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Valentina Villani

Nata a Roma dove vive e lavora come psicologa e psicoterapeuta, coltiva la passione per la fotografia e la sceglie come mezzo per raccontare storie di vita, di dolore, intime sensazioni e denuncia sociale. Ha partecipato a diversi concorsi e organizza mostre di fotografia.
Nel 2015 vince il concorso nazionale bandito dall’associazione Il filo di Eloisa, per la valorizzazione del pensiero e della creatività femminili, con un progetto di cinque foto e relativi testi.
Il progetto è stato pubblicato nel volume “Lo spazio consapevole” (Iacobelli Editore).
Nel 2017 pubblica il libro “Ape Bianca” composto da due volumi, uno narrativo e uno fotografico, edito da Adiaphora Edizioni.

Visita il sito internet di Valentina Villani.
Vai alla pagina Facebook di Valentina.

 

 

1. Perché hai scelto il lavoro/mestiere che fai?
Per combattere alcuni stereotipi comuni del tipo “Sai anche io sono un po’ psicologo” oppure “dallo psicologo ci vanno quelli matti”. A parte gli scherzi, credo che la psicologia sia una delle discipline che più si occupano dell’essere umano, che consente di toccare una dimensione intima e profonda con persone estranee a noi, in alcuni casi diverse per gusti, idee politiche, cultura e abitudini. Eppure si sta dentro una relazione che nutre, cura e arricchisce entrambi. Da persona curiosa ho scelto una disciplina che si pone domande, da viaggiatrice ho scelto una materia che esplora la mente umana nei suoi angoli più nascosti, da scrittrice ho scelto di condividere storie e racconti insieme ad altri e insieme a loro rintracciarne i significati profondi. Il fascino risiede in un materiale mai uguale a sé stesso, ogni individuo è unico, non c’è ripetizione, ogni psicoterapia è un viaggio a sé.

2. Qual è l’aggettivo che meglio definisce la tua attività?
Creativa. Questo aggettivo vale sia per la professione di psicoterapeuta che per l’attività di scrittrice.

3. Qual è il tuo primo ricordo di una biblioteca?
Ho un vago ricordo della biblioteca del mio liceo ma ricordo molto bene quella dell’università La Sapienza di Roma o le piccole biblioteche di quartiere in cui mi rifugiavo a studiare o a leggere.

4. Come definiresti la biblioteca?
Un luogo misterioso, ogni persona è immersa in un silenzio che è solo apparente, in realtà dentro ogni individuo c’è un viavai di pensieri, informazioni, piacere estetico, intuizioni, conoscenza, dubbi, domande. La biblioteca è uno di quei luoghi in cui si è soli in mezzo a tante altre persone senza sentirsi a disagio, in quella condizione illuminata di solitudine come scelta consapevole, non imposta, non subita e non sofferta. Esattamente il tipo di solitudine che ricerchiamo nei momenti creativi e di maggior contatto con parti profonde di noi stessi.

5. Cosa ti piace di più in una biblioteca?
Il silenzio. Sentire uno spazio interno. E poi osservare le altre persone mentre sono assorte nel loro silenzio. Trovo questa alternanza di prospettive interna/esterna particolarmente interessante.

6. Quale è stato il primo libro che hai letto?
Credo sia stato “Piccole donne” di Louisa May Alcott.

7. Quale libro ti ha lasciato un ricordo speciale?
Ce ne sono diversi, mi viene in mente “L’insostenibile leggerezza dell’essere” di Milan Kundera, “Cent’anni di solitudine” di Gabriel García Márquez, “Lo straniero” di Albert Camus, le poesie di Sylvia Plath, ma la lista è lunga.

8. Quale libro consiglieresti a un giovane lettore?
Dipende dalla sua personalità, dai gusti, dall’età, per citarne solo alcuni, “Il ritratto di Dorian Grey” di Oscar Wilde, “Il gabbiano Jonathan Livingston” di Richard Bach, “Il piccolo principe” di Antoine de Saint-Exupéry, “Ragazzi di vita” di Pier Paolo Pasolini, “La casa degli spiriti” di Isabel Allende, senza tralasciare i grandi classici della letteratura.

9. Leggere fa bene? E perché?
Perché è al tempo stesso evasione e consolazione, è come viaggiare rimanendo fermi. La parola è il mezzo principale con cui comunichiamo, attraverso la quale si attiva l’immaginazione che dà un volto ai personaggi e caratterizza le ambientazioni e i luoghi del libro. Un lavoro stimolante in cui lo scrittore prepara una traccia da seguire ma poi la strada vera e propria, l’immagine visiva corrispondente a quelle parole vengono costruite dal lettore. E ogni lettore lo fa a modo suo. Leggere è entrare in una comunicazione profonda con l’altro, è uno scambio attivo con l’autore, è libertà di pensiero, è terapia per l’anima.

10. A quale altra domanda avresti voluto rispondere?
“Qual è la prossima cosa che farai?”
Bere un caffè, guardare l’orologio e cominciare una nuova giornata.

Valentina Villani_libro

“Ape bianca” di Valentina Villani – Adiaphora Edizioni – 2017

[Grazie ad Adiaphora Edizioni per la collaborazione]

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Francesca Genti

Francesca Genti

Vivo a Milano e la mia casa è molto colorata e piena di cose. Un po’ come le marmotte o altri animali che passano molto tempo nella propria tana d’inverno, anch’io accumulo materiali (pezzi di stoffa, carta, pietre, rami secchi, bottoni, parole) di cui mi dimentico per un po’ e a un certo punto riemergono e diventano qualcos’altro: la copertina di un libro, una piccola scultura, una scatola che contiene un paesaggio, una poesia.
Ho sempre amato leggere, scrivere e costruire, tre attività che hanno molto in comune tra loro e che fanno apparire nel mondo cose che prima non c’erano. Di lavoro faccio tante cose diverse, la principale è prendermi cura di bambini piccoli, le altre attività invece hanno che fare con la scrittura e da qualche anno, insieme alla mia amica Manuela, ho fondato Sartoria Utopia, una piccola capanna editrice di libri fatti a mano. In questo modo sono riuscita a unire in un colpo solo le tre cose che mi piacciono di più (leggere, scrivere e costruire) e questo mi dà molta felicità.

Visita la pagina Facebook di Francesca.

 

1. Perché hai scelto il lavoro/mestiere che fai?
Il mio mestiere principale è fare la tagesmutter (una figura professionale a metà tra l’educatrice di nido e la bambinaia) ho scelto di farlo per tante ragioni (che sarebbe troppo lungo elencare qui), ma una di queste ragioni è sicuramente perché penso che il contatto con i bambini e le loro urgenti e primarie emozioni si armonizzi molto bene con la mia vocazione che è quella di scrivere poesia. Perché la poesia è suono e in un certo senso è un linguaggio preverbale, vicino all’urlo, al pianto e al riso che sono i primi modi in cui ci esprimiamo quando siamo piccoli.

2. Qual è l’aggettivo che meglio definisce la tua attività?
Eclettico.

3. Qual è il tuo primo ricordo di una biblioteca?
All’università, la biblioteca di lettere e filosofia di Palazzo Nuovo a Torino, chiamata semplicemente “il secondo piano” (perché appunto si trovava al secondo piano), è stato un luogo fondamentale per me: di studio, di lettura, ma anche di coltivazione della sublime arte del cazzeggio e di tessitura di amicizie e amori.

4. Come definiresti la biblioteca?
Un luogo dove non può succederti nulla di male.
Se arrivasse l’apocalisse il posto in cui andrei a rifugiarmi sarebbe sicuramente una biblioteca (nel mio caso la biblioteca Valvassori Peroni a Lambrate, che io considero una seconda casa).

5. Cosa ti piace di più in una biblioteca?
Mi piacciono le sale lettura quando non c’è tanta gente, gli scaffali liberi in cui curiosare, il reparto di libri per l’infanzia. Mi piace che ci sia silenzio, ma che non sia un silenzio assoluto perché non sono da sola, mi piace sbirciare cosa leggono gli altri, che cosa studiano.
Mi piacciono i bibliotecari, sono una delle categorie umane che preferisco insieme ai tipografi e ai tassisti. Osservo con meraviglia il lavoro che svolgono, perché che sono tanti lavori insieme: sono referenti per la lettura, organizzatori di cose belle, mediatori culturali, assistenti sociali, custodi della memoria, li ammiro e li adoro.

6. Quale è stato il primo libro che hai letto?
Il primo libro che ho letto da sola è un libro che non riesco più a trovare da nessuna parte, neanche sui siti specializzati, perché forse sbaglio il titolo, io ricordo che si chiamava “Viaggio in una bolla di sapone” ed era l’avventura illustrata di due bimbi che viaggiavano in questa bolla nel cielo, c’era un grande senso di scoperta e il sentimento dell’amicizia, fu una lettura meravigliosa. Quando non sapevo ancora leggere invece mio padre mi leggeva sempre qualcosa prima di addormentarmi, ricordo “Pinocchio” di Collodi, poi di Mark Twain “Tom Sawyer” e il mio preferito “Huckleberry Finn”, il primo personaggio che ho preso come modello nella mia vita di bambina (piedi nudi e cacciarsi nei guai).

7. Quale libro ti ha lasciato un ricordo speciale?
Tantissimi libri sono dentro di me, sono i miei talismani che nessuno può strapparmi, da cui attingere nei momenti difficili, ma di cui ricordami nei momenti belli come paradigmi e potenziatori di felicità, il primo libro che ora mi viene in mente è “La città e la metropoli” di Jack Kerouac, un romanzo di formazione che segue i destini di una grande famiglia in Canada, un romanzo pieno di vitalità, di amore, di violenza.

8. Quale libro consiglieresti a un giovane lettore?
È una domanda troppo difficile, non sono mica una bibliotecaria!
A parte gli scherzi consiglierei le poesie di Aldo Palazzeschi, le filastrocche di Gianni Rodari, i romanzi Mark Twain.

9.Leggere fa bene? E perché?
Leggere è fondamentale per tante e troppe cose. Ma ne voglio ricordare una frivola: rende il mondo più interessante e rende più interessanti noi.

10. A quale altra domanda avresti voluto rispondere?
Cara Francesca, di che segno sei?
Sono cancro ascendente cancro, come Marcel Proust.

 

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eleonora pescarolo

Eleonora Pescarolo

 

Nata nel padovano nel 1992, fin da bambina è appassionata di libri, fumetti e della cultura del Vicino Oriente Antico. Con grande intraprendenza ha collaborato dal 2011 al 2015 con l’Associazione Culturale Comic’s Trip di Rovigo partecipando all’organizzazione dell’evento fieristico Rovigo Comics, Cosplay & Games e nel 2011 e nel 2013 all’evento 24HIC – Ventiquattr’ore del Fumetto a Villanova del Ghebbo (RO). Dal 2012 contribuisce a svariate antologie e riviste letterarie e nel 2015 ha esordito nella narrativa fantastica con il romanzo “Naltatis – Il sentiero degli Dei” (I Doni delle Muse Edizioni).
Nel 2017 ha pubblicato “Braccati”, il primo volume della saga di fantascienza edita da Adiaphora Edizioni.

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1. Perché hai scelto il lavoro/mestiere che fai?
Perché raccontare storie è una delle attività più antiche del mondo, è qualcosa che ci appartiene a livello ancestrale. Raccontiamo storie nelle più diverse forme ma sempre per lo stesso motivo: comunicare, ma soprattutto trasmettere. Ho deciso di dedicarmi al genere fantastico per dimostrare quanto la credenza che sia separato dalla realtà sia del tutto infondata: è uno strumento molto potente per aprire gli occhi sulla realtà contemporanea.

2. Qual è l’aggettivo che meglio definisce la tua attività?
Salvavita.

3. Qual è il tuo primo ricordo di una biblioteca?
La piccola biblioteca del mio paese. Quando ero piccola adoravo infilarmici ogni tanto, nei pigri pomeriggi liberi, per scribacchiare ed esplorare i libri esposti.

4. Come definiresti la biblioteca?
Infinita.

5. Cosa ti piace di più in una biblioteca?
Gli scaffali colmi di libri e il silenzio per leggerli.

6. Quale è stato il primo libro che hai letto?
Il primo di cui ho memoria è “Viaggio al centro della terra” di Jules Verne.

7. Quale libro ti ha lasciato un ricordo speciale?
Sono molti in realtà i libri legati a ricordi speciali. Alcuni classici “L’Isola del Tesoro” di Robert Louis Stevenson, “Cronache Marziane” di Ray Bradbury” e “1984” di George Orwell, ma anche “Finzioni” di Borges, “American Gods” di Neil Gaiman, “Guida Galattica per Autostoppisti” di Douglas Adams e “A me le guardie!” di Terry Pratchett. Ma ovviamente ce ne sono molti altri.

8. Quale libro consiglieresti a un giovane lettore?
“Fahrenheit 451” di Ray Bradbury. Anche solo per questa citazione: “Capite ora perché i libri sono odiati e temuti? Perché rivelano i pori sulla faccia della vita. La gente comoda vuole soltanto facce di luna piena, di cera, facce senza pori, senza peli, inespressive.”

9. Leggere fa bene? E perché?
Perché permette di aprire la propria mente a diverse prospettive e punti di vista, permette di riflettere e ragionare. Leggere è aprire, spalancare le porte e le finestre e lasciare entrare il mondo (e questo probabilmente il più delle volte spaventa).

10. A quale altra domanda avresti voluto rispondere?
“Ma i libri sono gli unici che bisogna leggere?”. No. Leggete tutto. Anche i fumetti, che nascondono delle perle meravigliose che uniscono il piacere della lettura al godimento estetico dei disegni, una forma d’arte che non ha un’età (diffidate da chi dice che leggere fumetti è solo da ragazzini).

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“Braccati” Adiaphora Edizioni, 2017

 

[Grazie ad Adiaphora Edizioni per la collaborazione]

 

 

 

 

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Chiara Tangredi

Chiara Tangredi

Chiara Tangredi è originaria di Montesarchio (BN).
Ha pubblicato la silloge poetica “Sono come il coccodrillo: piango sul latte versato” (2013) e il testo teatrale “Il giorno in cui mi capitò di morire” (Adiaphora Edizioni, 2015).

Collabora con la rivista InStoria e la testata giornalistica IlTaburno.it.
Nel triennio 2015-2017 ha preso parte ad alcune campagne di scavo archeologico a Velia (Ascea, Salerno), Cuma (Napoli), località Masseria Grasso (Benevento).

 

1. Perché hai scelto il lavoro/mestiere che fai?
Scrivere per me è un modo di stare al mondo, di osservare e raccontare la realtà, una forma di comunicazione, un atto di testimonianza, memoria.

2. Qual è l’aggettivo che meglio definisce la tua attività?
Stratigrafica.

3. Qual è il tuo primo ricordo di una biblioteca?
La Biblioteca di Alessandria. Alle elementari la maestra ci parlò di questa grande biblioteca dell’antichità. Realizzata in età ellenistica ad Alessandria d’Egitto per volontà dei Tolomei. Di fama internazionale per il numero elevatissimo di volumi conservati e per le personalità che la frequentavano. Finì distrutta. L’evento che ne decretò la fine resta imprecisato. Sono state individuate diverse circostanze in cui è possibile si sia verificata la distruzione parziale o totale della biblioteca: a partire dall’incendio del 48 a.C. durante la spedizione di Giulio Cesare in Egitto, fino alla conquista araba del 642 d.C. Quale che fu la causa non cambiarono gli effetti. La fatica di tanta gente operosa impegnata a scrivere e tramandare andò perduta per sempre. All’epoca non sapevo definire esattamente ciò che provavo. Mi assaliva un insidioso horror vacui, terrore del vuoto.

4. Come definiresti la biblioteca?
Luogo di incontro. Andare in biblioteca significa andare incontro ai libri. Là dove si incontrano i libri si finisce per incontrare anche gli uomini.

5. Cosa ti piace di più di una biblioteca?
I libri.

6. Qual è stato il primo libro che hai letto?
“Il cane delle Fiandre” di Ouida.

7. Quale libro ti ha lasciato un ricordo speciale?
Rispondere è davvero difficile. E’ come avere cinque fratelli e ti si chiede: «A chi vuoi bene di più?».

8. Quale libro consiglieresti a un giovane lettore?
Più che un libro specifico consiglierei la lettura. Leggere ciò che si preferisce e sperimentare.

9. Leggere fa bene? E perché?
Leggere ha lo stesso significato di visualizzare il messaggio dell’amica o dell’amico, i post sui social. E’ comunicare: trasmettere informazioni da persona a persona. La riduzione delle distanze passa attraverso le tecnologie, il cellulare, i social e attraverso il libro.
Leggere è connettersi con l’altro presente nel libro: gente di altri luoghi, di altre epoche. In questo è anche un atto conservativo. Preserva, trasmette ciò che altrimenti andrebbe dimenticato.
Leggere è interagire con l’altro esterno al libro. Confrontarsi su quanto si è letto estende il processo comunicativo.
Leggere induce alla riflessione. Sicché è anche un connettersi con il proprio sé.
Per queste ragioni, se virale descrive il processo di diffusione tramite i nuovi mezzi di comunicazione, definirei vitale la diffusione che passa attraverso il libro.

10. A quale altra domanda avresti voluto rispondere?
Nessuna.

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Il giorno in cui mi capitò di morire Adiaphora Ed, 2015

 

[Grazie ad Adiaphora Edizioni per la collaborazione]

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Anna Maria Carpi

Anna Maria Carpi

Anna Maria Carpi è nata a Milano, da madre emiliana e padre di origine irlandese. Ha studiato lingue e letterature straniere alla Statale di Milano. Ha vissuto a più riprese a Bonn, a Berlino e a Mosca. Ha insegnato letteratura tedesca all’Università di Macerata (1968-80) e alla Ca’ Foscari di Venezia (1980-2009).
È autrice di un diario inedito di 15.000 pagine e di studi su Kleist, Th.Mann, Handke e sulla poesia tedesca del ‘900. Per le sue traduzioni dalla poesia tedesca (Nietzsche lirico, Benn, Celan, Enzensberger, H.Mueller, Gruenbein, Krueger) ha ricevuto nel 2012 il Premio nazionale per la traduzione. Nel settembre 2015 si è aggiudicata il Premio Città di Sant’Elpidio a Mare, per la miglior traduzione italiana della poesia straniera.
È membro delle giurie del Premio Monselice e del Premio internazionale Wuerth di Stoccarda e dal 2013 dell’Akademie der Sprache und der Dichtung di Darmstadt.
Nel 2014 ha ricevuto il Premio Carducci alla carriera.

Anna Maria Carpi sarà ospite della Biblioteca di Spinea, insieme ad Anna Toscano, venerdì 16 marzo 2018 alle ore 18,00 con il reading poetico “Poesia respiro del quotidiano”.

Visita il sito di Anna Maria Carpi.

 

1. Perché hai scelto il lavoro/mestiere che fai?
Ho scelto d’insegnare all’università perché mi pareva che mi lasciasse tanta libertà per scrivere, che era la mia vocazione.

2. Qual è l’aggettivo che meglio definisce la tua attività?
L’aggettivo che definisce la mia attività è l’abusato “creativo” ma non ne trovo altro.

3. Qual è il tuo primo ricordo di una biblioteca?
Il mio primo ricordo della biblioteca è quello dell’Università Cattolica, vicino a casa mia ed efficiente.

4. Come definiresti la biblioteca?
La biblioteca è un doppio piacere, ti concentri su ciò che t’interessa ma non sei solo, gli altri, gli a me “cari altri”, come dico spesso nelle mie poesie, stanno facendo la stessa cosa.

5. Cosa ti piace di più in una biblioteca?
Vedi la risposta numero 4.

6. Quale è stato il primo libro che hai letto?
Ho letto “La famiglia pesciolini” di Jolanda Colombini Monti, con le illustrazioni di Mariapia Franzoni.

7. Quale libro ti ha lasciato un ricordo speciale?
“Infanzia” di Lev Tolstoj.

8. Quale libro consiglieresti a un giovane lettore?
Gli consiglierei di leggere molto i russi, da Cechov a Tolstoj a Bulgakov, sono profondi, vitali e immediati.

9. Leggere fa bene? E perché?
Leggere, leggere, la parola fa riflettere più dell’immagine, dopo tutto è con questa che comunichiamo con gli altri.

10. A quale altra domanda avresti voluto rispondere?
E i giornali?
Anche questi bisogna leggerli senza perderci troppo tempo. Consiglio “La lettura” abbinato alla Repubblica che di per sé non mi piace più. Troppa roba. Bisogna che un giovane lettore si scelga un proprio cammino secondo le sue inclinazioni.

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Anna Toscano, lettura alla libreria Bocca Milano, foto di Anna Pavone

Anna Toscano, lettura alla libreria Bocca di Milano – Foto di Anna Pavone

Ho cercato tutta la vita di non stare troppo distante dai libri, dalla lettura, dalla parola scritta, dall’esercizio della scrittura; intendo dire che nei molti lavori che ho fatto ho sempre tentato di non stare troppo lontana dalle mie passioni, da ciò che avevo studiato all’università. Così attraversando diversi mestieri sono stata talvolta aggrappata con un braccio alla letteratura, talvolta dentro fino al collo.
Ho sempre cercato al contempo di non smettere mai di studiare, di trovare l’opportunità di approfondire o conoscere punti di vista, discipline, modi di applicare il sapere, mondi, attraverso corsi di studio istituzionali o percorsi personali.
Ho scelto di vivere a Venezia, città in cui son arrivata per studiare alla Facoltà di Lettere, per il forte amore che mi lega a pietra, acqua e masegni, e poi è l’unica città che mi consente di andarmene anche per lunghi periodi e tornare con la stessa passione.
Da molti anni insegno Lingua Italiana a Ca’ Foscari, in questa sede mi occupo anche dell’insegnamento della lingua per il web e la lingua del lavoro, ho insegnato Didattica delle Lingue all’Università di Udine, e collaboro con altre facoltà.
Scrivo per riviste online e cartacee, tra le altre il Sole24ore e doppiozero, sono iscritta all’albo dei giornalisti pubblicisti. Ho insegnato e insegno in alcune scuole di scrittura in tutta Italia, collaborato come editor con case editrici. Oggi, oltre al mio lavoro con la lingua italiana, ciò che mi appassiona di più è lavorare sulla scrittura di alcune grandi scrittrici, come Goliarda Sapienza, Magda Szabò e altre: su di loro ho scritto dei saggi, rintracciabili anche su doppiozero, e dei brevi testi sulla loro poetica (Venerdì in Versi, per la testata La Rivista Intelligente).
Il confronto con lo studio della parola scritta è stato anche un confronto orale, con spettacoli in teatro ed esperienze radiofoniche. Amo molto e pratico la fotografia, in special modo quella analogica in bianco e nero.
Scrivo in versi, ho pubblicato 5 raccolte “Una telefonata di mattina”, La Vita Felice 2016, preceduta da “Doso la polvere”, 2012 – poesie sono rintracciabili in riviste e antologie; scrivo in prosa, soprattutto racconti, pubblicati in varie sedi; scrivo saggi scientifici di linguistica, glottodidattica, sociolinguistica; scrivo articoli; curo libri e li introduco.

Anna Toscano sarà ospite della Biblioteca di Spinea, insieme ad Anna Maria Carpi, venerdì 16 marzo 2018 alle ore 18,00 con il reading poetico “Poesia respiro del quotidiano”.

Visita il sito di Anna Toscano
La scheda di Anna Toscano nel sito dell’Università Ca’ Foscari di Venezia

 

1. Perché hai scelto il lavoro che fai?
Non è stata una vera scelta, bensì un incontro. Ho scelto però, tra i vari lavori che facevo allora, con tutte le mie forze di far diventare un incontro il lavoro della mia vita: studiando, approfondendo, pubblicando. Dico sempre che sono stata fortunata perché insegnare lingua italiana, sotto vari aspetti e da diversi punti di vista, è un lavoro che amo molto. Mi piace il contatto con gli studenti universitari, sempre motivati e pieni di energia.

2. Qual è l’aggettivo che meglio definisce la tua attività?
Appassionante.

3. Qual è il tuo primo ricordo di una biblioteca?
Una biblioteca per ragazzi in cui mi recavo quando ero alle medie. Avevo molti libri nella casa dove vivevo con i miei genitori, ma pochi titoli appassionanti per ragazzi. Ricordo che la biblioteca era una stanza grande e bassa, con delle librerie rosse e un odore di libri patinati. Spesso stavo lì a leggerli, altre volte me li portavo a casa.

4. Come definiresti la biblioteca?
Un luogo magico. Ora che sto rispondendo a queste domande è domenica pomeriggio e sono in una biblioteca. Spesso il sabato o la domenica li trascorro in una biblioteca della mia città, cambio spesso biblioteca, trovo la calma e la serenità necessaria per concentrarmi. Esser circondata da libri mi dà sempre l’impressione di un incontro, di un passaggio di bellezza, di conoscenza.

5. Cosa ti piace di più di una biblioteca?
La calma, il silenzio, la serenità tutti elementi che aiutano la concentrazione. Mi interessa poi come sono strutturate all’interno le biblioteche e come sono architettonicamente, spesso quando viaggio le vado a visitare. Mi piace poi molto il popolo delle biblioteche, persone di tutte le età per ore concentrate sui libri: una speranza per il futuro.

6. Quale è stato il primo libro che hai letto?
Non lo ricordo, credo una quantità di libri per ragazzi. Il libro che mi ha dato la svolta però lo ricordo, in terza media presi dalla libreria di mio padre una raccolta di poesie di Giorgio Seferis, e fu subito amore per la grande poesia.

7. Quale libro ti ha lasciato un ricordo speciale?
Per fortuna finché la memoria mi regge quasi tutti i libri che ho amato mi hanno lasciato un ricordo speciale, così tanto che ne ho fatto una rubrica per una testata online, la rubrica si chiama “Polaroid, l’immagine che resta di un libro”. Molti libri, inoltre, nascono da incontri con altre persone e altri creano incontri, amicizie, amori, passioni, vita insomma: i libri che si amano sono e creano sempre incontri speciali perché i libri sono condivisione.

8. Quale libro consiglieresti a un giovane scrittore?
La mia lista consigli è lunghissima! Tuttavia penso che consigliare un libro sia come dare una medicina, la medicina o la vitamina giusta che serve a quella persona. Io stessa sono molto selettiva in quello che leggo, così penso che consigliare libri sia delicatissimo, e necessita di conoscere l’altro.

9. Leggere fa bene? E Perché?
Uso le parole di uno dei miei maestri, Alfonso Berardinelli: “La lettura è sia un piacere che un proposito di automiglioramento. Richiede un certo grado e capacità di introversione concentrata. È un modo per uscire da sé e dall’ambiente circostante, ma anche un modo per frequentare più consapevolmente 6 se stessi, il proprio ordine e disordine mentale. La lettura è tutto questo e chissà quante altre cose. È però soltanto uno dei modi in cui ci astraiamo, ci concentriamo, riflettiamo su quello che ci succede, acquisiamo conoscenze, ci procuriamo sollievo e distacco”.

10. A quale domanda avresti voluto rispondere?
Quanti libri leggi in un anno? Non capisco perché quando fanno le interviste su quanto leggano gli italiani non intervistino mai me! Alzerei le sorti di quei numeri.
Tra narrativa, libri di poesia, saggi, leggo tra i 50 e 60 libri all’anno. La quasi totalità in versione cartacea.

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“Una telefonata di mattina” – La Vita Felice, 2016

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Maurizio Dianese

È nato a San Donà di Piave, ma la famiglia si è trasferita nei primi anni sessanta a Mestre. Qui ha frequentato il Liceo Classico Franchetti e si è poi laureato in lettere e filosofia presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia. Dopo una collaborazione con il Secolo XIX di Genova e con l’Ora di Palermo, ha contribuito nei primi anni ’80 alla creazione dei servizi giornalistici di Radio7 e dell’allora nascente Televenezia e in seguito di Antennatre. A metà degli anni ’80 è stato al Mattino di Padova e poi alla Nuova Venezia, prima di passare al Gazzettino di Venezia, occupandosi di numerose inchieste sulla realtà locale.
Ha inaugurato e sviluppato una modalità di indagine sui fatti malavitosi del Nordest che mette insieme il punto di vista degli investigatori con le interpretazioni e le spiegazioni dei diretti interessati e cioè dei banditi, per offrire ai lettori un’informazione in presa diretta e il più possibile aderente alla realtà. Famose le interviste a Felice Maniero e a Silvano Maritan, due boss della malavita organizzata locale. Dianese è oggi il più autorevole esperto della malavita nel Nordest, è l’unico giornalista, infatti, che ha analizzato e seguito la nascita e lo sviluppo di quella che avrebbe acquisito grande notorietà come la “Mala del Brenta”, divenendone profondo conoscitore. Su questa materia ha collaborato con le principali reti televisive nazionali (Rai, LA7, Sky) a inchieste, reportage e nel 2012 ad un film-documentario sulla vita di Felice Maniero e sull’ascesa e caduta della Mala del Brenta. Sulla banda di Maniero ha scritto “Il bandito Felice Maniero” e “Malatempora”.
Si è occupato, attraverso un minuzioso lavoro di indagine, di vicende quali la formazione nel Nordest alla fine degli anni ’60 dei nuclei neofascisti, manodopera della “strategia della tensione”, che effettuarono attentati in tutto il territorio nazionale e ai quali si sono imputate le stragi di piazza Fontana a Milano e di piazza della Loggia a Brescia. Le ricerche e le indagini sui neofascisti veneziani sono confluite nel libro “La strage. Piazza Fontana, verità e memoria”, pubblicato con Gianfranco Bettin da Feltrinelli; ha seguito il primo grande processo all’industria italiana e multinazionale, che ad esse attribuì, con una storica sentenza nel 2001, la responsabilità diretta delle morti e delle malattie di centinaia di lavoratori nel più grande polo chimico nazionale, il Petrolchimico di Marghera. Anche questo lavoro di ricerca è confluito in un libro, “Petrolkiller”, edito da Feltrinelli e scritto ancora con Gianfranco Bettin.

Maurizio Dianese sarà ospite della Biblioteca di Spinea (VE) martedì 6 marzo 2018 ore 18:00 per presentare il suo libro “Nel nido delle Gazze ladre” (ed. Milieu, 2017)
L’autore dialogherà con il Procuratore aggiunto di Venezia Stefano Ancilotto.

 

1. Perché hai scelto il lavoro/mestiere che fai?
Per vocazione: interessarmi dei fatti degli altri mi sembrava divertente e poco faticoso. Non mi sono mai ricreduto sul divertente.

2. Qual è l’aggettivo che meglio definisce la tua attività?
Bello. Il giornalista è il mestiere più bello del mondo. Purtroppo è anche quello che dà molto potere e nessuno ti insegna ad usarlo bene.

3. Qual è il tuo primo ricordo di una biblioteca?
Mai vista una biblioteca prima dell’università. E allora si andava nella biblioteca comunale di via Miranese a Mestre, ma per studiare sui nostri libri. Era un luogo d’incontro, come la piazza, per capirci. I libri da leggere andavamo a comprarceli, più spesso a rubarli perché eravamo sempre senza soldi, nelle librerie che allora, per fortuna non avevano l’antitaccheggio.

4. Come definiresti la biblioteca?
Oggi un posto pieno di risposte per gente che non ha chiare le domande.

5. Cosa ti piace di più in una biblioteca?
Una volta era il silenzio. Adesso anche.

6. Quale è stato il primo libro che hai letto?
Era un confanetto che mio padre regalò a tutti e tre i fratelli per Natale. Conteneva i racconti di Mark Twain e me li ricordo ancora, dalla Famosa rana saltatrice della contea di Calaveras, al Furto dell’elefante bianco, da Hucleberry Finn all’Uomo che corruppe Hadleyburg.

7. Quale libro ti ha lasciato un ricordo speciale?
Tanti. Da “Delitto e castigo” di Fëdor Dostoevskij che ho letto più volte a “Cent’anni di solitudine” di Gabriel García Márquez. Poi i libri sull’Olocausto e tanti libri di storia. Oltre ai gialli, ho una passione per i gialli. E i libri umoristici.

8. Quale libro consiglieresti a un giovane lettore?
Tutti i libri di Tom Sharpe.

9. Leggere fa bene?
E perché? Sottoscrivo quello che diceva Eco: “Con i libri vivi mille vite, non solo la tua”.

10. A quale altra domanda avresti voluto rispondere?
Saperlo!

Dianese nel nido gazze

Nel nido delle gazze ladre-Milieu, 2017

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