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Antonella Lattanzi (foto di ©Cristiano Gerbino)

MARZO DONNA 2021

Incontro con l’autrice lunedì 29 marzo 2021 alle ore 18,00 in diretta streaming sulla pagina Facebook della Biblioteca di Spinea.
Intervista a cura di Sara Zanferrari.

Antonella Lattanzi è nata a Bari e vive a Roma. Esordisce nel 2004 con i racconti “Col culo scomodo” per poi dedicarsi al folclore della sua regione d’origine con “Leggende e racconti popolari della Puglia” e “Guida insolita ai misteri, ai segreti, alle leggende e alle curiosità della Puglia”.
Il suo primo romanzo è “Devozione” del 2010 al quale hanno fatto seguito “Prima che tu mi tradisca” (finalista al Premio Stresa 2013) e “Una storia nera” nel 2017, vincitore del Premio Cortina d’Ampezzo. Attiva anche in televisione (ha collaborato al programma Le invasioni barbariche) e nella carta stampata (collabora con Tuttolibri de La Stampa e con Il Venerdì de La Repubblica).
In ambito cinematografico è autrice della sceneggiatura (assieme al regista e a Filippo Gravinio) del film “Fiore” di Claudio Giovannesi del 2013, di “2night” di Ivan Silvestrini del 2016 e “Il campione” di Leonardo D’Agostini.
Nel 2021 pubblica per HarperCollins il romanzo “Questo giorno che incombe”, presentato al Premio Strega da Domenico Starnone.

1. Perché hai scelto il lavoro/mestiere che fai?
Perché amo quando qualcuno mi racconta le storie, e amo leggere le storie. Perché ci sono dei libri che hanno cambiato la mia vita, letteralmente, che mi hanno spinto a prendere delle decisioni importanti che altrimenti non avrei avuto il coraggio di prendere. Perché la parola scritta è il mezzo più potente che abbiamo, per me, per cercare di comprendere il mondo.

2. Qual è l’aggettivo che meglio definisce la tua attività?
Un verbo. Scoprire.

3. Qual è il tuo primo ricordo di una biblioteca?
Non è il primo ma è tra i più importanti. Quando mi ero appena trasferita a Roma, andavo a studiare spessissimo nella biblioteca “Goffredo Mameli”, al Pigneto. Lì mi sentivo a casa. Avevo il mio posto, il mio tempo, il mio spazio. Potevo conoscere libri sconosciuti o che non avrei potuto acquistare, al tempo. Era la mia casa per la maggior parte della giornata.

4. Come definiresti la biblioteca?
Casa, viaggio, scoperta, emozione.

5. Cosa ti piace di più in una biblioteca?
Il silenzio caldo, la possibilità di scoprire mondi che fino a quel momento non conosci. La consapevolezza di trovarmi con persone come me. Le infinità possibilità di lettura e di conoscenza.

6. Quale è stato il primo libro che hai letto?
Non me lo ricordo… Leggo libri e fumetti da quando mi ricordo, perché i miei genitori hanno educato me e mia sorella all’amore per la lettura. Alla necessità della lettura. Ma il libro più importante per me quando ero molto piccola è stato “La storia infinita” di Michael Ende. E’ stato il primo libro “lungo” che ho letto. Ero convinta che fosse un’impresa troppo ardua per me. Poi ci sono caduta dentro e ne sono riemersa innamorata, cambiata. Più adulta. E consapevole di quanto per me i libri fossero imprescindibili.

7. Quale libro ti ha lasciato un ricordo speciale?
“Madame Bovary” di Gustave Flaubert. L’ho letto non so più quante volte. Ogni volta è un libro nuovo. Dentro Madame Bovary c’è tutto. Si ride fino alle lacrime, si piange disperati, c’è la suspense, c’è un uso degli stili e della lingua che non c’era mai stato prima. Ci siamo noi, dentro una donna che cercare disperatamente di essere felice e invece viene soverchiata dal Desiderio. Senza riuscire a trovarsi mai.

8. Quale libro consiglieresti a un giovane lettore?
“Il buio oltre la siepe” di Harper Lee. “Il giovane Holden” di J.D. Salinger. “La storia infinita” di Michael Ende.

9. Leggere fa bene? E perché?
Leggere è vita. E’ acqua sempre nuova. E’ mettersi in discussione sempre, e sempre essere in viaggio.

10. A quale altra domanda avresti voluto rispondere?
Un altro libro che consigli?
“Sotto il vulcano” di Malcolm Lowry. Una discesa agli inferi ma anche un viaggio dentro di noi, i nostri demoni, le nostre dipendenze, i nostri sbagli. Un libro incredibile.

Gianni Montieri (foto di Anna Toscano)

Ho vissuto in tre posti: Napoli, Milano, Venezia, e da ognuno di questi luoghi vengo.
La cosa che amo di più fare è leggere, lo scrivere viene in un secondo momento. Amo passare molto tempo nelle storie degli altri e poi raccontarle. Non smetto mai di guardarmi intorno. Ogni volta che scrivo una poesia è una conquista, un riparo, una ricerca che si compie, una piccola sofferenza, un gioco di memoria e di sponda, una gioia. Quando scrivo un articolo su un libro o di sport mi diverte far convergere al suo interno tante cose: poesia, cinema, fotografia, intuizioni. Mi piace camminare per Venezia, dove vivo adesso, e non smettere di stupirmi, non smettere di essere grato.

Tutto quello che c’è da sapere di me lo trovate nel mio sito.

  1. Perché hai scelto il lavoro/mestiere che fai?

Non saprei dire il perché ma so che scrivere, ancor di più leggere o raccontare un libro, mi fa sentire – almeno ogni tanto – bene. In alternativa, avrei giocato a calcio ma non ne sono stato altrettanto capace.

  1. Qual è l’aggettivo che meglio definisce la tua attività?

Parliamo di attitudine, direi attenzione e cura

  1. Qual è il tuo primo ricordo di una biblioteca?

La piccola biblioteca della scuola media di Giugliano il mio paese d’origine, c’erano pochissimi libri ma era bello venire a conoscenza di un posto dove quei volumi potessero stare insieme, al sicuro.

  1. Come definiresti la biblioteca?

Qualcosa di molto vicino al concetto di casa.

  1. Cosa ti piace di più in una biblioteca?

Il silenzio e poi alzarmi e avvicinarmi a uno scaffale, prendere un libro, sfogliarlo, portarmelo al tavolo, più tardi riporlo.

  1. Quale è stato il primo libro che hai letto?

Dopo le fiabe, quasi certamente “Moby Dick” di Herman Melville.

  1. Quale libro ti ha lasciato un ricordo speciale?

Sono parecchi, ma direi che proprio “Moby Dick” occupa un posto speciale; quel romanzo ha aperto una porta, dopo è bastato entrare.

  1. Quale libro consiglieresti a un giovane lettore?

Moby Dick, L’isola di Arturo di Elsa Morante, Il giovane Holden di Salinger, poi qualcosa di Nick Hornby e di Irvin Welsh. E poi andare per scaffali e annusare i libri di poesia, aprirli a caso.

  1. Leggere fa bene? E perché?

“Leggere è sempre più importante che scrivere” afferma Bolaño. Sono d’accordo con lui. Leggere fa bene sì, perché non saprei. Forse perché conforta, illumina, appassiona, insegna, diverte, e chissà quante altre cose ancora.

  1. A quale altra domanda avresti voluto rispondere?

Quando ci ritroviamo tutti di persona a Spinea in biblioteca? Prestissimo, avrei risposto.

Nicola De Cilia

Sono nato a Treviso, nel 1963, sono un insegnante (italiano e latino), al Liceo Giuseppe Berto di Mogliano Veneto. Collaboro da molti anni con le riviste «Lo Straniero», e gli «Gli asini», dirette da Goffredo Fofi. Ho scritto un’inchiesta su educazione e rugby, Pedagogia della palla ovale (edizioni dell’asino, 2015) e un romanzo Uno scandalo bianco (Rubbettino, 2016). Ho inoltre curato un’antologia dedicata a Giovanni Comisso, Viaggi nell’Italia perduta (edizioni dell’asino, 2017), e due libri di Nico Naldini, Alfabeto degli amici (l’ancora del mediterraneo, 2004) e Come non ci si difende dai ricordi (Cargo, 2005). Nel 2018, ho pubblicato la raccolta di saggi Saturnini, malinconici, un po’ deliranti. Incontri in terra veneta e, nel 2019, Geografie di Comisso. Cronaca di un viaggio letterario (entrambi a cura di Maria Gregorio, pubblicati da Ronzani Editore).

1. Perché hai scelto il lavoro/mestiere che fai?
Faccio l’insegnante, dal 1992, ma, che mi si creda o no, ci sono capitato per un caso fortuito. Mi ritengo fortunato, perché è un mestiere che mi piace molto.

2. Qual è l’aggettivo che meglio definisce la tua attività?
Relativamente alla mia attività di scrittore, problematica.

3. Qual è il tuo primo ricordo di una biblioteca?
Il mio primo ricordo è legato alla biblioteca di mia nonna paterna, che viveva in Friuli, in cui era custodita una Divina Commedia con le illustrazioni di Gustavo Dorè che sfogliavo con un misto di attrazione e repulsione per tutte le creature mostruose, dannati compresi. Ma se parliamo di biblioteca pubblica, allora quella del mio paese, il cui cuore pulsante era una bibliotecaria generosa e instancabile, Gioia Rizzotto: in quelle stanze, mi sono sentito “grande” per la prima volta.

4. Come definiresti la biblioteca?
Un covo di briganti silenziosi.

5. Cosa ti piace di più in una biblioteca?
La complicità tra i lettori.

6. Quale è stato il primo libro che hai letto?
Non ne sono sicuro, ma credo un libro sugli animali dei mari del nord.

7. Quale libro ti ha lasciato un ricordo speciale?
“Il rosso e il nero” di Stendhal e, ultimamente, “La montagna vivente” di Nan Sheperd.

8. Quale libro consiglieresti a un giovane lettore?
Quando consiglio libri, cerco di tararli sull’età e sul carattere. Pensando a un lettore molto giovane, e andando sui “classici”, direi “Le avventure di Huckleberry Finn” di Mark Twain, oppure, per un lettore sedicenne, “Una questione privata” di Beppe Fenoglio.

9. Leggere fa bene? E perché?
Certo che fa bene, il cervello è un muscolo che va allenato. Leggere aiuta a sviluppare i neuroni specchio e quindi l’empatia.

10. A quale altra domanda avresti voluto rispondere?
Perché ti piace così tanto camminare?

Sandro-Frizziero

Sandro Frizziero

SPECIALE NOTTI DI LIBRI – SPINEA 2020

Sandro Frizziero è nato a Chioggia nel 1987 e insegna Lettere negli istituti superiori della sua città. Per Fazi Editore, nel 2018, ha pubblicato Confessioni di un NEET, finalista al Premio John Fante 2019. Finalista Premio Campiello 2020 con il libro “Sommersione“.

1. Perché hai scelto il lavoro che fai?

Ho scelto di fare l’insegnante innanzitutto per continuare a nutrire e, in un certo qual modo, mettere alla prova, la mia passione per la letteratura. Lavorare con i ragazzi, poi, è faticoso quanto entusiasmante. Le soddisfazioni, quando arrivano, sono tali da ripagare ogni sforzo.

2. Qual è l’aggettivo che meglio definisce la tua attività?

L’aggettivo potrebbe essere “stimolante”. Come tutte le professioni, anche quella dell’insegnante ha aspetti routinari e noiosi ma, a differenza di molte altre, è in grado di porre chi la esercita sempre di fronte a nuove sfide, nuove situazioni, nuovi contesti.

3. Qual è il tuo primo ricordo di una biblioteca?

Sono entrato in una biblioteca per la prima volta su iniziativa di una mia insegnante delle elementari. Ricordo di essere stato folgorato dalla quantità di libri che c’erano sugli scaffali. L’attrazione per il libro come oggetto, nel mio caso, è venuta prima della passione per la lettura.

4. Cosa ti piace di più in una biblioteca?

Ho frequentato tantissimo le biblioteche veneziane durante gli anni dell’università. Oggi ci vado più di rado. Di una biblioteca apprezzo, oltre che la completezza e la ricchezza del catalogo (d’altronde, in biblioteca ci si va innanzitutto per trovare ciò che si cerca o, nei casi migliori, quello che non si pensava di dover cercare), il silenzio, l’adeguatezza dei locali. Ma quello che rende una biblioteca davvero preziosa è la presenza di personale preparato, competente e disponibile. A Chioggia sono fortunato perché il bibliotecario Stefano è questo e molto di più.

5. Quale è stato il primo libro che hai letto?

Non saprei indicare con esattezza un titolo. Però posso dire quale è stato il primo libro che mi è stato letto: l’Odissea in una riduzione per giovanissimi. Ripenso spesso a mia madre che, prima di addormentarmi, mi faceva conoscere le avventure di Ulisse. Con il senno di poi, non saprei immaginare un percorso di avvicinamento alla letteratura più coerente.

6. Quale libro ti ha lasciato un ricordo speciale?

Molti libri sono stati importanti per me. Ricordo chiaramente la sensazione di ansia, di profondo sconcerto che provavo quando, appena adolescente, a letto leggevo Kafka (i romanzi e i racconti). Ero tanto affascinato dal mondo surreale, assurdo e allo stesso tempo affascinante costruito dall’autore praghese da non riuscire a dormire. Forse il mio “ricordo speciale” è legato proprio a questo scuotimento interiore che cerco nella lettura anche oggi.

7. Quale libro consiglieresti a un giovane lettore?

Ai giovani consiglio di entrare in libreria o in biblioteca e farsi guidare dalla curiosità, dall’istinto, dal fiuto. Il pericolo di rimanere delusi c’è, ma il bello dei libri è legato anche l’esplorazione che ne precede la lettura. Detto questo, anche se non credo si debba necessariamente partire dai classici, come non consigliare a un giovane lettore Il Conte di Montecristo o Moby Dick?

8. Leggere fa bene? E perché?

Non sono di quelli che pensano che la lettura sia un bene di per sé. Molto dipende da cosa si legge, perché esistono libri di qualità, ovvero capaci di mettere in discussione le nostre certezze, di farci riflettere, di arricchirci, e libri che non sono altro che il corrispettivo di un blockbuster o di una serie tv. In quest’ultimo caso la lettura non fa più bene di altre attività ricreative, sebbene non sia per questo nociva, sia chiaro.

9. A quale altra domanda avresti voluto rispondere?

Un’altra domanda sarebbe potuta essere: che cosa cerchi in un libro? Se mi fosse stata posta, avrei avuto modo di dire che non cerco nulla di consolatorio, di rassicurante, di terapeutico; ad ogni pagina, invece, spero di trovare l’attrito (tra quello che c’è scritto e le mie convinzioni), la frizione (rispetto alle mie aspettative di lettore), il dubbio insomma, perché non esiste nulla di più sfuggente, ambiguo, sfaccettato del mondo che ci circonda e il libro, in un certo senso, deve esserne immagine.

Sandro Frizziero a “Notti di libri”

L’autore sarà presente a Spinea, martedì 18 agosto alle ore 21:00 in Piazzetta del Municipio per la manifestazione “Notti di libri” organizzato dall’Assessorato alla Cultura di Spinea in collaborazione con la Pro Loco e la Libreria Mondadori di Santa Maria di Sala.

Sommersione“. Nel mare Adriatico ci sono isole che separano il mare dalla laguna veneta. In una di queste esili terre, Frizziero ha trovato uno scrigno di passioni brutali e primarie, di ipocrisia, maldicenza, invidia, avidità; vale a dire tutti i sinonimi dell’amore malinteso. “Sommersione” racconta la giornata decisiva di un vecchio pescatore che ha rancori da spargere, fatti e fattacci da ricordare; e gli resta da fare ancora qualcosa che sorprenderà gli abitanti dell’Isola, lettori compresi.

Andrea Penacchii

Andrea Pennacchi

Andrea Pennacchi è teatrista dal 1993.
Ha iniziato con il Teatro Popolare di Ricerca – Centro Universitario Teatrale di Padova, lavorando al fianco di maestri come Elimuntas Nekrosius, Carlos Alsina, Cesar Brie e Gigi Dall’Aglio. Nel corso della sua carriera teatrale ha prodotto e condotto diversi laboratori, ha scritto testi per bambini e si occupa stabilmente di formazione destinata soprattutto ai più giovani. Il debutto cinematografico è arrivato nel 2011 nel pluripremiato “Io sono Li”, di Andrea Segre. Di lui si ricorda la partecipazione in “Suburra” di Stefano Sollima, dove interpreta la parte del corrotto onorevole Mergio. Da qualche anno è entrato anche nel circuito delle produzioni Rai. Ha recitato in “L’Oriana” di Marco Turco, in “Grand Hotel” di Luca Ribuoli, e poi ancora in “Non uccidere 2”, “Don Matteo” e “A un passo dal Cielo”. La sua partecipazione più nota forse è quella del ragionier Galli ne “Il paradiso delle signore”. E’ ospite ricorrente della trasmissione televisiva Propaganda Live con i monologhi del suo personaggio Pojana, raccolti anche nel libro “Pojana e i suoi fratelli” uscito di recente per l’editore People con un’introduzione di Natalino Balasso.
Insegna drammaturgia e recitazione all’Accademia Teatrale Lorenzo Da Ponte di Vittorio Veneto.

1. Perché hai scelto il lavoro/mestiere che fai?
Quasi per caso a dire il vero: a scuola ero uno di quelli che non amava il teatro, poi – grazie a un laboratorio presso il Centro Universitario Teatrale di Padova – ho scoperto la potenza delle storie sul palcoscenico e mi sono innamorato.

2. Qual è l’aggettivo che meglio definisce la tua attività?
Entusiasmante (etimologicamente, proprio).

3. Qual è il tuo primo ricordo di una biblioteca?
Forlì, primi anni ottanta, scopro di poter prendere a prestito libri fantasy e lo faccio, con avidità, ma di nascosto dai miei compagni di scuola.

4. Come definiresti la biblioteca?
Uno zoo safari di meraviglia, anzi: tanti zoo safari, tutti insieme.

5. Cosa ti piace di più in una biblioteca?
L’odore di libri. Mio papà era tipografo, carta e piombo sono le mie madeleine.

6. Quale è stato il primo libro che hai letto?
Che ricordi “Il pianeta degli alberi di natale”, di Gianni Rodari, bellissimo.

7. Quale libro ti ha lasciato un ricordo speciale?​
“La storia infinita” di Michel Ende, tra i primi, mi piaceva tutto, la struttura, i colori diversi delle parole, la storia.

8. Quale libro consiglieresti a un giovane lettore?
Oggi, Neil Gaiman, senza dubbio, magari “Coraline” o “The Ocean at the end of the lane” (L’Oceano in fondo al sentiero, nella versione in italiano), ma tutto in realtà.

9. Leggere fa bene? E perché?
A me fa bene, mi rilassa, mi fa sognare, imparare cose nuove, senza muovermi da casa o dal treno.

10. A quale altra domanda avresti voluto rispondere?
Quanto ti è piaciuto raccontare storie ai ragazzi nelle scuole e nelle biblioteche? Tantissimoooooooo!

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Paolo Roversi

Collabora con quotidiani e riviste ed è autore di soggetti per il cinema e per serie televisive, spettacoli teatrali e cortometraggi.
Tiene corsi di scrittura crime per la scuola Holden di Torino.
I suoi romanzi sono tradotti in otto Paesi.
Il suo ultimo romanzo s’intitola “Psychokiller” ed è stato pubblicato da SEM nel gennaio 2020.
A settembre 2019 è uscito il romanzo per ragazzi “Il segreto dell’ombra dell’alba” edito dal Battello a Vapore Piemme.
Dal suo thriller, pubblicato nel gennaio 2019 da SEM Addicted verrà presto tratto un film di cui lui stesso ha scritto la sceneggiatura.
Col romanzo “Solo il tempo di morire” (Marsilio) ha vinto il Premio Selezione Bancarella 2015 e il Premio Garfagnana in Giallo 2015.
Si è laureato in Storia contemporanea all’Università Sophia Antipolis di Nizza (Francia) con una tesi sull’occupazione italiana in Costa Azzurra durante la seconda guerra mondiale.

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1. Perché hai scelto il lavoro/mestiere che fai?
Per passione. Se mancasse quella non potrei scrivere nemmeno una riga!

2. Qual è l’aggettivo che meglio definisce la tua attività?
Spericolata. Non perché si rischi la vita a fare lo scrittore però la sfida è costante ed è quella di trovare, ogni volta, storie nuove ed intriganti da regalare ai lettori. Vi assicuro che non è così semplice.

3. Qual è il tuo primo ricordo di una biblioteca?
Nella Bassa, quando avevo dodici o tredici anni, i pomeriggi d’estate con fuori il frinire delle cicale e dentro centinaia di libri da scoprire.

4. Come definiresti la biblioteca?
Essenziale per l’uomo e per la sua crescita culturale. Se non ci fosse bisognerebbe inventarla.

5. Cosa ti piace di più in una biblioteca?
Il silenzio e la calma. Due elementi che nella vita di oggi spesso non riusciamo a trovare.

6. Quale è stato il primo libro che hai letto?
Il titolo non me lo ricordo ma era un volume per ragazzi di quelli che ti rileggevi anche cento volte senza mai stancarti.

7. Quale libro ti ha lasciato un ricordo speciale?
“Post Office” di Charles Bukowski. Dopo averlo letto ho deciso che avrei fatto lo scrittore.

8. Quale libro consiglieresti a un giovane lettore?
“Il Barone Rampante” di Italo Calvino.

9. Leggere fa bene? E perché?
Molto bene! Fa volare la fantasia, ci stimola alla riflessione e ci rende liberi.

10. A quale altra domanda avresti voluto rispondere?
Queste andavano benissimo!

Michelangelo Rossato

Sono nato in provincia di Venezia nel 1991, dove vivo e lavoro come illustratore e autore freelance.
Ho iniziato ad interessarmi all’illustrazione e alla letteratura per l’infanzia frequentando i corsi Ars in Fabula – Scuola di Illustrazione a Macerata. Nel 2014 mi sono diplomato in Illustrazione all’Accademia di Belle Arti con una tesi riguardante il legame tra la fiaba e le società matriarcali.
Insegno illustrazione presso la scuola Ars in Fabula e all’Università Popolare di Borbiago (Venezia) e svolgo incontri di formazione/workshop presso licei e istituti d’arte.
Mi occupo di attività didattiche incentrate sul libro illustrato all’interno di scuole primarie e dell’infanzia. Utilizzo la lettura ad alta voce e la narrazione per immagini in laboratori espressivo-emotivi rivolti ad adulti con disabilità, all’interno di centri diurni e comunità-alloggio.
Le mie illustrazioni sono state esposte in varie occasioni in diverse città italiane all’interno di Rassegne e Festival di Illustrazione, musei, librerie.

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oppure in Instagram (Michelangelo Illustratore)
Vuoi contattarlo? Scrivi a: rossatomichelangelo@gmail.com

1. Perché hai scelto il lavoro/mestiere che fai?
Perché è il mestiere più bello del mondo! Da sempre amo i libri, le storie: da bambino gattonavo fino alla libreria di casa per sfogliare i libri pieni di figure. Poi, un po’ più grande, ho “restaurato” un vecchio libro: mancavano delle illustrazioni, le ho immaginate e disegnate. Da quel giorno non ho più smesso di disegnare storie, scriverle e raccontarle.

2. Qual è l’aggettivo che meglio definisce la tua attività?
Uno solo? Che difficile scelta! Direi “magica”, perché quando mi tuffo in una storia, e devo scriverla e disegnarla, è come fare un veri viaggio fantastico.

3. Qual è il tuo primo ricordo di una biblioteca?
Ne ho tanti, il primo che ho non saprei datarlo. Ero davvero molto molto piccolo: ricordo una stanza grande grande, con dei ragazzi che studiavano. Un silenzio magico e…tanti libri che potevo guardare e in cui potevo tuffarmi. Quel magico silenzio della biblioteca mi è rimasto nel cuore, è un luogo dove rifugiarmi. E ricordo anche alcune illustrazioni dei libri che guardai quel giorno: c’erano un castello, dei mostri spaventosi e un topolino. Sarà stato il famoso….topo di biblioteca?

4. Come definiresti la biblioteca?
La biblioteca è una porta verso mondi lontani. E’ uno scrigno d’amore, l’amore per il sapere! Una magica pietra filosofale. La biblioteca è un diritto di tutti!

5. Cosa ti piace di più in una biblioteca?
Il silenzio, il tempo che sembra fermarsi. E ovviamente i tanti libri, tutti insieme. E’ una festa per gli occhi e per il cuore. Il mio sogno è leggere e guardare tutti i libri del mondo….quando vado in biblioteca mi sembra di realizzare un po’ questo mio sogno!

6. Quale è stato il primo libro che hai letto?
Un libro illustrato pop up di Vojtech Kubasta, un grande artista cecoslovacco. Era la fiaba di Biancaneve. Ho ancora con me quel libro: è uno degli oggetti a cui tengo di più in assoluto, un tesoro prezioso.

7. Quale libro ti ha lasciato un ricordo speciale?
Un libro particolare, che ha dato inizio ad una grande avventura, “Il processo di Giovanna d’Arco”, in cui sono riportate le coraggiose parole di questa piccola grande eroina.

8. Quale libro consiglieresti a un giovane lettore?
Che domanda difficile! Dipende quanto è giovane. Ne consiglio due: un libro illustrato per piccoli e grandi che tutti dovrebbero conoscere si chiama “Pezzettino”, di Leo Lionni. Invece un romanzo che consiglio ai giovani lettori è “Anna dai capelli rossi” della scrittrice canadese Lucy Maud Montgomery.

9. Leggere fa bene? E perché?
Leggere non fa bene: danneggia la vista e affatica gli occhi. Eppure perché continuiamo a farlo? Perché noi esseri umani siamo delle creature meravigliose e incredibili, abbiamo la possibilità di ricordare, conoscere ciò che c’è stato, le emozioni di chi è lontano da noi. Leggendo si vivono tante vite, si diventa qualcosa di grande. Da quando siamo sulla nostra madre Terra cerchiamo di tramandare conoscenze attraverso la scrittura. Questi ci permette di viaggiare nel tempo, espandere la nostra mente, viaggiare anche verso mondi nati dalla nostre fantasie. Serve aggiungere altro? Leggere ci rende esseri umani!

10. A quale altra domanda avresti voluto rispondere?
I libri illustrati sono solo per bambini piccoli? Magari vi risponderò dal vivo, sono certo ci incontreremo.

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Tobia Ravà

Nato a Padova nel 1959, lavoro a Venezia e a Mirano. Ho frequentato la Scuola Internazionale di Grafica di Venezia ed Urbino e mi sono laureato in Semiologia delle Arti all’Università di Bologna, dove sono stato allievo di Umberto Eco, Renato Barilli, Omar Calabrese e Flavio Caroli. Ho iniziato a dipingere nel 1971 ed esporre dal 1977 in mostre personali e collettive in Italia, Belgio, Croazia, Francia, Germania, Spagna, Brasile, Argentina, Cina, Israele, Giappone, Stati Uniti.

Dal 1988 mi occupo di iconografia ebraica. Dal 1993 sono parte del gruppo Triplani che partendo dalla semiologia biplanare, prende il nome dall’ipotesi di un terzo livello percettivo derivato dall’aura simbolica, accanto a quelli del significato e del significante. Nel 1998 sono tra i soci fondatori di Concerto d’Arte Contemporanea, associazione culturale che si propone di riunire artisti con le stesse affinità per riqualificare l’uomo ponendolo in sintonia con l’ambiente e rendere l’arte contemporanea conscia dei suoi rapporti con la storia e la storia dell’arte, anche interagendo con esposizioni nei parchi, ville, edifici storici e piazze di città d’arte. Dal 1999 ho avviato un ciclo di conferenze, sulla sua attività nel contesto della cultura ebraica, della logica matematica e dell’arte contemporanea. Dal 2004 con Maria Luisa Trevisan abbiamo dato vita a PaRDeS Laboratorio di Ricerca d’Arte Contemporanea a Mirano (VE) dove artisti di generazioni e culture diverse si confrontano su temi naturalistici e scientifici. In occasione delle olimpiadi di Pechino 2008 ho esposto all’Olympic Fine Arts. Nel 2011 al Padiglione Italia alla 54ª Biennale di Venezia.

“Dalle leggi razziali alla Shoah – Geschmay e Ravà due famiglie nella bufera”
lunedì 27 gennaio 2020 alle ore 18,00 in Biblioteca a Spinea (VE), in occasione delle celebrazione per il Giorno della Memoria, Tobia Ravà racconterà le vicende della sua famiglia, tra Venezia e Spinea, negli anni bui della persecuzione razziale.
Per l’occasione saranno esposte alcune opere dell’artista.

Visita il sito di Tobia Ravà
Vai alla Pagina Facebook di Ravà

1. Perché hai scelto il lavoro/mestiere che fai?
Essere artista forse non è proprio un mestiere, è una impellente vocazione che uno sente dentro di sé. Se pensi di essere veramente un artista lo sei sempre in ogni momento della tua giornata, anche quando dormi. E’ una necessità di creare qualche cosa di nuovo che metta in gioco le categorie precedenti, le forme e i contenuti consolidati. E’ esprimere un punto di vista personale che rimetta in discussione cose in origine magari in apparenza banali, liberando invece un’anima impensabile che disintegri le logiche istituzionali per proporre un nuovo punto di vista.

2. Qual è l’aggettivo che meglio definisce la tua attività?
Per sottolineare perentorietà o urgenza direi “assolutamente”, che non è un aggettivo ma un avverbio che definisce, nel mio caso, la necessità impellente di ricorrere all’arte per sottolineare un problema o per ridefinire un oggetto in modo da provocare degli interrogativi. “Assolutamente” è una curva di parabola verso l’assoluto lungo un asintoto che tende all’infinito.

3. Qual è il tuo primo ricordo di una biblioteca?
La Querini Stampalia per me è il prototipo delle biblioteche, era il posto dove si andava a studiare al tempo del liceo a Venezia, a ripensarci mi pare di sentire ancora quei bisbigli tra studenti, i parchetti croccanti e qualche tonfo di libro in bilico urtato per sbaglio. Ero un “agente disturbatore” consapevole comunque di essere in un luogo meraviglioso.

4. Come definiresti la biblioteca?
Come la banca è il deposito della sostanza, dei valori materiali, così la biblioteca è il deposito dei valori spirituali. La banca dovrebbe far fruttare i tuoi beni materiali, ma spesso succede che magari rimani con un pugno di mosche. La biblioteca non ti delude mai, comunque quando esci sei più ricco dentro e se sai cercare puoi crescere molto di più di quello che avresti pensato. La biblioteca non ti toglie mai.

5. Cosa ti piace di più in una biblioteca?
La biblioteca ti dona senza pretendere da te nulla in cambio. E’ fondamentale per ogni luogo, per ogni paese anche piccolo avere una biblioteca per poter far crescere cultura e conoscenza, fondamentali per eliminare i pregiudizi e i luoghi comuni. Per una società evoluta è necessaria una istruzione diffusa e capillare.

6. Quale è stato il primo libro che hai letto?
Non me lo ricordo, forse qualche cosa di Salgari ma poi i molti libri che erano in casa. Tanti stampati prima della guerra che erano in casa a Spinea dai nonni materni. Mi ricordo la storia di un asino volante sopra il lago d’Iseo ma non ricordo il titolo, forse “Marchino”. E poi i Dussi, letteratura fantastica un po’ celtica con disegni bellissimi dei primi anni sessanta. Chissà dove sono andati a finire…

7. Quale libro ti ha lasciato un ricordo speciale?
“La notte” di Elie Wiesel è stato forse il primo libro autobiografico sulla Shoah. Sicuramente la lettura di questo libro è stato il momento angosciate in cui ho veramente capito cosa erano stati i campi di concentramento.

8. Quale libro consiglieresti a un giovane lettore?
Quando mi fanno questa domanda rispondo sempre “L’ultimo dei giusti” di André Schwarz Bart, una grande carrellata nei secoli che fa capire l’incredibile storia ebraica europea attraversando i deboli lumi della ragione e le grandi ombre della storia del nostro continente.

9. Leggere fa bene? E perché?
Mi sono laureato a Bologna con una tesi in semiologia delle arti, nel periodo in cui Umberto Eco insegnava e andavo a tutte le sue lezioni come se fossero conferenze. Per Eco leggere è fondamentale non solo perché attraverso i romanzi vivi tante vite, ma perché è solo il confronto fra i modi di pensare che ti permettono di avere gli strumenti per capire se chi è di fronte a te o chi scrive, senta come vero quello che dice o è la demagogia, l’opportunismo o l’ipocrisia a dettare dietro le quinte. Poi leggere rende felici, infelici, angosciati e allegri, un bel libro è un’ arpa o un violino e ogni corda libera un sentimento.

10. A quale altra domanda avresti voluto rispondere?
“Il lavoro” dell’artista non è rispondere alle domande ma provocarle anche quando tutto sembra chiaro nasce un dubbio …

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Tobia Ravà “Bosco ciclamino”

 

OMAR VIEL [scrittore]

foto omar viel

Omar Viel

Omar Viel ha studiato Conservazione dei Beni Culturali e si occupa di comunicazione in diversi ambiti, tra cui quello artistico. Ha pubblicato il romanzo “Fulgore della notte” (Adiaphora) e racconti su Nuova Prosa e nell’antologia Venise, collection Bouquins, dell’editore francese Robert Laffont. È stato finalista della VI edizione del Premio Italo Calvino.

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1. Perché hai scelto il lavoro/mestiere che fai?
Da sempre i romanzieri sono i miei eroi e i romanzi le loro gesta. Credo perciò di averlo scelto per emulazione, donchisciottescamente.

2. Qual è l’aggettivo che meglio definisce la tua attività?
Irrazionale.

3. Qual è il tuo primo ricordo di una biblioteca?
Quella pubblica ospitata in un edificio che nel contesto in cui sono cresciuto trovavo solenne. Ho sempre riconosciuto un legame di sangue tra quel posto e l’anziano maestro di scuola che se ne prendeva cura, un uomo di larghe vedute che, all’occorrenza, mi permetteva di frequentare l’enfer delle sue collezioni.

4. Come definiresti la biblioteca?
L’immaginazione umana su carta, in ogni sua sfumatura, dal sublime al grottesco.

5. Cosa ti piace di più in una biblioteca?
Lo spirito democratico della catalogazione. Rispetto a casa mia, in biblioteca capolavori e libri mediocri ricevono lo stesso trattamento.

6. Quale è stato il primo libro che hai letto?
Se escludo l’infanzia, “I quarantanove racconti” di Ernest Hemingway in adolescenza. Ma ricordo anche, come fosse una prima volta, un brano antologico tratto dall’Ulisse di James Joyce, letto a scuola, e il monito dell’insegnante: “Che nessuno di voi si azzardi a scrivere in quel modo!”

7. Quale libro ti ha lasciato un ricordo speciale?
“Un terribile amore per la guerra” di James Hillmann. Dopo averci restituito l’anima, Hillman ci ha lasciato in dono la possibilità impagabile che “la compresenza di visibile e invisibile è ciò che alimenta la vita”.

8. Quale libro consiglieresti a un giovane lettore?
Il primo su cui posa lo sguardo nello scaffale dei grandi autori russi.

9. Leggere fa bene? E perché?
La lettura di un saggio ci renderà persone più consapevoli? Un romanzo farà di noi donne e uomini migliori? La poesia ci restituirà l’innocenza perduta? Forse sì, in qualche misura. Tuttavia non credo che l’autentica seduzione della lettura consista nel fare bene. Nei libri, come in natura, il piacere non è etico, ma estetico.

10. A quale altra domanda avresti voluto rispondere?
“Non c’è grandezza in natura o nei libri che ci diletti”. È un verso di Wordsworth scritto nel settembre 1802. Cos’è cambiato in 200 anni?” Niente. Nemmeno una virgola.

(grazie a Adiaphora edizioni per la collaborazione)

alberto toso fei

Alberto Toso Fei

Alberto Toso Fei, veneziano dal 1351, discende da una antica famiglia di vetrai di Murano. Esperto di storia segreta e di mistero, è giornalista, scrittore e saggista tradotto in più lingue. I suoi libri sulla storia segreta e leggendaria delle città più belle d’Italia, nati dal recupero della tradizione orale, sono diventate cacce al tesoro, performance teatrali, opere d’arte, installazioni e anche oggetti multimediali. Da essi è poi nato il fenomeno dei “ghost tour” a Venezia.
Lo chiamano il ‘Cantastorie tecnologico’ per l’uso che fa della multimedialità applicata alla dimensione del racconto. Alcuni libri sono dotati di codici QR utilizzando i quali l’autore “esce” dalle pagine per raccontare direttamente le storie nei luoghi in cui presero vita. Ha realizzato due libri-gioco su Roma e Venezia, dando vita alla saga del “Ruyi”: grazie a un sofisticato sistema tecnologico, con l’uso del telefono cellulare, si diviene protagonisti di una straordinaria caccia al tesoro culturale.
Assieme alle tradizionali presentazioni in libreria, Toso Fei ha acquisito negli anni le qualità del narratore capace di far “entrare” l’ascoltatore dentro le storie, incantandolo con il solo racconto o avvalendosi di filmati, tecnologia avanzata, musica, forme di spettacolo alternative. Ha una pagina Facebook e un canale YouTube che portano lo stesso nome: “Venezia in un Minuto”. Nel 2017 è stato candidato al Premio Strega con la graphic novel “Orientalia”, realizzata col disegnatore Marco Tagliapietra.
Alberto Toso Fei è il creatore e il direttore artistico del Festival “Veneto: Spettacoli di Mistero”, che tradizionalmente prende il via a novembre in cento località della regione.

Alberto Toso Fei sarà ospite della Biblioteca di Spinea (VE) nell’ambito delle iniziative previste per Il Veneto Legge, venerdì 27 settembre 2019 alle ore 18,00 con “Serenissima Scienza” aneddoti e racconti di scienziati e inventori a Venezia (e a Spinea!).

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1. Perché hai scelto il lavoro/mestiere che fai?
Per passione, indubbiamente. questo almeno per quel che riguarda la scrittura giornalistica, il mio primo approccio con la costruzione di “racconti” e con la divulgazione. Per il resto, è forse il mestiere di scrittore che ha scelto me, a partire dalle storie – “vere”, intese nella filologia e nella trasmissione orale – che portavo dentro e che ho deciso di far uscire dalla sfera della mia memoria, e di raccontare.

2. Qual è l’aggettivo che meglio definisce la tua attività?
Cantastorie.

3. Qual è il tuo primo ricordo di una biblioteca?
Gli scaffali di alluminio della Biblioteca di Quartiere di Murano, dove da ragazzino andavo a divorare i gialli per ragazzi, fermandomi e leggendone anche uno a pomeriggio (non erano molto lunghi!). Un luogo semplice, all’apparenza (che oggi non esiste più in quella forma), ma che aveva ai miei occhi giovani tutta la sontuosità di un palazzo nobiliare.

4. Come definiresti la biblioteca?
Un tempio laico in cui non esiste dottrina o sacerdote. Tu decidi liberamente del tuo sapere, con la libertà di millenni di pensiero e di storie tra le quali scegliere.

5. Cosa ti piace di più in una biblioteca?
L’odore dei libri, il silenzio imperfetto.

6. Quale è stato il primo libro che hai letto?
Di cui abbia memoria, “Il gabbiano Jonathan Livingston”, di Richard Bach. Avevo dieci o undici anni. Prima di allora ho solo impressioni e immagini confuse.

7. Quale libro ti ha lasciato un ricordo speciale?
Sono due, letti in momenti particolari della vita, che magari ripresi oggi non avrebbero lo stesso sapore: “Lo zen e l’arte della manutenzione della motocicletta” di Robert Pirsig e “L’insostenibile leggerezza dell’essere” di Milan Kundera.

8. Quale libro consiglieresti a un giovane lettore?
Se in vena di romanticismo “La nube purpurea” di Matthew Phipps Shiel; per gli amanti del surreale “Il terzo poliziotto” di Flann O’Brien.

9. Leggere fa bene? E perché?
Perché rimanere ignoranti e con una visione ristretta del mondo e della vita fa male. A se stessi e agli altri. Passi per il se stessi: ognuno è libero di devastarsi come vuole. Ma viviamo nel secolo dell’ignoranza crassa, in cui ogni cosa è a portata di mano e – forse proprio per questo – ci si accontenta della minestra ripassata del demagogo di turno. Che scomparirebbe incenerito come un vampiro all’alba al primo aprirsi di libro. Leggete, e fate leggere.

10. A quale altra domanda avresti voluto rispondere?
Tutti i libri hanno lo stesso valore? L’uno vale l’altro? No. Ma è importante sbagliare, e capire di aver sbagliato e quanto, dopo averne letti molti altri.

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