dire, amo, della biblioteca, il suo metterti di fronte ai limiti della nostra conoscenza: non riusciremo mai, nella nostra vita, a leggere “tutto”: faremo le nostre scelte, ma oltre a quelle resterà sempre un oceano di conoscenza che spetta ad altri. Questo dona un che di sacro e di fortemente pedagogico alle biblioteche.

6. Quale è stato il primo libro che hai letto?
Non ricordo bene, probabilmente i libri di Jack London o di Jules Verne, o forse “L’isola del tesoro” di Stevenson. Ad ogni modo certamente libri di avventura, di viaggio. Ho amato prima di ogni altro i libri i cui protagonisti sfidano la sorte, si perdono, partono per viaggi ai limiti della conoscenza e delle proprie possibilità.

7. Quale libro ti ha lasciato un ricordo speciale?
Sono di certo meno i libri che “non” mi hanno lasciato ricordi speciali. Difficile davvero scegliere, ad ogni modo, forse per il momento in cui l’ho letto, forse per il modo in cui l’ho letto, ricordo con particolare affetto ed emozione il “Don Chisciotte” di Cervantes, che ho affrontato negli anni dell’università: in quel periodo della mia vita avevo gli strumenti per affrontare letture “forti”, e avevo anche il tempo per perdermi in libri lunghi, in letture di un pomeriggio intero… Cose che ora, con il lavoro e gli altri impegni, è più difficile ottenere.

8. Quale libro consiglieresti a un giovane lettore?
Direi un classico a caso. Se crediamo nella forza dei classici, ognuno di loro saprà donare almeno una riga in grado di dare emozioni e intuizioni degne di essere vissute. Se dovessi fare una scelta, a un giovane sotto i 13 anni consiglierei “Il richiamo della foresta” di Jack London. A un giovane sopra i 13 anni dire di provare a sbocconcellare qualche canto dell’Inferno di Dante.

9. Leggere fa bene? E perché?
Per più di un motivo. Prima di tutto, anche il libro più brutto e noioso che si incontri è fatto di parole. E imparare a usare le parole crea persone libere. Quindi leggere fa bene perché non possiamo cedere alla tentazione di una lingua fatta di poche migliaia di termini. Il bello di ogni sistema linguistico è il suo essere un insieme aperto, costantemente soggetto a nuove creazioni, a infinite possibilità. E poi imparare a usare le parole significa prendere coscienza dell’infinita profondità storica della nostra lingua. Ma oltre a ciò, leggere ti permette di fare ogni esperienza che l’uomo ha provato dall’inizio dei tempi senza muoversi dal divano di casa. Possiamo diventare dei, assassini, innamorati, soldati, animali, santi, possiamo morire e risorgere leggendo. E lo facciamo non nell’immaginazione “precostituita” del linguaggio filmico, che ti dà dei visi, dei paesaggi, dei colori che sono già frutto di una scelta. Leggendo un libro noi creiamo nella nostra mente i mondi e i personaggi di cui leggiamo. In altre parole, leggere un libro ci rende più simili a Dio.

10. A quale altra domanda avresti voluto rispondere?
Mi piace riflettere sul rapporto tra letteratura e linguaggio, quindi una domanda in tal senso non mi dispiace mai: a mio modo di vedere fare narrativa oggi in Italia mette chi scrive di fronte a una grande opportunità, che è al tempo stesso una pesante responsabilità, quella cioè di dare conto, nelle proprie pagine, della infinita ricchezza linguistica che animava e in parte anima ancora il nostro paese. A parte alcune grandi esperienze, fino a poco tempo fa la letteratura che facesse un uso anche ridotto dei dialetti (o di altri codici linguistici, microlingue, gerghi e simili) era pesantemente minoritaria, spesso guardata con sospetto, o relegata a precisi generi e contesti. Oggi, per fortuna, le cose sono cambiate un po’, e da più parti prendono avvio esperienze di contaminazione e ricerca linguistica. Credo che cogliere almeno in parte questa opportunità sia quasi doveroso per chi fa narrativa: la lingua è il mezzo attraverso cui veicoliamo il messaggio letterario, è quindi un elemento più che vitale per la ricchezza del testo; se non ci limitiamo all’italiano standard, ma proviamo a aprire delle finestre sui mondi linguistici che ci circondano, di sicuro obblighiamo il lettore a una fatica maggiore, ma d’altra parte gli diamo anche l’opportunità di confrontarsi con realtà altrimenti destinate, in poco tempo, a scomparire del tutto.

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Lorenzo Calza (foto di Carlo Traina)

Vive a Genova, sposato, due figli. Nasce a Piacenza, nel 1970.
Crea nel 1990 Il Senso delle Nuvole, associazione dedicata al mondo dei fumetti.
Nel 1991 fonda la rivista amatoriale: “Aleph”.
Impegnato nella vita politica e sociale della sua città e appassionato di musica, è per anni voce solista nel gruppo rock piacentino Dazed.
Dalla metà degli anni novanta diventa allievo di Giancarlo Berardi. Entra poi a far parte dello staff di “Julia” (Sergio Bonelli Editore) come sceneggiatore.
Scrive “Arkhain”: miniserie fanta-horror edita dalla Panini/Marvel Italia, disegnata da Stefano Raffaele in edicola a cavallo tra il 2000 e il 2001.
Gira il cortometraggio “Pipistrelli”, proiettato nel Bellaria Film Festival 2001, curato da Enrico Ghezzi.
Alcuni suoi articoli appaiono sui quotidiani Il Secolo XIX, Libertà e l’Unità.
Il suo primo romanzo, “La commedia è finita”, esce nel 2009 per i tipi di Robin Edizioni.
Una sua vignetta viene pubblicata su il Manifesto.
Dodici suoi racconti arricchiscono NOIR10, l’agenda ufficiale della regione Emilia Romagna per l’anno 2010.
Su Facebook, crea “She”, vignetta di satira al femminile che approda sulle pagine de Il Misfatto, inserto satirico de Il Fatto Quotidiano, poi, sul quotidiano stesso. “She” viene pubblicata sui siti Style.it e poi Vanityfair.it, della Condé Nast.
Dal 2011, su Style.it racconta a puntate la cronistoria dell’esperienza di arteterapia con Luca Lavagetto, ragazzo autistico.
Porta laboratori di scrittura creativa nelle periferie cittadine, in carcere e nelle scuole.
Nel 2013 esce il suo secondo romanzo, “Panico”, un fanta-horror dai risvolti sociali, pubblicato da Edizioni della Sera.
Nel 2015 firma un episodio de Le Storie, della Sergio Bonelli Editore, dal titolo “La grande madre”.
Dal 2015 canta negli ARBOS, band genovese dai potenti testi in italiano, e un impianto sonoro a cavallo tra il rock duro e l’indie.

Leggi il blog di Lorenzo.
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1. Perché hai scelto il lavoro/mestiere che fai?
Scrivere (e un po’ disegnare) per mestiere non è una scelta come un’altra. Non ci si prepara con studi o corsi particolari, anche se ogni studio, corso o incontro è prezioso. Soprattutto serve pratica “di bottega” e una grande curiosità, di lettura e di vita. Che sono sinonimi, se si ritrovano nel territorio dell’intensità delle esperienze.

2. Qual è l’aggettivo che meglio definisce la tua attività?
Narratore.

3. Qual è il tuo primo ricordo di una biblioteca?
Quella scolastica, credo, alle elementari. Poi quella dove andavo a studiare in periodo universitario. Ma era un pretesto per vedere gli amici, e pomiciare un po’. Ho conosciuto la preziosa attività delle biblioteche nell’hinterland milanese: incantevole testimonianza di militanza civica e culturale.

4. Come definiresti la biblioteca?
Google 1.0. Ma sarei ingiusto. I libri avvolgono fisicamente, ti danno un senso di protezione, di potenziale accrescimento di ogni tua potenzialità. I libri parlano anche in silenzio, per osmosi. A differenza di Google, che è la dittatura aziendale del mondo, i libri rappresentano tutti insieme una sorta di antidoto pubblico. Nessun algido algoritmo potrà mai sostituirne la fisicità. I libri sono prossimità, compagni tangibili. È molto importante il personale che gestisce il traffico, la sua competenza.

5. Cosa ti piace di più in una biblioteca?
Il silenzio. La sacralità laica. Come se la civiltà, lì, si genuflettesse a un dio interno.

6. Quale è stato il primo libro che hai letto?
Mia nonna mi declamava “Il giornalino di Gian Burrasca” di Vamba, la sera, quando dormivo da lei. Il primo letto da me, ce l’ho ancora davanti. “Cochise l’apache” di George Fronval, illustrato da Jean Marcellin. Ero un divoratore di fumetti, e il rapporto tra testo e immagine ha sempre segnato il mio percorso di crescita.

7. Quale libro ti ha lasciato un ricordo speciale?
“Rosemary’s Baby” di Ira Levin. Credo sia un crocevia di tante cose, tanti generi, scritto benissimo. Mi si era instillato nel profondo, e in qualche modo mi è tornato in mente durante le due gestazioni di mia moglie.

8. Quale libro consiglieresti a un giovane lettore?
“Memorie di un cane giallo” di O. Henry. I ragazzi chiedono velocità di esecuzione. Conversando con uno di loro, mi diceva che i brani musicali di un tempo non li ascolta perché “durano troppo”. Credo che la forma del racconto sia la migliore per introdurli alla letteratura. O. Henry, poi, era maestro nel dipingere la galleria umana.

9. Leggere fa bene? E perché?
Plasma la persona interna. Non si può scivolare sulla vita, la sue suggestioni, come accade a troppi, oggi. Senza sedimentare mai nulla si finisce per franare, vivere in uno smottamento continuo. Leggere aiuta a radicarsi, prepararsi alla vecchiaia, tanto quanto i contributi pensionistici. Arriva sempre il momento in cui sei solo con i tuoi pensieri. Se non li hai coltivati, la solitudine rimbomba. Se hai un campo arato, dentro, germogli a ogni età.

10. A quale altra domanda avresti voluto rispondere?
Il quesito conferma che Marzullo è il miglior intervistatore nostrano, capace di annullarsi per lasciare spazio ai personaggi, come le migliori regie di John Ford e Clint Eastwood, come le novelle di Guy de Maupassant, la miglior scrittura verista, da Verga a Jim Thompson. Comunque, la domanda che avrei voluto sentire è:
Come lo cambieresti il mondo?
Raccontandolo con onestà, la risposta.

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Francesco Bonanno

Francesco Bonanno nasce a Roccapalumba (PA) nel 1969. Oggi vive e lavora a Reggio Emilia.
Dopo la laurea in architettura decide di seguire la sua passione per il disegno a fumetti.
Gli inizi da amatore sono in ambito culturale con i disegni per l’associazione Amici del Fumetto.
Inizia l’attività professionale nel 2004 collaborando al terzo episodio della miniserie “Real Crime” (Edigold) e contemporaneamente illustrando la miniserie fantasy “Niahm” (Dream colours) creata con Marco Sonseri.
La collaborazione al nono episodio de “L’insonne” (Free Books) e l’apparizione su Lanciostory con una storia breve dal titolo “La pistola nella polvere”, sono il preludio all’intensa attività svolta per Star Comics fra il 2007 e il 2012 che lo vedono alle prese con diversi albi delle serie “Cornelio”, “Valter Buio”, “Nuvole Nere” e “Dr Morgue”, di cui è anche il creatore grafico.
Nel biennio 2012/13, disegna un episodio di “Elder” (7even Age Entertainment), collabora alle matite del settimo albo de “Il morto” (Menhir Edizioni) e soprattutto disegna diversi episodi del Don Camillo a fumetti raccolti nell’albo “Paura” (ReNoir).
Dal 2013 collabora con Sergio Bonelli editore, disegna prima un albo per la collana Le Storie dal titolo “La grande madre” per approdare poi in pianta stabile a “Julia”.

Vai alla pagina Facebook di Francesco Bonanno.

Visita il blog di Francesco Bonanno.

 

1. Perché hai scelto il lavoro/mestiere che fai?
Più che una scelta è stato lo sfogo di un naturale talento. Non ho mai fatto studi artistici ma disegno da sempre. Mi sono laureato in architettura ma evidentemente, complice qualche occasione che si è presentata, la passione per il fumetto ha avuto il sopravvento.

2. Qual è l’aggettivo che meglio definisce la tua attività?
Armonica. Nel fumetto il disegno e la scrittura devono collimare in un equilibrio.

3. Qual è il tuo primo ricordo di una biblioteca?
Sinceramente non ho un ricordo della prima volta, ma credo che della mia prima volta io abbia conservato la sensazione di una certa sacralità, perché è questa la sensazione che provo ogni volta che varco la soglia di una biblioteca.

4. Come definiresti la biblioteca?
Credo di aver già risposto nella precedente domanda: un luogo in qualche modo sacro.

5. Cosa ti piace di più in una biblioteca?
Mi piace la caratteristica della fruibilità, il fatto di poter avere a disposizione la cultura, lo svago. Anche l’ordine mi affascina in una biblioteca, ordine che non riesco ad avere nel mio studio ad esempio!

6. Quale è stato il primo libro che hai letto?
“Verrà il tempo mio” di Ines Belski Lagazzi, una lettura preadolescenziale che ricordo piacevolmente.

7. Quale libro ti ha lasciato un ricordo speciale?
Un libro di Canti e poesie di Rabindranath Tagore. Ai tempi in cui lo lessi mi risultò illuminante. Ancora oggi lo spulcio volentieri.

8. Quale libro consiglieresti a un giovane lettore?
Ad un giovane lettore sicuramente qualche romanzo di Jules Verne. A me affascinò “L’isola misteriosa”.

9. Leggere fa bene? E perché?
La lettura arricchisce la vita di un’altra dimensione, che è di stimolo alla nostra mente.

10. A quale altra domanda avresti voluto rispondere?
Consideri il fumetto letteratura?
Ovviamente sì.

 

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Julia-L’Infiltrato in edicola dal 3 gennaio. Testi di Giancarlo Berardi e Lorenzo Calza, disegni di Francesco Bonanno.

 

 

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Luciana Zabarella

“Artista poliedrica, persegue con caparbietà e intelligenza una sua personale ricerca espressiva, tendendo il suo impegno creativo verso la manipolazione di materiali adatti ad esprimere il suo bisogno di vivere (carta, ceramica, vetro, tecniche miste) oltre il limite del già visto.”
(Umberto Marinello)

Luciana Zabarella inizia ad esporre nei primi anni ’70; dopo il debutto da autodidatta, frequenta il Centro Internazionale della Grafica di Venezia, l’Accademia di Salisburgo (Austria), la Scuola dei Mosaicisti di Spilimbergo (Pn).
Invitata in vari symposium (Italia, Austria, Croazia, Slovenia, Polonia) e work in progress (Germania), lavora ed espone con artisti di affermata fama internazionale.
Negli ultimi tempi, la sua ricerca si è orientata anche verso l’arte comportamentale, offrendosi al pubblico come sensibile performer .
Alcune sue opere sono esposte e custodite presso diversi Musei Europei.
Ha partecipato a numerose personali e collettive in Italia e all’estero, fra cui la 53. Esposizione Internazionale d’Arte – Biennale di Venezia.
E’ censita nell’Archivio Storico delle Arti Contemporanee.

Visita il sito di Luciana Zabarella.
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1. Perché hai scelto il lavoro/mestiere che fai?
Non lo definirei un lavoro o un mestiere ma qualcosa che ti chiama e devi fare per sentirti bene, trasmettere agli altri un tuo sapere e ricevere a tua volta emozioni.

2. Qual è l’aggettivo che meglio definisce la tua attività?
Fantasioso, creativo, libero, caparbio, che richiede impegno.

3. Qual è il tuo primo ricordo di una biblioteca?
I libri con il loro odore.

4. Come definiresti la biblioteca?
Un luogo riposante e denso di cultura.

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L’Atelier

5. Cosa ti piace di più in una biblioteca?
Guardarmi intorno e scoprire tanti nuovi titoli tra gli scaffali.

6. Quale è stato il primo libro che hai letto?
Il libro “Cuore” di Edmondo De Amicis, che io ricordi.

7. Quale libro ti ha lasciato un ricordo speciale?
Sempre “Cuore”, anche perché è stato il primo che mi hanno regalato.

8. Quale libro consiglieresti a un giovane lettore?
Dipende dagli interessi personali di ciascuno.

9. Leggere fa bene? E perché?
Benissimo per la cultura, per la fantasia e la libertà che riesce a donarti.

10. A quale altra domanda avresti voluto rispondere?
A nessuna.

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