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Roald Dahl (immagine tratta dal sito ufficiale)

Nella ricorrenza del centenario dalla nascita di Roald Dahl abbiamo pensato, facendo un omaggio al suo stile surreale e a volte aspro ma anche giocoso e divertente, di pubblicare una “intervista impossibile”.
Quali risposte avrebbe dato Roald Dahl alle dieci domande di Letto&Detto?
Come in un gioco, ma con tutto il dovuto rispetto, ci siamo divertiti ad immaginare come avrebbe potuto rispondere.

Roald Dahl
(Llandaff, 13 settembre 1916 – Oxford, 23 novembre 1990)

Di famiglia originaria della Norvegia, nel 1934 terminati gli studi, Dahl decide di non iscriversi all’università e trova lavoro presso la Shell Petroleum Company, scelta che gli permette di viaggiare nello sconfinato impero britannico. Nel 1939 scoppia la seconda guerra mondiale e si arruola nella Royal Air Force, dove ottiene il grado di tenente pilota. Presso il confine libico subisce però un terribile incidente. Rimasto senza vista per alcuni mesi e con numerose fratture, viene rispedito in Inghilterra e dopo un periodo di convalescenza si trasferisce all’ambasciata britannica a Washington. Nel 1942 inizia la sua carriera di scrittore con un racconto per bambini, iniziato durante il suo soggiorno a Washington.
Da lì in poi scrive un successo dopo l’altro, da “James e la pesca gigante” a “La fabbrica di cioccolato”, “Il dito magico”, “Il coccodrillo enorme”, “Il GGG”, “Matilda” solo per citare i romanzi più noti. Scrive anche poesie, tra le quali la raccolta “Versi perversi” e una grande quantità di racconti.
Per il cinema ha realizzato diverse sceneggiature tra cui quella del film “Agente 007 – Si vive solo due volte” del 1967. Suo è anche il soggetto di “Gremlins”, che aveva scritto nel 1943 per la Disney ma che fu poi prodotto da Steven Spielberg nel 1984. Dahl è stato anche sceneggiatore di film tratti dai suoi racconti come ad esempio “Willy Wonka e la fabbrica di cioccolato” del 1971, per la regia di Mel Stuart, con protagonista il compianto Gene Wilder.
Roald Dahl muore di leucemia il 23 novembre 1990 all’età di 74 anni. Riposa nel cimitero di Great Missenden.

Visita il sito ufficiale di Roald Dahl.
Visita la pagina Facebook della Biblioteca di Spinea per scoprire le iniziative in occasione del centenario dalla nascita di Roald.

 

1. Perché ha scelto il lavoro/mestiere che fa?
Beh, caso mai “il lavoro che ho fatto”, seppure anche quassù avrei ancora qualche idea che mi frulla per la testa.
Francamente non pensavo che scrivere sarebbe diventato un lavoro. Durante la seconda guerra mondiale facevo il pilota d’aereo ma per un brutto incidente, causato da un atterraggio di fortuna nel deserto libico, venni rispedito in Inghilterra. Dopo un periodo di convalescenza fui trasferito presso l’ambasciata britannica a Washington, dove conobbi lo scrittore Cecil Scott Forester. Grazie a quell’incontro scrissi una storia ispirata alle mie avventure durante la guerra: “Shot Down Over Libya”. In seguito, come forse sapete, ne scrissi molte altre.

2. Qual è l’aggettivo che meglio definisce la sua attività?
Fantasiosa, appassionante, soprattutto divertente.

3. Qual è il suo primo ricordo di una biblioteca?
Il primo non lo ricordo ma deve essere stata la biblioteca di uno dei collegi che ho frequentato da ragazzo. Nei libri cercavo l’avventura, sognavo di viaggiare come poi ho effettivamente fatto.

4. Come definirebbe la biblioteca?
Una macchina per viaggiare nel tempo che ci permette di gettare le fondamenta del nostro futuro.

5. Cosa le piace di più in una biblioteca?
Le luci fioche e le ombre che proiettano, dalle quali sbucano i personaggi che popolano i libri. Alcuni ci possono intimorire, la maggior parte però diventano nostri amici per sempre.

6. Quale è stato il primo libro che ha letto?
E’ passato tanto tempo. Non sono sicuro di ricordarmelo. Da bambino erano filastrocche gallesi e scandinave (i miei genitori erano norvegesi) , sicuramente le favole di Esopo, di Fedro e di Jean de La Fontaine, le fiabe di Andersen e dei fratelli Grimm. Da ragazzo qualcosa di Robert Louis Stevenson, probabilmente “L’isola del tesoro” oppure “La freccia nera”. Di certo so che “Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde” l’ho letto quando ero più grandicello.
Naturalmente non sono mancati i libri di Charles Dickens (qualcuno dice che un po’ mi ci sono ispirato).

7. Quale libro le ha lasciato un ricordo speciale?
Ogni libro lascia un ricordo speciale, che sia bello o brutto è sempre un arricchimento.

8. Quale libro consiglierebbe a un giovane lettore?
Pecco d’immodestia se consiglio i miei? (ride) Insomma, a parte le battute, consiglierei semplicemente di leggere. Non è importante cosa, vanno bene le poesie, i racconti, le fiabe, i saggi, i romanzi d’amore, il teatro, i fumetti, purché si legga.

9. Leggere fa bene? E perché?
Leggere fa più che bene, leggere ti salva la vita ed è un ottimo antidoto alla solitudine. Scrissi qualcosa a tal proposito nel romanzo “Matilde” (in italiano Matilda): “…la giovane mente di Matilda continuava a fiorire, nutrita dalle voci di quegli scrittori che avevano mandato in giro i loro libri per il mondo, come navi attraverso il mare. Da questi libri veniva a Matilda un messaggio di speranza e di conforto: tu non sei sola”.

10. A quale altra domanda avrebbe voluto rispondere?
A nessuna, mi pare che nove siano più che sufficienti.
Ora mi scusi, ma devo andare, mi aspettano per un tè Umberto Eco e Gene Wilder. Sono arrivati da poco, sono ancora un po’ spaesati e devo fargli da Cicerone in questa nuova dimensione.

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BUON COMPLEANNO ROALD E… GRAZIE!!!

Red_Canzian

Red Canzian

Sono nato a Quinto di Treviso il 30 novembre 1951, in una vecchia e grande villa veneta, Villa Borghesan. Ho due figli: Chiara avuta dalla mia prima moglie Delia Gualtiero e Philipp, figlio “portato in dote” dalla mia seconda moglie, Beatrix Niedewieser. E nel mio stato di famiglia vorrei inserire anche la mia scelta “vegana”, che a volte viene condivisa da mia moglie, talvolta dai miei figli, ma senza mai imporre niente a nessuno. Per me è fondamentale sedermi a tavola e non sentire il peso di aver provocato, anche se indirettamente, sofferenza ad un altro essere vivente. E’ così bello poter dire “Cosa mangiamo stasera” e non “Chi mangiamo stasera”.
Da chitarrista autodidatta, ho iniziato a suonare verso i 13 anni. Con la mia prima band, che all’inizio si chiama “I Prototipi” per poi diventare “Capsicum Red“, abbiamo inaugurato quello che era considerato il Piper di Treviso, il mitico “New Time”. Nel novembre del 1972 venni convocato dai Pooh che stavano cercando il nuovo bassista e avevano già visionato un centinaio di musicisti. Il provino avvenne nella lavanderia di un hotel di Roncobilaccio, anzi più che una lavanderia era un magazzino pieno di scaffali di carta igienica, ottimo “fonoassorbente”. Pur non avendo mai suonato il basso, mi scelsero, ma il mio provino in realtà l’ho fatto cantando alla chitarra un mio brano! A febbraio del 1973 il debutto con i Pooh e il resto e storia.
Dipingo da sempre: disegno con la mano sinistra, ma scrivo con la destra. La mia pittura subisce continui mutamenti assecondando i cambiamenti che, per fortuna, la vita mi riserva.
Ho pubblicato i libri “Magia dell’albero” (Ed. Blu Notte, 1992 – rieditato in digitale nel 2013), “Storia di vita e di fiori” (Ed. Blu Notte, 1997– rieditato in digitale nel 2013), l’autobiografia “Ho visto sessanta volte fiorire il calicanto” (Mondadori, 2012).

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1. Perché hai scelto il lavoro/mestiere che fai?
Sarebbe più giusto dire che “ci siamo” scelti. A me principalmente piaceva dipingere ma anche cantare, poi un giorno Walter, un mio amico, è arrivato a scuola, penso fossimo in prima media, con una chitarra elettrica rossa, stupenda… e da allora non sono più riuscito a “liberarmi“ della musica!

2. Qual è l’aggettivo che meglio definisce la tua attività?
E’ un’attività dell’anima, solo così può arrivare al cuore della gente. Un lavoro molto serio che viene malissimo se lo fai troppo seriamente, e come tutte le “droghe” crea assuefazione, questa però buona.

3. Qual è il tuo primo ricordo di una biblioteca?
Qualcuno che mi guardava male perché avevo fatto cadere la sedia con la cartella dei libri. Era un luogo così intenso. Le biblioteche sono un po’ come le chiese: ci vai anche solo per sentirti bene, anche se non devi pregare, è questo ad affascinarmi; so che comunque, se ci entro, qualcosa lo porterò con me sempre.

4. Come definiresti la biblioteca?
L’incontro di mille mestieri che alla fine diventano sapere: da chi fa la carta a chi fa l’inchiostro, a chi stampa quello che un altro ha scritto e pensato, e tutti gli attori di questa storia sono al tuo servizio, per aiutarti a diventare migliore.

5. Cosa ti piace di più in una biblioteca?
Il silenzio, la luce soffusa e concentrata solo dove serve, e il legno. Alla fine degli anni ’60 ho vissuto per qualche tempo a Londra e andavo sempre in una biblioteca vecchissima e bellissima, tutta in boiserie di quercia… che voglia di ritornarci!

6. Quale è stato il primo libro che hai letto?
“Il Barone Rampante” di Italo Calvino, anche se forse venivo dalla lettura di “Tarzan” di Edgar Rice Burroughs.

7. Quale libro ti ha lasciato un ricordo speciale?
“I pilastri della terra”, un assoluto capolavoro scritto da Ken Follet. Meraviglioso e, credo, irripetibile anche per l’autore!!

8. Quale libro consiglieresti a un giovane lettore?
“Il Piccolo Principe“ di Antoine de Saint-Exupéry rimane sempre un bel partire. Tra l’altro ho scritto anche la prefazione di un’edizione recente di questo libro, pubblicato nella collana Caratteri Nobili per l’editore Antilia.

9. Leggere fa bene? E perché?
Innanzitutto perché non fa male. Se poi vogliamo essere un po’ più seri, leggere fa bene alla mente, la tiene allenata a capire; leggere ti trattiene in un mondo più poetico di quello reale, perché mai uno scrittore potrà avere la crudeltà e la freddezza di certe cose che la vita ci riserva. Anche le peggiori, scritte e raccontate, assumono un peso diverso, meno doloroso.

10. A quale altra domanda avresti voluto rispondere?
Forse potevate chiedermi perché scrivo e forse vi avrei risposto che chi come me ama leggere, spera anche di avere qualcosa da dire che interessi a qualcun altro. Ecco il perché dei miei primi tre libri pubblicati, ecco perché il quarto in arrivo a marzo 2017 sull’etica vegana. Ci sarà una prima parte scritta da me e una seconda, più visiva, con cinquanta ricette vegane realizzate da mia figlia Chiara, che saranno una reinterpretazione dei grandi piatti “vegani” italiani… quando la gente sapeva mangiare rispettando l’ambiente e gli animali.

Grazie a Red Canzian per la generosa partecipazione e ad Alex De Benedictis per la preziosa collaborazione.

Giuliano Pasini Monica Conserotti

Giuliano Pasini (foto di Monica Conserotti)

Nato a Zocca (Modena) nel 1974, vive a Treviso.
Ha esordito nel 2012 con il romanzo “Venti corpi nella neve” che ha ottenuto un notevole successo di pubblico. ‘Nuova stella del thriller italiano’ secondo Antonio D’Orrico del Corriere della Sera, ha pubblicato con Mondadori la seconda e la terza avventura del commissario Serra “Io sono lo straniero” (2013) e “Il fiume ti porta via” (2015) e partecipato all’antologia benefica “Alzando da terra il sole” (2012), i cui proventi sono stati devoluti alla ricostruzione della biblioteca di Mirandola, lesionata dal sisma del maggio 2012.
I suoi romanzi, tradotti in Germania, Austria e Svizzera, si sono aggiudicati i premi Mariano Romiti, Massarosa, Provincia in Giallo, Sapori del Giallo, Lomellina in Giallo.
Sposato con Sara, è padre di tre bambini, e si occupa di comunicazione e reputazione, ritagliandosi il tempo per scrivere alle cinque del mattino. In poche parole: il pigro più attivo del mondo.

Giuliano Pasini sarà ospite della Biblioteca di Spinea (VE) il prossimo 21 aprile alle ore 20,45 nell’ambito della rassegna “APPUNTAMENTI IN GIALLO” per parlarci delle sue opere poliziesche e in particolare del suo terzo romanzo, “Il fiume ti porta via” (Mondadori, 2015), con protagonista il commissario Roberto Serra. Un noir avvincente ambientato nella terra di Giovannino Guareschi.

Visita il blog MangioBevoLeggoScrivo.
Leggi Pasini nel multiblog del Sole24ore.
Vai alla pagina autore di Mondadori.

 

1. Perché hai scelto il lavoro/mestiere che fai?
Se ti riferisci allo scrittore, che è per me un onorevole secondo mestiere ma molto di più una grande passione, devo dire che a me scrivere è sempre piaciuto ed è sempre stata la forma di espressione che mi veniva più naturale. Da bambino, per confessare il mio amore a qualche compagna di classe, le scrivevo una letterina. Ecco, nonostante gli esiti catastrofici di quelle letterine, ho continuato a voler bene all’attività di scrittura. Invece solo in età adulta ho affrontato la scrittura di un romanzo: è un’attività complessa, che richiede una grande dose di tenacia e di continuità che ho conseguito solo dopo i trent’anni.

2. Qual è l’aggettivo che meglio definisce la tua attività?
Uso un sostantivo: passione. Lo faccio con e per passione. E la passione, come la definì un mio vecchio professore, è qualcosa per cui dai tutto mettendo in conto di non avere nulla in cambio.

3. Qual è il tuo primo ricordo di una biblioteca?
Io ho anche lavorato in una biblioteca, durante le superiori (lavori estivi guidati) e mi sentivo Alice nel paese delle meraviglie.
I miei ricordi sono ancora antecedenti, quando da bambino sono passato dai libri illustrati a quelli con le parole. Ricordo questo tavolo in cui era esposta una collana di classici per ragazzi dalla copertina blu e rigida. Era la biblioteca del mio paese, Zocca, nell’Appennino modenese, e lì ho confermato e rinnovato il mio amore per la lettura.

4. Come definiresti la biblioteca?
Casa. E non è per dire, il salotto di casa mia sembra una biblioteca, ormai…

5. Cosa ti piace di più in una biblioteca?
Passeggiare guardando i libri e cercando quello giusto. Come se le copertine potessero parlare.

6. Quale è stato il primo libro che hai letto?
Impossibile da ricordare. Ho sempre letto tanto, partendo dagli illustrati e dai fumetti. Ho imparato a leggere piuttosto presto, verso i quattro anni, e da lì è stata tutta discesa, come si dice.

7. Quale libro ti ha lasciato un ricordo speciale?
Migliaia. Ma ne cito uno in particolare. Avevo un professore, alle scuole medie, che (grande merito, il suo) ci portava con regolarità in biblioteca a scegliere dei libri. Amando io la lettura, ed essendo anche stato secchioncello, diciamolo (poi alle superiori ho scoperto le ragazze, e mi è passata), lo stesso professore compiva un atto molto meno meritorio: mi rifilava certi mattoni assurdi che mi stavano allontanando dalla lettura. Poi, e qui la fortuna gioca un ruolo fondamentale, una lettrice dell’allora “Club degli editori” (per chi lo ricorda) viene a passare una di quelle estati infinite da ragazzini proprio accanto a casa mia. E mi passa i libri che aveva recensito e che riteneva adatti a me: Terry Brooks e la saga di Shannara, Stephen King… eh sì, “Stagioni diverse”, letto a 13 anni, mi ha cambiato la vita.

8.Quale libro consiglieresti a un giovane lettore?
“Stagioni diverse” di Stephen King, ovviamente. Quattro racconti lunghi, uno più bello e appassionate dell’altro (oddio, l’ultimo, “Il metodo di respirazione” è notevolmente inferiore agli altri tre). Ma, in generale, direi di assecondare le proprie inclinazioni e non forzare a leggere i classici o i russi prima del tempo: se si diventa dipendenti dalla lettura da ragazzi, non si smette più.

9. Leggere fa bene? E perché?
Nella risposta precedente, ho parlato di dipendenza. Ecco, la lettura è l’unica forma di dipendenza che dà indipendenza, apre la mente. Ma non è solo questo, io credo di amare la lettura per un’altra ragione: mi fa fare viaggi meravigliosi senza muovermi dal mio letto (o da altri locali della casa molto meno nobili).

10. A quale altra domanda avresti voluto rispondere?
Una: ti consideri più scrittore o più lettore?
Risposta: lettore. Lo sono diventato prima, e lo faccio da più tempo. E provare a scrivere qualcosa senza avere la malattia della lettura è come provare a comporre una sinfonia senza sapere leggere la musica.

copertina pasini

Roberto Tiraboschi

Roberto Tiraboschi

Nato a Bergamo vive tra Roma e Venezia. Drammaturgo e sceneggiatore, ha scritto per diversi registi italiani tra cui Liliana Cavani, Marco Pontecorvo e Silvio Soldini.
Le Edizioni E/O hanno pubblicato “Sguardo 11”, “Sonno” (vincitore del Premio di Narrativa Bergamo e del Premio Stresa di narrativa) “La pietra per gli occhi. Venetia 1106” e “La bottega dello speziale. Venetia 1118”, i primi due volumi della saga sulla nascita di Venezia.

Roberto Tiraboschi è stato ospite della Biblioteca di Spinea lo scorso 7 aprile 2016 nell’ambito della rassegna “Appuntamenti in Giallo”.

I libri di Roberto Tiraboschi in IBS.
Visita la pagina Facebook di Roberto Tiraboschi.

 

1. Perché hai scelto il lavoro/mestiere che fai?
In realtà non l’ho scelto, la scrittura si è imposta piano piano. Sono partito dal teatro, poi sono stato incantato dal cinema; alla narrativa sono arrivato tardi. Solo ora è diventato un vero e proprio mestiere.

2. Qual è l’aggettivo che meglio definisce la tua attività?
Bisogna essere pazienti.

3. Qual è il tuo primo ricordo di una biblioteca?
Ho sempre frequentato le biblioteche. Fin da ragazzo, ai tempi del liceo, a Bergamo andavo a studiare in biblioteca. Si stava tranquilli, c’erano i libri e molte ragazze…

4. Come definiresti la biblioteca?
Un luogo dove si riesce a sognare.

5. Cosa ti piace di più in una biblioteca?
Il silenzio e l’odore dei libri.

6. Quale è stato il primo libro che hai letto?
Non ricordo con precisione, credo “ Sussi e Biribissi” [di Paolo Lorenzini, nipote di Carlo Collodi] Un libro di avventure di due ragazzi.

7. Quale libro ti ha lasciato un ricordo speciale?
“Il grande Meaulnes” di Alain-Fournier.

8. Quale libro consiglieresti a un giovane lettore?
“Il grande Meaulnes” di Alain-Fournier.

9. Leggere fa bene? E perché?
Leggere è un piacere fisico, un godimento, come mangiare, ridere, amare.

10. A quale altra domanda avresti voluto rispondere?
“Perché invecchiando non si riesce più a provare nella lettura lo stesso piacere che si provava nell’adolescenza?”.

PIETRA OCCHIBOTTEGA SPEZIALE

Roberta Gallego foto

Roberta Gallego

Magistrato. “Quota 33. Storia di una procura imperfetta” (Tea, 2013) è il suo primo romanzo. Il libro racconta cosa succede nei corridoi e nelle stanze di un ufficio della Procura, come si avvia un’indagine, chi c’è dietro tutte le mosse giudiziarie. I successivi libri della serie sono: “Il sonno della cicala” (Tea, 2014), “Doppia ombra” (Tea, 2014).
Nel 2016, sempre per l’editore Tea, è uscito “Gli occhi del Salar”.

Roberta Gallego sarà ospite della Biblioteca di Spinea il prossimo 6 maggio nell’ambito del ciclo di incontri “APPUNTAMENTI IN GIALLO”.

I libri di Roberta Gallego in IBS.

 

1. Perché hai scelto il lavoro/mestiere che fai?
In realtà è il lavoro che ha scelto me, io avrei voluto fare il medico, ma a diciotto anni sono finita in un percorso obbligato apparentemente casuale, e rotolando sul piano inclinato della ragionevolezza (più di mio padre che mia) alla fine mi sono ritrovata magistrato.

2. Qual è l’aggettivo che meglio definisce la tua attività?
Potente.

3. Qual è il tuo primo ricordo di una biblioteca?
Otto anni: correvo dietro ad un amico di famiglia al quale ero stata “allegata” per il pomeriggio; lui doveva restituire un libro e io sono stata redarguita perché aprivo tutti i cassettini di legno scuro e cercavo di disarcionare le schede ingiallite dal loro assetto.

4. Come definiresti la biblioteca?
Un luogo saturo di polveri sottili, cipria per la mente.

5. Cosa ti piace di più in una biblioteca?
Osservare gli altri, il suono attutito delle assi di legno.

6. Quale è stato il primo libro che hai letto?
“Guerra e Pace” di Lev Tolstoj, in prima media.

7. Quale libro ti ha lasciato un ricordo speciale?
“Pensieri Spettinati” di Stanislaw Jerzy Lec.

8. Quale libro consiglieresti a un giovane lettore?
Dipende dall’età e dal gusto, in questo momento mio figlio Brenno che ha quindici anni sta leggendo “Atti Osceni in luogo privato” di Marco Missiroli. Mia figlia Libera che ne ha undici sta leggendo “Il Buio oltre la siepe” di Harper Lee.

9. Leggere fa bene? E perché?
Assolutamente sì, è il nutrimento che impedisce alla solitudine di desertificare l’anima.

10. A quale altra domanda avresti voluto rispondere?
“Il libro che avresti voluto scrivere?”
Il Tamburo di Latta di Günter Grass.

Silvano Mezzavilla

Silvano Mezzavilla

(Sedegliano, Ud, 31 gennaio 1944)

Giornalista, storico del fumetto, sceneggiatore. Ha creato e diretto i festival Treviso Comics e Padova Fumetto e curato mostre di fumetti in Italia e all’estero.
E’ stato direttore della rivista “Orme” e ha realizzato vari testi introduttivi dei Classici del Fumetto di Repubblica. Da oltre trent’anni collabora col quotidiano Il Mattino di Padova.
Ha scritto storie per fumetti pubblicati su “Uomini e guerra”, “Skorpio”, “Bunny Band”, “Topolino”, “Il Giornalino” e firmato le sceneggiature di “La c’era l’America”(primo web-fumetto italiano), di “Antonio Vivaldi, una biografia a fumetti”, di “Storie d’Arte e di Misfatti” E’ autore dei testi di tre libri per bambini, editi da Gallucci, e di novelle per “Intimità”.

Visita il sito di Silvano Mezzavilla.

 

1. Perché hai scelto il lavoro/mestiere che fai?
Sono stato, fin da bambino, un vorace lettore di libri e di fumetti ché non solo mi catturavano con trame avventurose e con personaggi coraggiosi, ma anche alimentavano la mia voglia di inventare storie fantastiche che poi trascrivevo su un apposito quaderno. Inoltre, mi piaceva condividere con gli altri le cose che mi appassionavano; per cui ero solito passare ai cugini e agli amici i romanzi e i giornaletti che mi erano piaciuti, perché anch’essi provassero le stesse emozioni che avevo provato io leggendoli. Da adolescente e da adulto, queste caratteristiche del mio carattere non sono cambiate: nel corso degli anni ho fatto in modo che la scrittura diventasse la mia attività principale, e infatti da vari decenni sono autore di sceneggiature di fumetti e di articoli sul mondo dei comics, inoltre organizzo mostre, sempre di fumetti, per promuovere la conoscenza del linguaggio delle vignette e per far conoscere al pubblico autori, stili, personaggi, insomma, per divulgare l’arte del fumetto in ogni suo aspetto.

2. Qual è l’aggettivo che meglio definisce la tua attività?
Direi: appassionante.

3. Qual è il tuo primo ricordo di una biblioteca?
Se per biblioteca intendiamo uno spazio occupato da scaffali colmi di libri, la prima che vidi fu nell’abitazione di una signora, amica di mia madre, tantissimi anni fa. Avrò avuto otto o nove anni ed era la prima volta che andavo a farle visita. Su mensole che occupavano le pareti del corridoio e dell’intero soggiorno, erano disposte in maniera ordinata e divise per generi centinaia e centinaia di libri. Ricordo che rimasi sbalordito a fissare quello spettacolo inconsueto. Avrei voluto farlo, ma poi non ebbi il coraggio di chiedere alla padrona di casa se li avesse letti tutti. Più tardi, per strada, seppi da mia madre che quei volumi provenivano da un’eredità, e che la signora ne leggeva qualcuno, di tanto in tanto, ma soprattutto li sfogliava e li spolverava con amore, come per mantenerli vivi, considerandoli preziosi ricordi di persone amate. In una biblioteca comunale, invece, feci il mio ingresso a quindici anni. Il professore di lettere ci aveva assegnato un tema sulla storia dell’ottocento e ci aveva invitati a consultare alcuni testi reperibili solo lì. Lì, quello che mi colpì fu il silenzio. L’impiegato cui ci rivolgemmo parlava sottovoce, i commessi consegnavano i volumi camminando quasi in punta di piedi, le persone sedute nella sala di lettura erano tante, ma si percepivano solo rari sussurri, come avviene nei luoghi dedicati al sacro.
Fu così che diventai, per qualche anno, un assiduo frequentatore della biblioteca comunale della mia città. Ci andavo per studiare in santa pace, senza i rumori che formavano il sottofondo sonoro del condominio in cui viveva la mia famiglia, ma anche per diletto, per leggere tutti quei libri che sognavo di possedere.

4. Come definiresti la biblioteca?
Un luogo gremito di meraviglie frutto della mente umana.

5. Cosa ti piace di più in una biblioteca?
La sensazione che se leggessi tutti i libri che mi circondano, potrei anche trovare le risposte giuste a tante domande.

6. Quale è stato il primo libro che hai letto?
Le fiabe di Hans Christan Andersen, con delle splendide illustrazioni in bianco e nero.

7. Quale libro ti ha lasciato un ricordo speciale?
Difficile indicarne uno in particolare. Molti di quelli che ho letto, soprattutto in gioventù, hanno contribuito a definire i miei gusti, a formare la mia cultura e le mie idee. Ricordo con particolare emozione la lettura di “Giacomo il fatalista” di Diderot, un libro modernissimo, per la struttura e per il contenuto, che ho riletto anche recentemente, per il piacere di riassaporare fatti, concetti, intuizioni e visioni ai quali il mio animo è legato.

8. Quale libro consiglieresti a un giovane lettore.
Gli suggerirei di iniziare dai classici, dagli autori e dalle opere senza le quali la letteratura e la società contemporanee non esisterebbero. Penso a “Gargantua e Pantagruele” di Rabelais, al “Don Chisciotte” di Cervantes, al “Candido” di Voltaire, ai lavori di Shakespeare, ai grandi scrittori russi – Cechov a Dostoievskj, in particolare – e poi Kafka, Hemingway, Melville, Poe, fino all’opera omnia di Italo Calvino.

9. Leggere fa bene? E perché?
Leggere, a mio avviso, è come inoltrarsi in spazi sconosciuti della fantasia. E’ un’attività utile alla mente e anche al corpo, quando serve a vivere con più consapevolezza e con più curiosità la propria vita.

10.  A quale altra domanda avresti voluto rispondere?
Be’, quelle che mi sono state sottoposte erano numerose. Forse sono le mie risposte a essere scarne e insufficienti.

Caricatura-by-Giorgio-Cavazzano

Silvano Mezzavilla in una caricatura di Giorgio Cavazzano

Anna Burighel

Anna Burighel

Anna Burighel è nata a Oriago (Venezia). Laureata in Psicologia, vive e lavora a Mestre.

Ha approfondito il suo interesse per l’illustrazione frequentando i corsi della Scuola Internazionale di Sarmede con Jndra Čapek, Joseph Wilkon, Svjetlan Junaković.
Si è dedicata in particolar modo a un’attività basata sullo stimolo della creatività dei bambini attraverso l’immagine e la parola, per favorire l’espressione e l’elaborazione delle emozioni e dei possibili disagi. Ha pubblicato “Un due, tre”, libro di filastrocche da lei scritte e illustrate. Presso una scuola elementare veneziana ha curato un progetto che si è concluso con la pubblicazione di un libro di favole, “L’occhio magico del lago”, composto e disegnato dagli allievi di tutte le classi.
Le sue illustrazioni sono state selezionate alla Mostra Internazionale d’illustrazione per l’Infanzia di Sarmede nel 2006, 2007 e 2008 e in innumerevoli altre esposizioni.
Ha illustrato la sala dedicata all’infanzia della Biblioteca Civica di Marghera; ha curato numerosi progetti per il Comune di Venezia, principalmente organizzando laboratori per bambini e producendo disegni e locandine; ha collaborato con numerose biblioteche nel territorio veneziano.
Nel 2014 i suoi lavori sull’agricoltura sono stati esposti al “Centro Le Barche”.
Tiene corsi di illustrazione per il Comune di Venezia presso il “Centro Donna” di Villa Franchin a Mestre e presso la “Scoletta dei Calegheri” a Venezia.

Visita il sito di Anna Burighel.
Vai al video “Un mondo incantato” di Anna Burighel.

 

1. Perché hai scelto il lavoro/mestiere che fai?
Ho lavorato come psicologa per 17 anni, poi i casi della vita ( la malattia di mia madre) mi hanno costretto ad una scelta diversa non avendo più il tempo necessario a dedicarmi alla mia attività, perciò a 50 anni mi sono reinventata un lavoro: mi è sempre piaciuto disegnare e scrivere filastrocche, quindi mi sono iscritta alla scuola internazionale di Sarmede ed ho frequentato sette corsi con diversi insegnati, ho pubblicato tre libri per bambini ed ho lavorato con scuole e biblioteche cercando di unire le mie conoscenze come psicologa a quelle di illustratrice per l’infanzia.

2. Qual è l’aggettivo che meglio definisce la tua attività?
Posso definire la mia attività con il termine “creatività” perché di questo si tratta.

3. Qual è il tuo primo ricordo di una biblioteca?
Non ricordo bene il mio primo incontro con una biblioteca, probabilmente risale alle scuole medie, ma sono trascorsi molti anni ed il ricordo si è perso.

4. Come definiresti la biblioteca?
La biblioteca la sento come un luogo nel quale si può curiosare, imparare, c’è la sensazione e la possibilità di poter valutare i libri, sceglierli, conoscerli.

5. Cosa ti piace di più in una biblioteca?
In una biblioteca, a differenza di un negozio, la cosa che mi piace è la possibilità di prendere in prestito i libri, poter valutare ed eventualmente cambiare scelta.

6. Quale è stato il primo libro che hai letto?
Il mio primo libro non lo ricordo, anzi, ricordo un libro che mi leggeva mia mamma quand’ero molto piccola, ricordo ancora i disegni e la filastrocca, parlava dell’incontro di due gattini. Poi i miei primi libri sono stati i classici: “Zanna bianca” di Jack London, “Piccole donne” di Louisa May Alcott, ecc.

7. Quale libro ti ha lasciato un ricordo speciale?
Mi hanno colpito molto : “Il profumo” di Patrick Süskind, “La casa degli spiriti” di Isabel Allende, “Il maestro e Margherita” di Michail Bulgakov e molti altri, tanti. Tutti questi libri mi hanno lasciato un ricordo. Ora mi appassiona molto una scrittrice: Elena Ferrante.

8. Quale libro consiglieresti a un giovane lettore?
Vorrei che i ragazzi prendessero coscienza anche di alcuni aspetti della vita che spesso si tendono a scotomizzare, perciò consiglierei “Se Arianna” di Anna Visciani, edizioni Giunti, è una storia vera di una famiglia con un a figlia tetraplegica, è scritto a quattro mani, cioè si considera anche il vissuto dei fratelli oltre a quello dei genitori.

9. Leggere fa bene? E perché?
Leggere fa bene perché apre la mente, perché si acquisiscono pensieri altrui, perché il mondo si apre, si conosce, si va oltre se stessi.

10. A quale altra domanda avresti voluto rispondere?
Vanno bene queste domande, credo diano una visione globale di ciò che può essere la lettura per ognuno.

 

bacio della luna

Illustrazione di Anna Burighel.

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