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Emanuela Canepa

Emanuela Canepa

 

Nata a Roma dove si è laureata in Storia Medievale, vive a Padova dal 2000.
Lavora come bibliotecaria per l’Università e si occupa di assessment in psicologia.
Nel 2017 ha vinto la XXX edizione del Premio Calvino con il romanzo “L’animale femmina“, pubblicato da Einaudi Stile Libero ad aprile del 2018.

Visita la pagina Facebook di Emanuela Canepa.

Emanuela in Instagram: lamanucanepa

1. Perché hai scelto il lavoro/mestiere che fai?
In effetti è lui ha scelto me. Quando mi sono trasferita a Padova ho tentato diversi concorsi e per prepararmi andavo in biblioteca. In quella del Liviano, alla facoltà di Lettere, ho fatto amicizia con una bibliotecaria che mi ha dato alcune dritte per prepararmi al meglio ai concorsi banditi dall’università. Ho provato ed è andata bene.

2. Qual è l’aggettivo che meglio definisce la tua attività?
Paziente. E non è una qualità di cui sono particolarmente dotata.

3. Qual è il tuo primo ricordo di una biblioteca?
Sono nata a Roma alla fine degli anni ’60. Il concetto di biblioteca di quartiere era inesistente, ed è rimasto tale per vent’anni ancora. In compenso c’era un numero immenso di straordinarie biblioteche storiche: la Vallicelliana, la Casanatense, la Vaticana, l’Angelica, solo per dire le più famose. La prima davvero imponente in cui sono entrata è stata la biblioteca dell’École Française a Palazzo Farnese. Era talmente bella che credevo di morire. I primi due giorni l’ho girata in lungo e in largo, come fosse uno scavo di carta. Ci ho messo un po’ per ritrovare la calma e mettermi seduta a studiare.

4. Come definiresti la biblioteca?
Più che un luogo le biblioteche sono stati dell’anima. Mi piace usare le parole di Rilke: È bello stare in mezzo a uomini che leggono.

5. Cosa ti piace di più in una biblioteca?
Il fatto che anche se sei in compagnia non occorre parlare ed è fisiologico leggere. Non mi serve molto altro per essere felice.

6. Quale è stato il primo libro che hai letto?
Onestamente non saprei perché è passato parecchio tempo, purtroppo. Posso dire qual è il primo che ricordo, però. La “Trilogia” di Italo Calvino. Un ricordo indelebile. È il libro che mi ha fatto capire che tutti possiamo avere una seconda vita sulla carta.

7. Quale libro ti ha lasciato un ricordo speciale?
“L’opera al nero” di Marguerite Yourcenar. Ho pensato che se al mondo esistevano una scrittrice simile e un personaggio come Zenone, poteva valere la pena qualsiasi cosa.

8. Quale libro consiglieresti a un giovane lettore?
Gli consiglierei di non accettare consigli. Da nessuno. E di mettersi a leggere solo quello che attira la sua attenzione. Consigliare i giovani mi pare rischiosissimo per una vocazione anarchica come deve necessariamente essere la lettura.

9. Leggere fa bene? E perché?
Non so se mi sento di sottoscrivere quest’affermazione. Preferisco pensare che fa bene essere se stessi. Fa bene la ricerca della verità. Fa bene per quanto possibile evitare la dissimulazione di sentimenti o intenzioni sincere in nome di astratti timori o galatei. Per tutte questi percorsi la lettura è una fonte inesauribile di suggerimenti, e può essere di enorme aiuto. Però se poi uno trova un’altra strada per fare la stessa cosa, non mi sento di metterla in una condizione gerarchicamente inferiore alla lettura. A parte il fatto che dire che leggere fa bene per principio è un po’ assolutorio. Il mondo è pieno di gente a cui leggere non ha fatto bene per nulla. Anzi. Come ogni input, leggere è un’attività neutra. Può fare bene o male a seconda della cornice in cui la inscrivi.

10. A quale altra domanda avresti voluto rispondere?
Adesso che hai pubblicato un libro, c’è un vantaggio tangibile a cui non avevi pensato quando scrivevi solo per te?
Sì, uno, enorme: un sacco di editori – non solo il mio, intendo – ti spediscono i libri a casa. Gratis. Ancora non ci credo.

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L’animale femmina – Einaudi, 2018

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Piergiorgio Pulixi

Piergiorgio Pulixi

Nato a Cagliari nel 1982 e vive a Milano. Fa parte del collettivo di scrittura Sabot creato da Massimo Carlotto. Insieme allo stesso Carlotto e ai Sabot ha pubblicato “Perdas de Fogu” (edizioni E/O 2008), e singolarmente il romanzo “Donne a Perdere” (Edizioni E/O 2010).
È autore della saga poliziesca di Biagio Mazzeo iniziata col noir “Una brutta storia” (Edizioni E/O 2012), e proseguita con “La notte delle pantere” (Edizioni E/O 2014), “Per sempre” (edizioni E/O 2015), e chiusa col romanzo finale della quadrilogia “Prima di dirti addio” (Edizioni E/O 2016) romanzo vincitore del Premio Corpi Freddi Awards 2016, menzione speciale della giuria al Premio Metamorfosi 2016, e vincitore del Premio Garfagnana in Giallo 2016.
Nel 2014 per Rizzoli ha pubblicato anche il romanzo “Padre Nostro” e il thriller psicologico “L’appuntamento” (Edizioni E/O).
Nel 2015 ha dato alle stampe “Il Canto degli innocenti” (Edizioni E/O), primo libro della serie thriller “I Canti del Male”. Nel 2015 e nel 2016 Pulixi è stato premiato ai Corpi Freddi Awards come miglior autore italiano dell’anno. Nel 2016 vince il Premio Serravalle Noir 2016.
Nel 2016 scrive insieme a Massimo Carlotto “Lovers Hotel” la prima serie audio originale in sei puntate che verrà diffusa sulla piattaforma Audible. Sempre nel 2016 vince il Premio Vanity Fair per il miglior personaggio letterario femminile per il suo commissario Carla Rame.
Nel 2017 pubblica la sua prima antologia di racconti intitolata “L’ira di Venere” (CentoAutori Edizioni) e il romanzo “La scelta del buio ” (Edizioni E/O).
Nel 2018 pubblica per Rizzoli il thriller “Lo stupore della notte”.

Sabato 7 giugno 2018 Piergiorgio Pulixi sarà, nell’ambito della Notte Gialla, nella Biblioteca di Spinea per presentare il libro “Lo stupore della notte”.
Conduce Stefano Cosmo.
Aperitivo con l’autore alle ore 20,00 – Incontro con il pubblico ore 21,00.

Visita la pagina Facebook di Piergiorgio Pulixi

 

1. Perché hai scelto il lavoro/mestiere che fai?
Perché forse non avrei potuto fare altro. Sono stato da sempre un grande lettore. La passione per i libri e per le storie mi ha accompagnato per tutta l’infanzia e l’adolescenza. Sono innamorato delle parole, del loro fascino e del loro potere. Questo innamoramento mi ha portato a scrivere il primo romanzo e da lì non sono più riuscito a smettere. Così come la lettura anche la scrittura dà dipendenza. È una dipendenza che va gestita con professionalità e cum grano salis.

2. Qual è l’aggettivo che meglio definisce la tua attività?
Sorprendente.

3. Qual è il tuo primo ricordo di una biblioteca?
La maestosità degli scaffali e lo scintillio di colori delle copertine della Sezione per ragazzi: vuoi per la mia bassa statura, ma quel luogo mi sembrava immenso. Un paradiso per un bambino. Un rifugio e un ponte per tanti altri mondi.

4. Come definiresti la biblioteca?
Un imprescindibile centro di resistenza culturale, uno dei pochi luoghi in cui la parola democrazia ha davvero senso.

5. Cosa ti piace di più in una biblioteca?
La sensazione di sentirsi a casa, di poter trascorrere tutto il tempo che vuoi a scegliere, annusare, studiare e cercare ciò che più ti interessa o ti affascina senza che nessuno ti stia col fiato sul collo. In una parola sola, la libertà.

6. Quale è stato il primo libro che hai letto?
“Il corsaro nero” di Emilio Salgari.

7. Quale libro ti ha lasciato un ricordo speciale?
Ultimamente mi capita di pensare spesso a “La natura della grazia” di William Kent Krueger: penso alla grazia, a come andrebbe ricercata ogni giorno, perché viviamo di attimi che scorrono via, ed è meglio viverli fino in fondo uno per uno, con grazia appunto.

8. Quale libro consiglieresti a un giovane lettore?
“Il conte di Montecristo” di Alexandre Dumas perché è un libro mondo: possiede l’incanto, la grazia e tutte le qualità che un buon libro dovrebbe avere. Intrattenimento garantito.

9. Leggere fa bene? E perché?
Fa benissimo. Perché allena due muscoli dell’anima che diversamente si atrofizzerebbero: il muscolo dell’immaginazione e dell’empatia. Leggere significa entrare nel cuore e nell’animo di altre persone; immedesimarsi in esse e provare a osservare il mondo attraverso i loro occhi. Questo amplia gli orizzonti esperienziali dei lettori, affila il loro intuito, rendendoli delle persone più ricche di sentimenti e di intelligenza emotiva.

10. A quale altra domanda avresti voluto rispondere?
Alla domanda “Qual è il tuo sogno?”, e avrei risposto:
far innamorare le persone della lettura.

 

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Lo stupore della notte – Ed. Rizzoli 2018

 

 

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Federico Pace

Federico Pace

Da vent’anni lavora come giornalista per il Gruppo editoriale Espresso, ed è considerato uno dei più interessanti scrittori di letteratura di viaggio degli anni recenti.
I suoi libri “Senza volo. Storie e luoghi per viaggiare con lentezza” (Einaudi ed. 2008), “La libertà viaggia in treno” (Laterza ed. 2016) hanno riscosso un notevole successo di critica e di pubblico. “Controvento” (Einaudi ed. 2017) è stato tra i libri più venduti dell’anno.

Visita il SITO di Federico Pace

 

1. Perché hai scelto il lavoro/mestiere che fai?
Un giorno mi sono messo in testa che scrivere un libro era l’unica maniera per trovare il libro che davvero desideravo leggere. Ovviamente, fino a ora non ci sono riuscito. Ma non demordo e ci sto provando ancora.

2. Qual è l’aggettivo che meglio definisce la tua attività?
Sorprendente.

3. Qual è il tuo primo ricordo di una biblioteca?
La prima biblioteca che ricordo è stata quella di mio padre. Entrare nel suo studio, quando ero ancora piccolo, fu come entrare in una specie di caverna delle meraviglie. Le enciclopedie, le coste dei libri affiancati per casa editrice, le vetrine chiuse della libreria. Poi c’è stata la biblioteca dell’università dove si mescolavano interessi culturali con quelli di natura più relazionale. In quel momento la biblioteca, da sola, suggeriva che sarebbe riuscita a soddisfare due esigenze fondamentali: trovare, nello stesso posto, il libro e la ragazza che altrove non riuscivo a trovare.

4. Come definiresti la biblioteca?
La più concreta dimostrazione di democrazia. Il più ampio deposito delle storie, dei pensieri e dei sogni dell’intera umanità.

5. Cosa ti piace di più in una biblioteca?
Mi piace vedere i volti delle persone, di età così diverse tra loro, alle prese con la curiosità. Mi piace assistere all’incontro insondabile che avviene tra le persone e le pagine di un libro in uno spazio condiviso. Il silenzio interrotto da qualche parola, lo sfogliare di una pagina, una persona che infine alza il volto dal libro e guarda fuori da una finestra.

6. Quale è stato il primo libro che hai letto?
Difficile ricordarlo. Di certo la prima cosa che ho letto sono stati dei fumetti. I vari Walt Disney e poi B.C. di Johnny Hart, il fumetto sugli uomini delle caverne. Poi sono arrivati i libri. Forse il primo vero libro che mi ha colpito, quando ancora era piccolo, è stato “Il Gattopardo” di Giuseppe Tomasi di Lampedusa.

7. Quale libro ti ha lasciato un ricordo speciale?
Ne dico tre: “L’invenzione di Morel” dello scrittore argentino Adolfo Bioy Casares, “Le città invisibili” di Italo Calvino e “Il deserto dei Tartari” di Dino Buzzati.

8. Quale libro consiglieresti a un giovane lettore?
In questo momento direi “Quell’anno a scuola” dello scrittore statunitense Tobias Wolff e “Acqua di mare” di Charles Simmons.

9. Leggere fa bene? E perché?
Ogni libro che leggiamo, lascia dentro di noi un sedimento. Con il tempo, libro dopo libro, questi sedimenti silenziosamente si sovrappongono e si mescolano. Da qui, da questi sedimenti, che ci arricchiscono, come accade con i minerali per la nostra Terra, nascono poi le idee che ci verranno. Da qui, nasceranno le parole che useremo per riuscire a dire quel che sentiamo alle persone a cui vogliamo bene. Da qui nasceranno le parole per costruire, a nostra volta, una nuova storia che non è stata ancora raccontata.

10. A quale altra domanda avresti voluto rispondere?
Non so. Piuttosto, c’è una domanda che mi pongono spesso gli studenti durante gli incontri: “Da dove arrivano davvero le idee?”. Non sapendolo davvero, ogni volta, provo a dare una risposta diversa. E voi, lo sapete da dove arrivano davvero le idee che ci vengono in testa?

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Giuseppe Culicchia

Giuseppe Culicchia

Scrittore e traduttore, Culicchia è considerato una delle voci più autentiche della narrativa italiana degli ultimi anni, è stato scoperto da Pier Vittorio Tondelli che aveva pubblicato alcuni suoi racconti nell’antologia Papergang-Under 25.
Ha esordito nel 1994 con “Tutti giù per terra”, romanzo che si è rivelato uno dei casi letterari più sorprendenti degli ultimi anni, vincitore dei Premi Montblanc e Grinzane Cavour. Dal romanzo il regista Davide Ferrario ha tratto l’omonimo film interpretato da Valerio Mastandrea.
Le avventure del protagonista Walter proseguono in “Paso doble” (Garzanti, 1995).
Molti dei suoi libri sono stati tradotti in Francia, Germania, Olanda, Grecia, Spagna e Russia.
Tra i suoi lavori più recenti: nel 2015 “Torino è casa nostra” (Laterza) e My Little China Girl (EDT); “Mi sono perso in un luogo comune” (Einaudi, 2016); “Essere Nanni Moretti”, (Mondadori) e “Di cosa stiamo parlando?” (Autori Vari, a cura di Filippo La Porta, Enrico Damiani Editore) nel 2017.
Ha tradotto tra l’altro per Einaudi “American Psycho” (2001) e “Lunar Park” (2005) di Bret Easton Ellis; per Garzanti “Lo sfidante” di F.X. Toole (2001) e per Feltrinelli “Le avventure di Huckleberry Finn” di Mark Twain (2005).
Nel 2014 esce una edizione Remixed di “Tutti giù per terra”, nella collana Mondadori Strade Blu. In questo libro Culicchia ambienta ai giorni nostri la vicenda e i personaggi narrati nel suo romanzo d’esordio.

Per il Salone del Libro di Torino cura l’iniziativa “Festa Mobile” della quale quest’anno la Biblioteca di Spinea sarà una delle 10 tappe letterarie, ospitando lo scrittore Tiziano Scarpa che martedì 8 maggio 2018 leggerà brani tratti da “Il Maestro e Margherita” di Michail Bulgakov.

Visita la Pagina Facebook di Giuseppe Culicchia

 

1. Perché hai scelto il lavoro/mestiere che fai?
Perché da bambino i miei genitori mi raccontavano tantissime storie. E’ così che mi sono innamorato prima della lettura e poi della scrittura.

2. Qual è l’aggettivo che meglio definisce la tua attività?
Gratificante.

3. Qual è il tuo primo ricordo di una biblioteca?
Nella minuscola scuola elementare che frequentavo non ce n’era una. E nemmeno in seguito alle medie e alle superiori. La prima è stata quella di Filosofia all’Università. I libri che cercavo non erano mai disponibili: li avevano in prestito i professori.

4. Come definiresti la biblioteca?
Un bazar di storie dove si incontrano tantissime persone, fatte di parole ma anche in carne e ossa.

5. Cosa ti piace di più in una biblioteca?
Il silenzio, ormai è così raro.

6. Quale è stato il primo libro che hai letto?
Il primissimo che ricordo credo sia stato “Le avventure di Huckleberry Finn” di Mark Twain in un’edizione per bambini.

7. Quale libro ti ha lasciato un ricordo speciale?
“Fame”, di Knut Hamsun.

8. Quale libro consiglieresti a un giovane lettore?
“Fame”, di Knut Hamsun.

9. Leggere fa bene? E perché?
Leggere moltiplica la nostra unica e sola vita in tante altre vite. Sarebbe un vero peccato non farlo.

10. A quale altra domanda avresti voluto rispondere?
Nove mi sembra che bastino: ora posso tornare a leggere e a scrivere!

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Valentina Villani

Nata a Roma dove vive e lavora come psicologa e psicoterapeuta, coltiva la passione per la fotografia e la sceglie come mezzo per raccontare storie di vita, di dolore, intime sensazioni e denuncia sociale. Ha partecipato a diversi concorsi e organizza mostre di fotografia.
Nel 2015 vince il concorso nazionale bandito dall’associazione Il filo di Eloisa, per la valorizzazione del pensiero e della creatività femminili, con un progetto di cinque foto e relativi testi.
Il progetto è stato pubblicato nel volume “Lo spazio consapevole” (Iacobelli Editore).
Nel 2017 pubblica il libro “Ape Bianca” composto da due volumi, uno narrativo e uno fotografico, edito da Adiaphora Edizioni.

Visita il sito internet di Valentina Villani.
Vai alla pagina Facebook di Valentina.

 

 

1. Perché hai scelto il lavoro/mestiere che fai?
Per combattere alcuni stereotipi comuni del tipo “Sai anche io sono un po’ psicologo” oppure “dallo psicologo ci vanno quelli matti”. A parte gli scherzi, credo che la psicologia sia una delle discipline che più si occupano dell’essere umano, che consente di toccare una dimensione intima e profonda con persone estranee a noi, in alcuni casi diverse per gusti, idee politiche, cultura e abitudini. Eppure si sta dentro una relazione che nutre, cura e arricchisce entrambi. Da persona curiosa ho scelto una disciplina che si pone domande, da viaggiatrice ho scelto una materia che esplora la mente umana nei suoi angoli più nascosti, da scrittrice ho scelto di condividere storie e racconti insieme ad altri e insieme a loro rintracciarne i significati profondi. Il fascino risiede in un materiale mai uguale a sé stesso, ogni individuo è unico, non c’è ripetizione, ogni psicoterapia è un viaggio a sé.

2. Qual è l’aggettivo che meglio definisce la tua attività?
Creativa. Questo aggettivo vale sia per la professione di psicoterapeuta che per l’attività di scrittrice.

3. Qual è il tuo primo ricordo di una biblioteca?
Ho un vago ricordo della biblioteca del mio liceo ma ricordo molto bene quella dell’università La Sapienza di Roma o le piccole biblioteche di quartiere in cui mi rifugiavo a studiare o a leggere.

4. Come definiresti la biblioteca?
Un luogo misterioso, ogni persona è immersa in un silenzio che è solo apparente, in realtà dentro ogni individuo c’è un viavai di pensieri, informazioni, piacere estetico, intuizioni, conoscenza, dubbi, domande. La biblioteca è uno di quei luoghi in cui si è soli in mezzo a tante altre persone senza sentirsi a disagio, in quella condizione illuminata di solitudine come scelta consapevole, non imposta, non subita e non sofferta. Esattamente il tipo di solitudine che ricerchiamo nei momenti creativi e di maggior contatto con parti profonde di noi stessi.

5. Cosa ti piace di più in una biblioteca?
Il silenzio. Sentire uno spazio interno. E poi osservare le altre persone mentre sono assorte nel loro silenzio. Trovo questa alternanza di prospettive interna/esterna particolarmente interessante.

6. Quale è stato il primo libro che hai letto?
Credo sia stato “Piccole donne” di Louisa May Alcott.

7. Quale libro ti ha lasciato un ricordo speciale?
Ce ne sono diversi, mi viene in mente “L’insostenibile leggerezza dell’essere” di Milan Kundera, “Cent’anni di solitudine” di Gabriel García Márquez, “Lo straniero” di Albert Camus, le poesie di Sylvia Plath, ma la lista è lunga.

8. Quale libro consiglieresti a un giovane lettore?
Dipende dalla sua personalità, dai gusti, dall’età, per citarne solo alcuni, “Il ritratto di Dorian Grey” di Oscar Wilde, “Il gabbiano Jonathan Livingston” di Richard Bach, “Il piccolo principe” di Antoine de Saint-Exupéry, “Ragazzi di vita” di Pier Paolo Pasolini, “La casa degli spiriti” di Isabel Allende, senza tralasciare i grandi classici della letteratura.

9. Leggere fa bene? E perché?
Perché è al tempo stesso evasione e consolazione, è come viaggiare rimanendo fermi. La parola è il mezzo principale con cui comunichiamo, attraverso la quale si attiva l’immaginazione che dà un volto ai personaggi e caratterizza le ambientazioni e i luoghi del libro. Un lavoro stimolante in cui lo scrittore prepara una traccia da seguire ma poi la strada vera e propria, l’immagine visiva corrispondente a quelle parole vengono costruite dal lettore. E ogni lettore lo fa a modo suo. Leggere è entrare in una comunicazione profonda con l’altro, è uno scambio attivo con l’autore, è libertà di pensiero, è terapia per l’anima.

10. A quale altra domanda avresti voluto rispondere?
“Qual è la prossima cosa che farai?”
Bere un caffè, guardare l’orologio e cominciare una nuova giornata.

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“Ape bianca” di Valentina Villani – Adiaphora Edizioni – 2017

[Grazie ad Adiaphora Edizioni per la collaborazione]

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Francesca Genti

Francesca Genti

Vivo a Milano e la mia casa è molto colorata e piena di cose. Un po’ come le marmotte o altri animali che passano molto tempo nella propria tana d’inverno, anch’io accumulo materiali (pezzi di stoffa, carta, pietre, rami secchi, bottoni, parole) di cui mi dimentico per un po’ e a un certo punto riemergono e diventano qualcos’altro: la copertina di un libro, una piccola scultura, una scatola che contiene un paesaggio, una poesia.
Ho sempre amato leggere, scrivere e costruire, tre attività che hanno molto in comune tra loro e che fanno apparire nel mondo cose che prima non c’erano. Di lavoro faccio tante cose diverse, la principale è prendermi cura di bambini piccoli, le altre attività invece hanno che fare con la scrittura e da qualche anno, insieme alla mia amica Manuela, ho fondato Sartoria Utopia, una piccola capanna editrice di libri fatti a mano. In questo modo sono riuscita a unire in un colpo solo le tre cose che mi piacciono di più (leggere, scrivere e costruire) e questo mi dà molta felicità.

Visita la pagina Facebook di Francesca.

 

1. Perché hai scelto il lavoro/mestiere che fai?
Il mio mestiere principale è fare la tagesmutter (una figura professionale a metà tra l’educatrice di nido e la bambinaia) ho scelto di farlo per tante ragioni (che sarebbe troppo lungo elencare qui), ma una di queste ragioni è sicuramente perché penso che il contatto con i bambini e le loro urgenti e primarie emozioni si armonizzi molto bene con la mia vocazione che è quella di scrivere poesia. Perché la poesia è suono e in un certo senso è un linguaggio preverbale, vicino all’urlo, al pianto e al riso che sono i primi modi in cui ci esprimiamo quando siamo piccoli.

2. Qual è l’aggettivo che meglio definisce la tua attività?
Eclettico.

3. Qual è il tuo primo ricordo di una biblioteca?
All’università, la biblioteca di lettere e filosofia di Palazzo Nuovo a Torino, chiamata semplicemente “il secondo piano” (perché appunto si trovava al secondo piano), è stato un luogo fondamentale per me: di studio, di lettura, ma anche di coltivazione della sublime arte del cazzeggio e di tessitura di amicizie e amori.

4. Come definiresti la biblioteca?
Un luogo dove non può succederti nulla di male.
Se arrivasse l’apocalisse il posto in cui andrei a rifugiarmi sarebbe sicuramente una biblioteca (nel mio caso la biblioteca Valvassori Peroni a Lambrate, che io considero una seconda casa).

5. Cosa ti piace di più in una biblioteca?
Mi piacciono le sale lettura quando non c’è tanta gente, gli scaffali liberi in cui curiosare, il reparto di libri per l’infanzia. Mi piace che ci sia silenzio, ma che non sia un silenzio assoluto perché non sono da sola, mi piace sbirciare cosa leggono gli altri, che cosa studiano.
Mi piacciono i bibliotecari, sono una delle categorie umane che preferisco insieme ai tipografi e ai tassisti. Osservo con meraviglia il lavoro che svolgono, perché che sono tanti lavori insieme: sono referenti per la lettura, organizzatori di cose belle, mediatori culturali, assistenti sociali, custodi della memoria, li ammiro e li adoro.

6. Quale è stato il primo libro che hai letto?
Il primo libro che ho letto da sola è un libro che non riesco più a trovare da nessuna parte, neanche sui siti specializzati, perché forse sbaglio il titolo, io ricordo che si chiamava “Viaggio in una bolla di sapone” ed era l’avventura illustrata di due bimbi che viaggiavano in questa bolla nel cielo, c’era un grande senso di scoperta e il sentimento dell’amicizia, fu una lettura meravigliosa. Quando non sapevo ancora leggere invece mio padre mi leggeva sempre qualcosa prima di addormentarmi, ricordo “Pinocchio” di Collodi, poi di Mark Twain “Tom Sawyer” e il mio preferito “Huckleberry Finn”, il primo personaggio che ho preso come modello nella mia vita di bambina (piedi nudi e cacciarsi nei guai).

7. Quale libro ti ha lasciato un ricordo speciale?
Tantissimi libri sono dentro di me, sono i miei talismani che nessuno può strapparmi, da cui attingere nei momenti difficili, ma di cui ricordami nei momenti belli come paradigmi e potenziatori di felicità, il primo libro che ora mi viene in mente è “La città e la metropoli” di Jack Kerouac, un romanzo di formazione che segue i destini di una grande famiglia in Canada, un romanzo pieno di vitalità, di amore, di violenza.

8. Quale libro consiglieresti a un giovane lettore?
È una domanda troppo difficile, non sono mica una bibliotecaria!
A parte gli scherzi consiglierei le poesie di Aldo Palazzeschi, le filastrocche di Gianni Rodari, i romanzi Mark Twain.

9.Leggere fa bene? E perché?
Leggere è fondamentale per tante e troppe cose. Ma ne voglio ricordare una frivola: rende il mondo più interessante e rende più interessanti noi.

10. A quale altra domanda avresti voluto rispondere?
Cara Francesca, di che segno sei?
Sono cancro ascendente cancro, come Marcel Proust.

 

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eleonora pescarolo

Eleonora Pescarolo

 

Nata nel padovano nel 1992, fin da bambina è appassionata di libri, fumetti e della cultura del Vicino Oriente Antico. Con grande intraprendenza ha collaborato dal 2011 al 2015 con l’Associazione Culturale Comic’s Trip di Rovigo partecipando all’organizzazione dell’evento fieristico Rovigo Comics, Cosplay & Games e nel 2011 e nel 2013 all’evento 24HIC – Ventiquattr’ore del Fumetto a Villanova del Ghebbo (RO). Dal 2012 contribuisce a svariate antologie e riviste letterarie e nel 2015 ha esordito nella narrativa fantastica con il romanzo “Naltatis – Il sentiero degli Dei” (I Doni delle Muse Edizioni).
Nel 2017 ha pubblicato “Braccati”, il primo volume della saga di fantascienza edita da Adiaphora Edizioni.

Visita il sito di Eleonora Pescarolo
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Vai alla Pagina Facebook di Braccati

 

1. Perché hai scelto il lavoro/mestiere che fai?
Perché raccontare storie è una delle attività più antiche del mondo, è qualcosa che ci appartiene a livello ancestrale. Raccontiamo storie nelle più diverse forme ma sempre per lo stesso motivo: comunicare, ma soprattutto trasmettere. Ho deciso di dedicarmi al genere fantastico per dimostrare quanto la credenza che sia separato dalla realtà sia del tutto infondata: è uno strumento molto potente per aprire gli occhi sulla realtà contemporanea.

2. Qual è l’aggettivo che meglio definisce la tua attività?
Salvavita.

3. Qual è il tuo primo ricordo di una biblioteca?
La piccola biblioteca del mio paese. Quando ero piccola adoravo infilarmici ogni tanto, nei pigri pomeriggi liberi, per scribacchiare ed esplorare i libri esposti.

4. Come definiresti la biblioteca?
Infinita.

5. Cosa ti piace di più in una biblioteca?
Gli scaffali colmi di libri e il silenzio per leggerli.

6. Quale è stato il primo libro che hai letto?
Il primo di cui ho memoria è “Viaggio al centro della terra” di Jules Verne.

7. Quale libro ti ha lasciato un ricordo speciale?
Sono molti in realtà i libri legati a ricordi speciali. Alcuni classici “L’Isola del Tesoro” di Robert Louis Stevenson, “Cronache Marziane” di Ray Bradbury” e “1984” di George Orwell, ma anche “Finzioni” di Borges, “American Gods” di Neil Gaiman, “Guida Galattica per Autostoppisti” di Douglas Adams e “A me le guardie!” di Terry Pratchett. Ma ovviamente ce ne sono molti altri.

8. Quale libro consiglieresti a un giovane lettore?
“Fahrenheit 451” di Ray Bradbury. Anche solo per questa citazione: “Capite ora perché i libri sono odiati e temuti? Perché rivelano i pori sulla faccia della vita. La gente comoda vuole soltanto facce di luna piena, di cera, facce senza pori, senza peli, inespressive.”

9. Leggere fa bene? E perché?
Perché permette di aprire la propria mente a diverse prospettive e punti di vista, permette di riflettere e ragionare. Leggere è aprire, spalancare le porte e le finestre e lasciare entrare il mondo (e questo probabilmente il più delle volte spaventa).

10. A quale altra domanda avresti voluto rispondere?
“Ma i libri sono gli unici che bisogna leggere?”. No. Leggete tutto. Anche i fumetti, che nascondono delle perle meravigliose che uniscono il piacere della lettura al godimento estetico dei disegni, una forma d’arte che non ha un’età (diffidate da chi dice che leggere fumetti è solo da ragazzini).

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“Braccati” Adiaphora Edizioni, 2017

 

[Grazie ad Adiaphora Edizioni per la collaborazione]

 

 

 

 

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